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La riunione della famiglia Dewey

l’uomo-come-scienziato di Kelly incontra l’ironista di Rorty[1]

The Dewey family reunion

Kelly’s man-the-scientist meets Rorty’s ironist

di

Vladimir Miletić
Association for Mental Health Promotion, Belgrado, Serbia

 

e Dušan Stojnov
University of Belgrade, Belgrado, Serbia

 

Traduzione a cura di

Francesca Del Rizzo

Abstract

Kelly e Rorty condividono posizioni filosofiche simili e compatibili che si fondano sulla comune ascendenza pragmatista, dovuta in particolare all’influenza esercitata su entrambi dal pensiero di John Dewey. Mostreremo come, sulla base di queste somiglianze, sia possibile tracciare un parallelo tra la concezione di Rorty dell’eterno ironico che dubita di sé e la sua controparte costruttivista, l’uomo-come-scienziato di Kelly. Approfondire la costruzione rortiana di ironia liberale può essere utile nell’esplicitare e sviluppare una teoria costruttivista del soggetto; molte caratteristiche dell’ironico saranno considerate potenziali elementi costitutivi dei soggetti che affrontano e terminano una psicoterapia dei costrutti personali. Gli obiettivi del processo psicoterapeutico saranno riconsiderati alla luce di queste riflessioni.

Kelly and Rorty share similar and compatible philosophical positions, based on their common pragmatic ancestry, particularly due to influences of John Dewey’s thought. We will show how, based on these similarities, we can draw parallels between Rorty’s conception of the eternally self-doubting ironist and her constructivist counterpart, Kelly’s man-the-scientist. Understanding liberal irony may prove fruitful in explicating and developing a constructivist theory of the subject; several features of the ironist will be considered as potential constituents of subjects created in personal construct psychotherapy. Goals of the psychotherapeutic process will be reconsidered in the light of these findings.

Keywords:
Teoria dei costrutti personali, soggettività, neopragmatismo, relazionalità | personal construct theory, subjectivity, neopragmatism, relationality
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Come programma filosofico completo, il pragmatismo ebbe origine negli Stati Uniti e fu descritto da Georg Simmel come niente di più di “quello che gli americani possono farsene di Nietzsche” (Rorty, 2007, p. 915), un’affermazione che illustra chiaramente l’approccio svalutante attraverso il quale, per ben più di un secolo, il pragmatismo è stato trattato dalla tradizione filosofica continentale.

I nomi che più frequentemente vengono associati al pragmatismo sono quelli di Charles Sanders Pierce, William James e John Dewey. Con la nascita della filosofia analitica nella prima metà del XX secolo, il pragmatismo scivolò nell’oscurità e non ne riemerse che negli anni ’70 del secolo scorso, quando filosofi come Brandom e Rorty cominciarono a riscoprirlo.

Attualmente il pragmatismo è ampiamente riconosciuto come uno dei maggiori contributi americani al pensiero filosofico. Nell’ambito della tradizione continentale, idee pragmatiste si possono ritrovare sparse nei lavori di figure come Vattimo, Habermas e Sartre, ed anche filosofi analitici come Quine, Kuhn e Putnam sono stati pesantemente influenzati dal pragmatismo, sebbene tutti loro solitamente rigettino questa etichetta. L’ambivalenza nei confronti del pragmatismo continua ed è riflessa nell’accoglienza controversa e polarizzata ricevuta dai pragmatisti contemporanei, il più rilevante dei quali è Richard Rorty. Egli, nonostante l’enorme successo e l’ampio pubblico, rimane una sorta di filosofico enfant terrible le cui influenze sono più evidenti nei circoli dei teorici di letteratura che fra i filosofi.

La psicologia dei costrutti personali di Kelly è profondamente influenzata da idee pragmatiste, in particolare dai lavori di Dewey Experience and Nature (1925), Reconstruction in Philosophy (1919) e Quest for Certainty (1929). Recenti ricerche suggeriscono che anche C. S. Pierce abbia giocato un ruolo importante nello sviluppo della teoria di Kelly, sia direttamente che attraverso l’influenza da lui esercitata sui pragmatisti successivi (Procter, 2014). In maniera simile a quanto accaduto al pragmatismo, il destino della psicologia dei costrutti personali fu quello di rimanere per gran parte della sua esistenza all’esterno della psicologia mainstream e di essere spesso scorrettamente etichettata come cognitiva, umanista o psicodinamica.

 

1. La presenza invisibile di Dewey

John Dewey è una presenza importante ma silenziosa nella psicologia dei costrutti personali. Nel primo volume (Kelly, 1955) Kelly ne riconobbe l’influenza dichiarando come le idee di Dewey possano essere lette fra molte delle righe della psicologia dei costrutti personali. I dettagli della connessione fra Kelly ed il pragmatismo di Dewey sono già stati delineati con precisione da Butt (2008) e Warren (2008).

Dal canto suo, Rorty ha ripetutamente ribadito che la sua filosofia è pienamente in continuità con quella di Dewey (Rorty, 2005), con l’eccezione forse di alcuni aspetti di filosofia politica che però non sono il focus di questo articolo (Shusterman, 1994). Il maggior contributo di Rorty al pragmatismo è una reinterpretazione linguistica delle idee di Dewey, reinterpretazione che lo allinea con la comprensione contemporanea del naturalismo e del pragmatismo.

