Tempo di lettura stimato: 5 minuti
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Editoriale

di

Lila Vatteroni

Caporedattore

Abstract

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The goal of constructivist/constructionist work is not to replace one story with another

but to enable people to participate in the continuous process of creating and transforming meaning,

to make their contribution to the collaborative discourse that constitutes a culture”.

(Kenneth Gergen)

 

Eccomi a presentarvi l’appuntamento autunnale della Rivista Italiana di Costruttivismo, a mio avviso un numero sui generis. Nel costruire questa edizione ho deciso di lasciarmi ispirare dall’incontro toccante con una paziente che, nelle sue parole, si definisce ex-tossicodipendente adesso alcolista, innamorata delle persone e non per forza degli uomini, canterina e burlona ma spesso anche triste e senza speranza. S., sfidando le costruzioni più comunemente accettate, si sente sia uomo che donna, sia vittima che carnefice, sia piena di buoni amici che sola ed abbandonata, sia dolce che cattiva. Si trova spesso a giocare creativamente con le etichette, riempiendole e svuotandole di senso secondo una logica tutta sua. In questo copione, dove S. alterna ruoli anche molto distanti l’uno dall’altro soverchiando apparentemente qualsiasi regola, la cifra esistenziale emergente è tuttavia la solitudine. Mi sono quindi domandata quale potesse essere il filo rosso della sua esistenza ed ho immaginato che, in questa tarantella continua tra adesione e trasgressione, lei abbia in qualche modo perso la possibilità di essere compresa dall’altro e di mantenere le relazioni. S. infatti parla spesso di morte perché sostiene che di solitudine si può morire. L’irriverenza con cui inaugurava all’inizio della nostra relazione esperimenti relazionali sempre diversi mi stordiva, ma in coerenza con la mia responsabilità professionale ho deciso di volerla maggiormente comprendere. Ho scelto quindi di non limitarmi alle purtroppo classiche affermazioni “è una border, una tossica, ti manipola” e neppure di alzare bandiera bianca nascondendomi dietro alle regole e alle procedure del mio ruolo di psicologa in comunità. La prepotenza con cui S. incarna la vita e i suoi dilemmi mi ha imposto di fermarmi e ho avvertito l’urgenza di pormi nuove domande, una delle quali ha riguardato in particolare il tema del genere sessuale. Forse, sino a quel momento, era un tema su cui mi ero interrogata poco, se non a partire dai libri su cui ho studiato, ed ho realizzato di non essermi mai soffermata sull’esperienza che le persone fanno del loro genere in relazione a se stesse e al mondo esterno. Nel tentativo di cercare spunti d’osservazione mi sono inevitabilmente imbattuta nelle diverse definizioni dei testi scientifici che, semplificando, da un lato inquadrano la questione dal punto di vista biologico e dall’altro la osservano da una prospettiva psicologica o sociologica. Schierarmi risultava tuttavia difficile, in quanto cercavo una visione più ampia ed elevata che mi permettesse di riempire di significati l’esperienza che, ad esempio, S. fa del suo essere donna, piuttosto

 

che rinchiuderla in una definizione fredda e sterile, come appunto la scelta di un’etichetta diagnostica può fare.

 

Tutto questo ha stimolato l’idea di costruire un numero della Rivista sul tema delle etichette e del genere e mi sono quindi interrogata su chi potesse essere interpellato. Non immaginavo di pubblicare degli articoli che trattassero di definizioni o che tentassero di risolvere il dilemma biologico vs culturale, bensì un’opportunità per conoscere più da vicino i conflitti e le sofferenze umane attorno al tema del genere. A tal proposito, ho deciso di coinvolgere non solo colleghi costruttivisti ma anche i nostri cugini più prossimi, i costruzionisti. La risposta è stata entusiasmante e oggi ho la possibilità di presentarvi un numero in cui si parla di genere da svariate prospettive. Pubblichiamo un caso clinico sul tema del transgenderismo affrontato in un’ottica PCP, dove si racconta non solo del paziente ma anche degli esperimenti della sua terapeuta. Vi presentiamo poi un articolo sulla tossicodipendenza femminile che vuole muovere le premesse per uno scarto paradigmatico nel trattamento delle dipendenze patologiche, che trascenda etichette e diagnosi per recuperare il senso della relazione terapeutica nelle comunità riabilitative. Abbiamo poi invitato i colleghi sistemici a raccontarci, dalla loro prospettiva, come si costruisce il genere all’interno del sistema famiglia, e come si configura un intervento clinico orientato alla definizione dell’orientamento sessuale. A seguire troverete l’esperienza di due allieve dell’ICP che esplorano aggressivamente il tema dell’istinto materno, proponendo una riflessione volta a trascendere l’ovvio e il naturalmente stabilito. Pubblichiamo poi due interviste con un taglio differente rispetto al passato, in cui i soggetti intervistati non sono professionisti costruttivisti ma persone che per ragioni differenti si confrontano quotidianamente con il tema del genere. In una si racconta l’esperienza di rettifica del sesso biologico di Andrea R., mentre l’altra offre uno sguardo sull’attività dell’associazione Naizen che in Spagna accompagna le famiglie di minori transessuali. Non mancherà inoltre la traduzione di un articolo sugli studi Queer in Italia. Abbiamo scelto infine di pubblicare una recensione non di un libro bensì di una serie Netflix, altro esperimento audace ma del tutto attuale.

I temi sono molteplici e si è generato a mio parere un dialogo ricco e fertile tra discipline ed orientamenti, non in competizione tra di loro bensì in collaborazione, con l’obiettivo di solleticare la curiosità dei nostri lettori e di offrire nuovi ed utili percorsi di comprensione. È un numero, dunque, che vuole offrire ai clinici e agli esperti del settore alternativi spunti di riflessione, partendo tuttavia da una imprescindibile necessità, ovvero che il lavoro clinico sia primariamente sostenuto dalla responsabilità di restituire dignità e senso a tutte le manifestazioni ed esperienze umane. Essere psicoterapeuti significa sospendere i giudizi personali e il non farlo, anche se inconsapevolmente, rischia di blindare i nostri pazienti in percorsi di vita già scritti, ostacolandone il cambiamento. Nascondersi dietro l’apparente rassicurazione delle etichette diagnostiche e linguistiche ci impedisce di stare in relazione con gli altri come persone e, allontanandoci dalla possibilità di farci domande sul senso che hanno le esperienze per i nostri pazienti, ci preclude l’opportunità di co-costruire storie alternative. Adagiarci nella comodità dei pregiudizi ci rende complici nel generare realtà cristallizzate e inerziali, viceversa continuare a metterci nei panni dell’altro può rendere liberi noi stessi e i nostri pazienti.

 

Buona lettura!