Il pragmatismo di Rorty elimina la nozione di esperienza, che sia Rorty che Brandom considerano obsoleta e meglio sostituita con una terminologia legata al linguaggio delle persone (Shusterman, 1994; Rorty, 1989). Kelly usò il termine ‘esperienza’ in modo simile a Dewey, ma vedremo in una sezione ulteriore di questo articolo come, rispetto a ciò, i passi avanti di Rorty e Kelly non siano così dissimili: là dove Rorty parla di linguaggio e vocabolari, Kelly parla di significati e sistemi di costrutti. La prospettiva di Rorty sull’individualità (selfhood), sul linguaggio e sulla soggettivazione (subjectification) è fondamentalmente storicista, simile alla proposta di Kelly che la persona “sia meglio compresa se vista nella prospettiva dei secoli piuttosto che nel baluginio dello scorrere di singoli istanti” (Kelly, 1955, p. 3). La sensibilità di Kelly al contesto storico, culturale e familiare è visibile anche nel suo attento esame di come questi fattori siano costitutivi dell’identità del cliente, e di come le possibilità ed i limiti del processo di ricostruzione siano connessi in modo complesso alle norme dell’epoca e della società (Miletić, 2016).

Sebbene sia Rorty che Kelly siano degli eredi intellettuali di Dewey, i loro campi di interesse professionale sono significativamente diversi. Ciò spiega le differenze relative alle direzioni lungo cui ciascuno di loro ha elaborato il pensiero di Dewey: mentre il progetto di Rorty riguarda l’abbandono dell’epistemologia ed il ridirigere la filosofia verso la ricerca di una società giusta, il focus di Kelly è sull’individuo, sulla sua psicologia e sui modi per ottimizzare il funzionamento umano grazie alla psicoterapia. Sebbene la

psicologia dei costrutti personali di Kelly non costituisca un sistema filosofico completo (Warren, 2008), Kelly approfondisce alcune questioni epistemologiche così come alcuni problemi linguistici e sociali (Kelly, 1955; Kelly, 1969). Queste tematiche, tuttavia, vengono elaborate solo nella misura in cui ciò è utile al lavoro clinico. D’altra parte Rorty tocca questioni psicologiche di grande interesse per Kelly, come la relazione fra significato pubblico e significato personale, la costituzione del soggetto all’interno dei giochi linguistici, così come problemi culturali e storici nella formazione del soggetto (Rorty, 1989).

In un certo senso Rorty e Kelly sono l’un l’altro complementari, dal momento che partono dagli stessi fondamenti ma li elaborano lungo diverse direzioni: potremmo guardare a Rorty per ciò che concerne la linea di elaborazione politica, a Kelly per quella psicologica. Se qualcuno volesse elaborare il pensiero di Rorty nel campo della psicologia, Kelly potrebbe essere una risorsa di valore. Di converso, se qualcuno volesse espandere la psicologia dei costrutti personali nella direzione delle scienze sociali e dell’azione politica, Rorty potrebbe offrire una piattaforma compatibile già pronta. Assieme, questi due uomini ci danno un’immagine pragmatista completa della persona in relazione alla società.

 

2. Verità e linguaggio

Rorty afferma che ciò che il pragmatismo ci dice sulla verità è molto semplice, ovvero che non c’è nulla di costruttivo o utile da dire a riguardo, se non che si tratta di una proprietà delle proposizioni e non delle cose. Ampiamente criticata come riduzionista, la prospettiva di Rorty è che la verità sia una funzione dei vocabolari che utilizziamo per descrivere il mondo, ma che non abbia nessuna relazione diretta con il mondo stesso. I vocabolari sono insiemi di parole che noi usiamo per descrivere il mondo. Essi sono generati nella nostra interazione con gli altri esseri umani, vengono ampliati nel corso del loro utilizzo nell’interazione con il mondo per poterne dipingere un’immagine più ampia, fanno sì che noi sviluppiamo delle convinzioni e che agiamo sul mondo sulla base di esse. In modo ironico Rorty ribadisce che la verità non è niente di più di ciò che ci permette di cavarcela con i nostri contemporanei, alludendo così alla natura interpersonale e relazionale dei vocabolari che utilizziamo (Rorty, 1989).

Nella psicologia dei costrutti personali si può trovare un punto di vista simile sulla verità: non c’è modo di dire se i nostri sistemi di costrutti in qualche modo rispecchiano il mondo perché non possiamo mai uscire dal sistema che dovremmo giudicare. Kelly afferma che costruire qualsiasi cosa, incluso un sistema di costrutti, è porre un’interpretazione, quindi nessuna visione oggettiva di un sistema di costrutti è mai possibile, perché l’interpretazione è inevitabile. Piuttosto di cercare di trovare una corrispondenza fra realtà e costrutti, l’uomo-come-scienziato cerca di appurare se i risultati dei suoi esperimenti siano compatibili con i criteri di validazione ed invalidazione che ha personalmente costruito al fine di valutare i risultati delle sue azioni nel mondo. La verità, nella psicologia dei costrutti personali, è esclusivamente una proprietà del sistema di costrutti personali e non della realtà che esso tenta di anticipare e controllare (Kelly, 1955).

La visione di Rorty della verità come gioco linguistico che ci permette di cavarcela con i nostri contemporanei deriva dalla sua visione relazionale di come si sviluppano il linguaggio ed i vocabolari personali. Per quanto un’elaborazione esplicita in termini relazionali della psicologia dei costrutti personali e della sua applicazione clinica sia piuttosto recente (Stojnov & Procter, 2012), la relazionalità è implicita nella teoria di Kelly: in particolare essa è riflessa nei Corollari della Socialità e della Comunanza (Kelly, 1955). Kelly stesso approfondì taluni aspetti relazionali della psicologia dei costrutti personali in alcuni dei suoi lavori meno conosciuti. In essi il sistema dei costrutti non viene visto come esclusivamente privato, quanto piuttosto come appartenente ad una rete più ampia di costrutti pubblici, con cui è in costante interazione (Kelly, 1969; Miletić, 2016).

Nelle prime pagine di Contingency, Irony, Solidarity, Rorty (1989) fa un’affermazione che ha una somiglianza impressionante con la posizione filosofica dell’alternativismo costruttivo di Kelly:

“Solo noi parliamo. Il mondo può solo, dopo che noi ci siamo già programmati ad usare un dato linguaggio, essere la causa di alcune nostre credenze. Ma non può proporci il linguaggio da parlare. Solo altri esseri umani lo possono fare” (p. 11).

Ciò che noi possiamo fare, afferma Rorty, è esplorare le diverse conseguenze dell’usare linguaggi diversi per descrivere il mondo e poi considerare il valore che ha fare affidamento su uno specifico linguaggio in ciascun contesto. Ma non possiamo dire oggettivamente nulla sul mondo perché non possiamo mai parlare indipendentemente da un vocabolario. Possiamo, comunque, usare diversi vocabolari per fini diversi e usarli per parlare di specifici argomenti, raggiungendo in questo modo obiettivi diversi. Il mondo, che esiste nel suo modo confuso ed indefinito, si presta a numerose ridescrizioni (ricostruzioni). Come sottolineato più sopra, questo è in accordo con la prospettiva di Kelly sul modo in cui i costrutti sono in relazione al mondo. Le visioni sull’universo di Kelly e Rorty convergono: senza strumenti, che siano costrutti (Kelly) o parole (Rorty), il mondo apparirebbe come un’omogeneità indifferenziata dalla quale non riusciremmo a trarre alcun senso. Il mondo in-sè esiste in un modo piuttosto vago e indeterminato. Non c’è infatti alcunché che possiamo dire sul mondo al di fuori di una certa cornice di riferimento; per Kelly quella cornice è costituita dal sistema di costrutti, per Rorty dal vocabolario.

 

3. Il vocabolario decisivo (final vocabulary)

Un costrutto importante per Rorty è quello di vocabolario decisivo (final vocabulary), un insieme di parole di cui le persone si servono per giustificare le proprie azioni, le proprie convinzioni e, più ampiamente, le proprie intere vite (Rorty, 1989). Questi insiemi di parole sono quelli che le persone usano sia per rendere conto del proprio impegnarsi in alcune azioni che del non impegnarsi mai di proposito in altre, ma anche per definire e disprezzare i propri nemici, per delineare i propri ruoli di vita o le proprie filosofie personali. Il vocabolario decisivo è usato per costruire la narrativa relativa al proprio passato e per predire le direzioni future che la propria storia prenderà. Quando Rorty usa la parola ‘decisivo’ non implica permanenza o stabilità: un vocabolario è chiamato decisivo perché è definitivo, fondamentale per la persona, in un momento dato. Esso è un sottoinsieme dell’intero vocabolario della persona, ma un sottoinsieme particolarmente importante per il modo in cui la persona costruisce se stessa. Infatti, il sé è costituito dai vocabolari decisivi che la persona usa e le caratteristiche di questi vocabolari danno alla persona stessa un certo spazio di modulazione e cambiamento. C’è una relazione ricorsiva fra la persona e il suo vocabolario: il vocabolario è usato e revisionato dalla persona, ma la persona è, a sua volta, usata e revisionata dal vocabolario che utilizza. Tutte le altre parti del vocabolario di una persona possono essere cambiate senza cambiamenti nel vocabolario decisivo, ma il cambiamento del vocabolario decisivo tende a produrre un cambiamento delle altre parti rilevanti del vocabolario in questione. In altre parole, Rorty suggerisce l’esistenza di una gerarchia di parole che si manifesta nel modo in cui le persone cambiano.

Un altro aspetto della natura ultimativa del vocabolario decisivo è che esso rappresenta il termine dell’argomentazione. Se una persona tenta di andare oltre il suo vocabolario decisivo alla ricerca di una giustificazione, può soltanto fare ricorso ad un’argomentazione circolare. Il vocabolario decisivo, pertanto, non rappresenta l’intero linguaggio della persona, è solo la sua parte centrale, quella che tiene al loro posto tutte le altre parti del vocabolario, e che è legata inestricabilmente alle contingenze sociali, ai giochi linguistici del momento. In questo senso, il vocabolario decisivo non è né privato né pubblico, ma include entrambe le componenti. Un’occasione in ambito clinico in cui possiamo osservare il termine dell’argomentazione di cui parla Rorty si presenta quando utilizziamo la tecnica del laddering (Hinkle, 1965): con l’avvicinarsi ai costrutti nucleari, il cliente solitamente non riesce a salire ulteriormente nella gerarchia dei costrutti e ricorre frequentemente a risposte circolari (Fransella, 2003).

Ci sono due importanti nozioni della teoria di Kelly che sono analoghe alla visione che Rorty ha dei vocabolari: la dicotomia nucleare-periferico e la concezione relativa alle possibilità del cambiamento così come affermata nell’ambito del Corollario della Modulazione (Kelly, 1955).

Non è difficile individuare un parallelo fra la nozione di Kelly di costrutti nucleari, i costrutti che governano i nostri processi di mantenimento e costituiscono la nostra identità, e la nozione di Rorty di vocabolario decisivo. L’opposto dei costrutti nucleari sono i costrutti periferici. La differenza fra i due insiemi di costrutti è che un cambiamento nei costrutti nucleari implica necessariamente un cambiamento nei costrutti periferici, mentre non è sempre vero il reciproco. Nel Corollario dell’Organizzazione Kelly offre una visione molto più sofisticata della relazione di sovraordinazione/subordinazione dei costrutti all’interno del sistema personale, così come strumenti più complessi per identificare e lavorare con i costrutti nucleari, strumenti importanti per il suo obiettivo di costruire un sistema psicologico teorico che favorisca il cambiamento. Rorty è appagato dalla locuzione vocabolario decisivo e non gli interessa in modo particolare chiarirne le proprietà formali o il contenuto. Questa stessa mancanza di interesse viene condivisa anche da Kelly. Nella sua elaborazione dei vocabolari decisivi e dei soggetti ironici (il termine sarà chiarito più sotto), Rorty (1989) analizza figure diverse come Proust, Heidegger, Derrida, Nabokov e Orwell. I contenuti dei loro vocabolari decisivi divergono talvolta in modo drammatico, in particolare nel dominio politico, tuttavia, messe da parte le loro differenze, per Rorty essi rappresentano tutti lo stesso tipo di soggetto, sebbene sembri improbabile che essi si sarebbero mai potuti trovare d’accordo sui valori in cui credevano individualmente. Se Proust non si occupava affatto di politica e di ideologia, Orwell e Derrida si collocavano a sinistra dello schieramento politico, mentre Nabokov e Heidegger ne occupavano la destra, e, al contempo, due diversi tipi di destra. Mentre Nabokov, nel momento in cui il Nazismo salì al potere, dovette fuggire da Berlino a causa delle origini ebree di sua moglie, Heidegger, in modo ignobile, sostenne il partito nazista per tutta la guerra. Stiamo sottolineando questo punto perché esso rappresenta un’ulteriore somiglianza fra Kelly e Rorty: entrambi i pensatori sono relativamente disinteressati al contenuto di ciascun singolo vocabolario o sistema di costrutti e considerano caratteristiche più rilevanti il processo, le proprietà formali e la struttura.

Il Corollario della Modulazione di Kelly asserisce che: “la variazione nel sistema di costrutti della persona è limitata dalla permeabilità dei costrutti nel cui campo di pertinenza giacciono le varianti” (Kelly, 1955, p. 73). Grazie a questa supposizione teorica Kelly fornisce una cornice per costruire i modi e i limiti del cambiamento. La dimensione della permeabilità come determinante del potenziale di cambiamento del sistema è rimarcata anche nel volume 2, laddove Kelly riassume i prerequisiti per il cambiamento e delinea gli obiettivi che un terapeuta deve raggiungere per permettere al suo cliente di dare vita ad un cambiamento terapeutico significativo. A Rorty manca la terminologia psicologica precisa, ma suggerisce qualcosa di simile. Tutti i modi in cui una persona può parlare del mondo (e di se stessa) sono limitati e determinati dal suo vocabolario decisivo. Nella psicologia dei costrutti personali i costrutti sono guide per l’azione e nella teoria neopragmatista di Rorty i vocabolari determinano le nostre azioni.

Kelly e Rorty aderiscono alla medesima teoria del cambiamento: quando i nostri costrutti falliscono nell’adempiere ai compiti per cui erano stati costruiti ci risolviamo a ricostruirli, a trovare nuove dimensioni di significato che costruiranno gli elementi esistenti in modo da aprire a nuove alternative, a nuove vie di comprensione e ad inedite possibilità d’azione. In modo simile, Rorty propone la ridescrizione come un modo per migliorare e cambiare i vocabolari.

 

4. L’uomo-come-scienziato[2]

La scienza gode di un posto di privilegio nella filosofia di Dewey, un posto che le è riservato anche nel pensiero di Kelly e per cui Rorty probabilmente sarebbe stato in disaccordo, dal momento che la relazione di Rorty con la scienza può essere meglio descritta come ambivalente. Egli rifiuta di considerare la scienza al di sopra di altre forme di ricerca umana e la vede piuttosto come una questione meramente relativa all’anticipare e controllare gli eventi. Vede la scienza come ampiamente inutile per ogni altro tipo di ricerca, e in modo più importante per la filosofia (Shusterman, 1994). Altrove, tuttavia, Rorty dedica un grande spazio a delineare un’immagine alternativa degli scienziati che vede come intellettualmente virtuosi. Sembra che, nonostante egli disapprovi il fatto che la scienza gode di ampio potere e di privilegi, la ritenga comunque un utile modello di razionalità (Rorty, 1991).

Influenzato dal concetto di abduzione di Peirce, Dewey elaborò la sua epistemologia pragmatista fondandola sulla conoscenza sperimentale e su ciò che egli chiamava il tipo di mente sperimentale (Dewey, 1931). Egli individuò un modello esemplare di questo tipo di mente nella scienza del suo tempo, che vide come il vettore del progresso nella società. In modo simile, Kelly vede la scienza come il modello del progresso umano e propone di guardare alla metafora della scienza e al prototipo dello scienziato come ai principali punti di partenza della sua nuova psicologia, piuttosto che focalizzarsi sulle basi biologiche della personalità (come la psichiatria dei suoi e dei nostri giorni) o su aspetti relativi al primo sviluppo (come gli psicoanalisti di ogni tempo). La metafora iniziale di Kelly è quindi una metafora progressista ed integra agency e movimento, piuttosto che passività ed intrinseche o estrinseche limitazioni delle possibilità individuali di cambiamento e di funzionamento ottimale. Kelly, pertanto, costruisce la sua teoria a partire da due nozioni (Kelly, 1995, p. 3):

(1) osservandolo attraverso la prospettiva dei secoli, vede l’uomo come uno scienziato in erba che elabora e perfeziona modi diversi di costruire una sua scienza;

(2) postula che ogni singolo scienziato costruisca le sue piccole teorie (i costrutti) attraverso le quali osserva il mondo.

La scienza è fatta per predire e controllare gli eventi nel mondo, definizione che sia Rorty che Kelly hanno ereditato da Dewey. Gli scienziati testano prontamente i loro costrutti per vedere in che misura questi funzionino ed è questo mettere alla prova i costrutti che nella psicologia dei costrutti personali chiamiamo comportamento. In effetti, per Kelly, tutto quello che diciamo o facciamo può essere visto come lavoro scientifico, ogni aspetto del nostro comportamento, verbale o meno, è un atto di verifica di ipotesi scientifiche.

La metafora dell’uomo-come-scienziato è utile nel setting clinico. Da un lato essa fornisce al terapeuta un modello di lavoro efficace per comprendere il comportamento dei suoi clienti: si tratta, infatti, di una metafora che funziona ai vari gradi di consapevolezza cognitiva ed è quindi applicabile a tutti i processi umani, e dall’altro, essa viene facilmente compresa dai clienti stessi, favorisce lo sviluppo della riflessività e dell’intuizione nella pratica clinica.

Nel suo opus magnum The Psychology of Personal Constructs (1955) Kelly ha sviluppato in modo convincente un’elaborata e completa struttura centrata attorno a questa metafora, una struttura che, fra le altre cose, fornisce ai clinici un metalinguaggio utile a costruire i processi di tutti coloro che possiamo vedere come scienziati. Egli, inoltre, espone un insieme comprensivo di tecniche utili a favorire il cambiamento che sono basate su questa stessa metafora e sulla teoria da essa derivata.

La teoria di Kelly fu sviluppata prima delle rilevanti intuizioni dei poststrutturalisti francesi riguardanti il modo in cui siamo costruiti dalle pratiche discorsive e il modo in cui quelle stesse pratiche parlano attraverso di noi (Foucault, 1971). Cosa forse ancor più importante, considerando nello specifico l’ambito della psicoterapia, la psicologia dei costrutti personali fu formulata indipendentemente e prima delle intuizioni cruciali di psicoanalisti come Jacques Lacan, intuizioni che enfatizzano la natura inerentemente multistratificata dei discorsi e dei registri attraverso i quali i soggetti vengono costituiti, così come i modi in cui lo stesso discorso psicoanalitico costituisce specifici soggetti in terapia, soggetti che non sono tali “per natura” (Fink, 1997). Tuttavia, nella teoria di Kelly è presente un’attenzione per la persona in relazione che consente ampio spazio per future elaborazioni in queste direzioni.

 

5. Ironia e metafisica

Possiamo chiamare ironico un soggetto se soddisfa tre condizioni:

1. nutre dubbi profondi sul vocabolario decisivo che lei stessa attualmente usa;

2. è consapevole che niente all’interno del suo vocabolario può confermare o dissolvere i suoi dubbi;

3. non ritiene che il suo vocabolario sia più vicino alla realtà di quello degli altri (Rorty, 1989, p. 73)[3].

Probabilmente l’intuizione più importante del soggetto ironico è che tutto può essere fatto sembrare buono o cattivo se viene ridescritto in un certo modo, intuizione che le permette di rigettare del tutto questa distinzione. Poiché non c’è nessun buono o cattivo, un’ironica non può mai scegliere e tenersi stretto un vocabolario decisivo definitivo: è colpita dagli altri vocabolari e dalle diverse possibilità cui essi danno vita. Incapace di uscire dal suo stesso vocabolario e di verificarne la veridicità, lo interroga continuamente e riflessivamente segue le sue linee di sviluppo e i suoi vari cambiamenti. Questo la pone nella posizione che Rorty definisce “meta-stabile”. Un’ironica è continuamente soggetta a cambiamento, sempre perseguitata dalla conoscenza della contingenza e fragilità del suo attuale vocabolario decisivo e, pertanto, di se stessa. Se politicamente è liberale, sottoscrive la definizione di Judith Shklar che la crudeltà sia la cosa peggiore che facciamo agli altri e cerca di filtrare il suo vocabolario attraverso questo credo (Rorty, 1989). Precisamente perché non sa se il suo vocabolario sia buono o cattivo e perché ha rinunciato alla ricerca di un criterio che le fornisca una certezza su questo, investe il suo tempo interrogandosi sulle conseguenze dei giochi linguistici che mette in atto. Un’ironica pensa che nulla abbia una natura intrinseca, una essenza reale; inoltre poiché non fonda se stessa su nozioni essenzialistiche, c’è in lei una incertezza di base e deve ricorrere all’uso di termini come ‘prospettiva’, ‘dialettico’, ‘cornice concettuale’, ‘ironia’, ecc. La cosa migliore che può fare in risposta alla critiche sul suo vocabolario è tentare una ridescrizione, e poi un’altra ridescrizione, ecc.

Il senso comune è il polo opposto dell’ironia. Esso conduce una persona a descrivere, senza rendersene conto, qualsiasi cosa di importante nei termini del vocabolario decisivo che si è abituata ad usare. Senso comune significa che una persona ha reificato i suoi costrutti di ruolo (il suo vocabolario decisivo) e li tratta come qualcosa che esiste veramente, oggettivamente, là fuori nel mondo. Esso, inoltre, fa sì che i vocabolari siano usati per giudicare le convinzioni, le azioni e le vite degli altri, quelli che possono usare altri vocabolari decisivi, molto diversi dai nostri. Il senso comune è la caratteristica del soggetto che Rorty chiama il metafisico. Egli si occupa di questioni relative alla natura intrinseca dell’essere umano, della giustizia, della moralità, ecc. ed assume che gli elementi del suo vocabolario decisivo si debbano riferire a qualcosa che è effettivamente là fuori nel mondo. Quindi, quando il metafisico parla di leggi scientifiche le pensa come esistenti in natura semplicemente perché la scienza appartiene al vocabolario che egli usa. Quando il metafisico ha a che fare con le credenze dell’ironica le etichetta solitamente come “relativistiche” perché per lui il linguaggio non è importante, ma lo è la verità, e la verità deve essere ricercata là fuori nel mondo. Egli ha una visione della natura umana che incorpora l’idea che tutti gli uomini necessariamente desiderano conoscere e che il vocabolario che questa conoscenza fornisce è l’immagine della realtà. A differenza dell’ironica, il metafisico non crede che le cose possano essere fatte sembrare buone o cattive usando metodi di ridescrizione, perché le cose sono o buone o cattive, sono tali oggettivamente, essenzialmente, al di fuori di ciascuno e di tutti i linguaggi che gli uomini possano usare per dare senso al mondo.

In termini più generali, un’ironica ha la missione – così come raccomanda il poeta Coleridge – di creare il gusto mediante il quale lei stessa sarà giudicata, tranne per il fatto che lei stessa è il suo proprio giudice ed è lei che cerca di capire quanto bene il suo vocabolario decisivo fa ciò per cui è stato creato. L’ironica vuole ridescrivere il canone che ha fondato il suo vocabolario decisivo in modo che esso perda potere su di lei; infatti, è in costante ricerca di emancipazione dalle circostanze che la costituiscono e, inoltre, di emancipazione dalla sua stessa costruzione di sé, in modo molto simile all’uomo-come-scienziato di Kelly, che deve fare un coraggioso salto in avanti per poter trascendere l’ovvio, il tutto per il nobile obiettivo di non essere la vittima della sua stessa biografia. L’uomo-come-scienziato e l’ironica hanno la stessa missione. In maniera molto simile alla costante riscrittura da parte dell’ironica del suo vocabolario decisivo, durante le loro vite i clienti con cui lavoriamo come terapeuti si confrontano con molti limiti dei loro costrutti e alla fine non hanno altra scelta che ricostruire e creare nuovi costrutti che permettano loro di avere più ampie ed utili anticipazioni del mondo.

Rorty enfatizzò con forza la priorità della democrazia sulla filosofia. Un suo famoso libro-intervista è intitolato Take Care of Freedom and Truth Will Take Care of Itself (2005). Gli sforzi emancipatori e ricostruttivi (ridescrittivi) che l’ironica costantemente mette in atto sono tentativi di dare a se stessa questa libertà, diventando coraggiosamente qualcosa che non è mai stata prima. La sua riflessività le permette di essere libera dalle categorie attraverso le quali viene giudicata nel discorso pubblico, poiché conosce il modo in cui esse operano e costituiscono la sua identità. Questa libertà arriva da e con la consapevolezza della contingenza dei vocabolari decisivi, il suo così come quelli degli altri. I modi in cui viene descritta da parte degli altri vocabolari decisivi, quindi, non parlano tanto di lei, quanto piuttosto di quegli stessi altri vocabolari. Può imparare ad usare quei linguaggi, ma non deve necessariamente accettarli come veri.

 

6. Verso una teoria del soggetto costruttivista

L’ironica di Rorty è una candidata eccellente per essere un soggetto costruttivista. Usiamo il termine candidata perché Rorty non ha elaborato l’ironica a sufficienza per renderla pienamente utile per lo studio del processo di soggettivizzazione che ha luogo all’interno dei confini della relazione psicoterapeutica costruttivista. Egli ha piuttosto delineato l’ironica grazie a pennellate ampie e poetiche, sufficienti per i suoi obiettivi, ma non per i nostri. Nel contesto della psicoterapia possiamo guardare alle riflessioni di Rorty come a bozze sommarie e come ad un insieme di strumenti linguistici che hanno bisogno di essere elaborati in modo più dettagliato e di essere inclusi in una cornice più comprensiva.

Oltre alle somiglianze strutturali fra l’uomo-come-scienziato di Kelly e l’ironica di Rorty, ci sono parecchi altri aspetti che meritano un posto di rilievo in ogni futura teoria del soggetto costruttivista:

1. Riflessività – la riflessività può essere vista come una conseguenza generica del coinvolgimento a lungo termine nella psicoterapia ma non è necessariamente una caratteristica specifica della psicoterapia costruttivista. Il tipo specifico di riflessività che si sviluppa nel corso di una psicoterapia costruttivista include la padronanza (non necessariamente consapevole) di alcuni presupposti costruttivisti. Poiché le intuizioni dei clienti sono sempre mediate da strumenti terapeutici e questi sono a loro volta mediati dagli orientamenti teorici che il terapeuta ricava dalla teoria di Kelly, la specifica riflessività di un soggetto costruttivista includerebbe una visione del comportamento come forma di impresa scientifica e la concettualizzazione della propria esperienza attraverso la metafora della persona-come-scienziato. Nella piena consapevolezza della sua natura ipotetica, i soggetti costruttivisti applicano la metafora della persona-come-scienziato a sé come anche agli altri esseri umani. Il soggetto costruttivista può così dedurre che gli altri esseri umani possono essere visti come scienziati, poiché questa metafora gli fornisce uno strumento per comprendere il loro comportamento. In effetti, quando Kelly propone di guardare alle persone come a degli scienziati, correttamente non sottintende che tutti gli scienziati debbano essere riflessivi riguardo alla loro propria metodologia. Pertanto l’uomo-come-scienziato non è pienamente un soggetto costruttivista, quanto piuttosto un’utile metafora che il soggetto costruttivista usa per comprendere tanto il suo comportamento quanto quello degli altri. Il soggetto costruttivista è uno scienziato che può riflettere sul proprio lavoro scientifico.

2. La meta-stabilità è un aspetto del soggetto costruttivista che nasce dalla sua consapevolezza della contingenza dei vocabolari che usa. Egli può osservare gli altri e sussumere i loro sistemi di costrutti per comprendere i loro, talvolta molto diversi, sistemi di significato. Essendo riflessivo, egli è consapevole che il suo stesso sistema non sarà mai immobile, che esso esiste (Kelly, 1955): cambia sempre senza mai raggiungere una completa stabilità. La meta-stabilità è il risultato della consapevolezza del cambiamento costante. Infatti, il soggetto costruttivista ha un meta-linguaggio ben definito che può essere usato per osservare e accompagnare i cambiamenti, le transizioni e le ricostruzioni del suo stesso sistema di costrutti personali. Paradossalmente egli raggiunge una sorta di stabilità attraverso la consapevolezza della sua essenziale, radicale instabilità.

3. L’incertezza è una conseguenza dei due aspetti precedenti. Poiché il soggetto costruttivista interagisce con altri soggetti, conosce la ricchezza dei diversi sistemi di costrutti che sono là fuori, nel mondo, ed è perplesso, colpito o attratto da loro. Egli, come l’ironica, vive con un dubbio costante riguardo alla validità dei suoi costrutti nucleari. È consapevole del fatto che ogni costrutto è solo un’interpretazione, influenzata dai costrutti nucleari del sistema ma anche co-determinata da contingenze storiche, culturali o di altro tipo, e, in ultima analisi, è conscio che non esiste alcuna meta-prospettiva in grado di sciogliere i suoi dubbi sulla veridicità di alcuna di esse. L’incertezza consegue al dover agire senza sapere se quell’azione è giustificata e, talvolta, vivere sapendo che in molti altri sistemi essa non lo è.

I criteri succitati non rappresentano in alcun modo il ritratto definitivo o completo di ciò a cui dovrebbe somigliare un soggetto costruttivista. Nel primo volume Kelly afferma che nel dare vita alla psicologia dei costrutti personali egli non intendeva fornire un modello della psicologia umana logicamente stretto e pienamente elaborato: il suo intento era piuttosto quello di fornire una teoria che costituisse un terreno fertile che potesse essere elaborato in direzioni diverse ed utilizzato creativamente in molti contesti. Allo stesso modo noi abbiamo qui proposto alcune caratteristiche di un soggetto che si costituisce nel corso di una psicoterapia costruttivista a lungo termine. Non assumiamo che esse forniscano un quadro completo, né l’unico possibile.

Se questo lavoro può servire come punto di partenza per un dialogo, come un’utile idea che generi nuove domande – più domande che risposte, speriamo! – allora esso ha raggiunto il suo obiettivo. La teoria costruttivista ci costringe a scrivere con piena consapevolezza della natura ipotetica del nostro teorizzare. In questo senso, quest’articolo è un invito a pensare al soggetto costruttivista come ad una sorta di ironico, ma non necessariamente come solo a quello.

 

7. Ripensando gli obiettivi della psicoterapia costruttivista

Utilizzando le idee postmoderne relative ai processi di creazione dei significati e alle relazioni di potere, abbiamo cominciato a guardare alla psicoterapia come ad un processo di costituzione del soggetto, in cui il terapeuta è un partecipante attivo e molto frequentemente l’unico partecipante consapevole. Abbiamo poi usato la visione di Richard Rorty dell’ironia per illustrare come potrebbe essere un soggetto costruttivista. Ora ci rivolgeremo alle nozioni minimaliste di Kelly relative alla psicoterapia e proporremo qualcosa di diverso come obiettivo di una terapia costruttivista a lungo termine. Proponiamo che la psicoterapia non si concluda solo con il sollievo dai problemi, ma anche con la costituzione del soggetto costruttivista.

L’ironica non è una persona senza problemi, non è del tutto sana mentalmente né necessariamente “normale”, qualsiasi cosa possiamo intendere con questa parola. È una persona fatta di carne e sangue con un sistema di costrutti imperfetto, un sistema che, come ogni altro, ha un campo di pertinenza limitato e, probabilmente, il suo insieme di difficili dilemmi implicativi. Comunque, l’ironica non ha bisogno di venire in terapia perché il suo vocabolario decisivo è quello di un terapeuta. Sa che i suoi problemi sono reali solo perché alcune proprietà del suo linguaggio danno loro esistenza e intraprende l’avventura di ridescrivere il suo vocabolario decisivo per estenderlo e ridefinirlo ed in questo modo bypassare i problemi che sorgono dai suoi attuali giochi linguistici. È il soggetto postmoderno per eccellenza. La sua meta-stabilità le dà la capacità di sostenere e fare fronte ai suoi stessi cambiamenti, la sua riflessività le consente di individuare le parti del suo sistema che in quel momento falliscono nel raggiungere l’obiettivo e altri aspetti della sua esperienza terapeutica le danno strumenti sufficienti per dare inizio al cambiamento nel momento in cui lo desidera. A questo punto, qualsiasi sia il contenuto dei suoi costrutti nucleari e qualsiasi sia il problema, avrà probabilmente gli strumenti, sia teorici che pratici, per farvi fronte senza uno psicoterapeuta. Non è quando i disturbi sono risolti che possiamo dire che la terapia è finita, ma quando il terapeuta diventa non più necessario. La nascita del soggetto costruttivista segna questo momento.

 

Bibliografia

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Kelly, G. A. (1955). The Psychology of Personal Constructs. New York: Norton.

Kelly, G. A. (1969). The Language of Hypotheses. In B. Maher (Ed.), Clinical Psychology and Personality: The Selected Papers of George Kelly (pp. 147-163). New York: Wiley.

Miletić, V. (2016). A prelude to an inquiry into the interplay of personal and social meanings: Freud, Kelly & Bauman. Personal Construct Theory & Practice, 13, 192-199.

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Shusterman, R. (1994). Pragmatism and Liberalism between Dewey and Rorty. Political Theory, 22(3), 391-413.

 

Note sugli autori

 

Vladimir Miletić

Association for Mental Health Promotion, Belgrado, Serbia.

vdmiletic@gmail.com

Vladimir Miletić, M. D., è uno psicoterapeuta che lavora a Belgrado ed è direttore della ricerca dell’Association for Mental Health Promotion. Ha pubblicato molti articoli nel campo dell’epidemiologia psichiatrica ed è co-curatore dell’Handbook of LGBT Psychology (2015). Dal 2015 insegna presso la Serbian Constructivist Association.

 

Dušan Stojnov

University of Belgrade, Belgrado, Serbia.

dusanstojnov@sbb.rs

Dušan Stojnov è professore presso la Facoltà di Psicologia dell’Università di Belgrado. Attualmente è membro dei comitati editoriali del Journal of Constructivist Psychology e della rivista on-line Personal Construct Theory & Practice. È stato un membro del comitato editoriale del Serbian Journal for Educational Research dal 1996 al 2010. E’ inoltre fondatore e, dal 1995 ad ora, presidente della Serbian Constructivist Association.

 

Note

  1. Ringraziamo gli editori della rivista Personal Construct Theory & Practice per aver gentilmente concesso la traduzione dell’articolo. L’originale è disponibile al link http: /www.pcp-net.org/journal/pctp17/miletic17.pdf. Miletić, V., Stojnov, D., (2017), The Dewey family reunion: Kelly’s man-the-scientist meets Rorty’s ironist. Personal Construct Theory & Practice, 14, 106-115.
  2. Nella letteratura PCP contemporanea la metafora dell’uomo-come-scienziato è solitamente sostituita, per ovvie ragioni, dalla metafora della persona-come-scienziato. Le parole originali di Kelly sono qui mantenute per evidenziare il contrasto con l’ironico di Rorty. Infatti, Rorty concepì il suo soggetto come femminile, in un gesto, da parte sua, senza dubbio sottilmente politico.
  3. N.d.T: La traduzione in italiano dei testi in cui Rorty parla del soggetto ironico usando il genere femminile è stata fatta tradizionalmente usando il genere maschile. In questa sede, poiché gli autori hanno voluto sottolineare la scelta di Rorty di usare una formulazione esplicitamente al femminile, abbiamo scelto di mantenere il femminile in tutto il seguire del testo, discostandoci dalle traduzioni tradizionali.