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Editoriale

Abstract

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In cui si edifica moralmente il Gentile Lettore a proposito di Marie Kondo, Fibonacci, Cyrano de Bergerac e di altri personaggi celebri del Costruttivismo (tipo: Calimero, il pulcino nero).

“Certo, supporre che un lettore della RIC abbia bisogno di essere ulteriormente edotto è offendere la sua sensibilità e cultura: già legge la RIC, cos’altro gli si può insegnare?” – queste le mie amare riflessioni, mentre mi accingevo a scrivere un editoriale che rendesse ancora più edotti i lettori della Rivista Italiana di Costruttivismo.

Che gli vuoi dire, a questi Costruttivisti? Hanno la teoria più potente, l’epistemologia più sapiente, i metodi più versatili di tutta la psicologia: non c’è partita… game, set, match.

Epperò…

Stranamente, per essere un sottotipo di Psicologo così eletto ed edotto, il Costruttivista medio vive spesso la cosiddetta “Sindrome dell’Impostore” (avete in mente? Ma sì, quella che vi colpisce quando il cliente vi dice: “Dottore, lei lo sa cosa fare nel mio caso, vero?”, e voi rispondete con nonchalance: “CertoComeNo”, mentre vi sentite morire dentro. Ecco, quella).

Quando si trova davanti ad un sottotipo di “Vero Psicologo” (chessò: un massiccio Cognitivo-Comportamentale armato di Skinner Box, uno psicoanalista con una lunga pipa…), lo Psicologo Costruttivista inizia ad alternare freneticamente dimostrazioni di alterigia a mimetizzazioni d’inferiorità.

Ponendosi sempre – in quell’angolino profondo della propria interiorità in cui non riuscirebbe a mettere ordine nemmeno Marie Kondo – la domanda di fondo: “Ma non è che hanno ragione loro e la mia epistemologia non sta in piedi? E non è che, fantozzianamente, più che sentirmi inferiore io sono inferiore?”.

Lo Psicologo Costruttivista, insomma, al momento del confronto con altre epistemologie anticipa spesso Minacce Epistemiche Nucleari.

Teme forse di scoprirsi Calimero (= piccolo e nero), incerto e incapace davanti all’apparente “scintillio epistemico” di un paradigma più “hard” del suo? E, quindi, alterna un rigido atteggiamento di superiorità paradigmatica ad un timore, mai sopito, di intrinseca fragilità epistemologica?

Certamente si sta scomodi se ci si sente sempre immersi in un “confronto permanente”; confronto che non può quindi che essere dicotomicamente polarizzato in un’alternanza “vinco-perdo”, “sono più forte-sono più fragile”, “valgo di più – valgo di meno”…

Insomma, è il dilemma dell’alternativa tra il Re Leone oppure Calimero. Come se ne esce?

La “via ortogonale”, che è sempre l’unico modo per sfuggire a dilemmi così impostati, la troviamo sulle spiagge del Mediterraneo, circa 800 anni fa (anche da altre parti, sia chiaro; ma volevo fare sfoggio di letture recenti).

Vi ricordate Fibonacci? Sì, quello dei numeri di Fibonacci (alle Medie lo avrete studiato: parlava di conigli che si accoppiano e si riproducono a ritmo velocissimo – tema che di solito a quell’età attiva l’interesse dei discenti).

Leonardo Fibonacci stava tra due mondi, senza essere a casa in nessuno. Ma il suo “saperci stare”, seppur sempre con un dubbio “ironico” à la Rorty, ha prodotto meraviglie.

Era il figlio di un commerciante pisano che fin dall’infanzia venne avviato all’allegra vita di Contabile: spedito a lezione di abaco e “algorismi” (così si chiamavano le procedure per far di conto) assieme agli altri rampolli della borghesia commerciale di Pisa, vedeva già la sua traiettoria esistenziale all’insegna entusiasmante della Partita Doppia e dello stare gobbo sui libri contabili alla luce di una candela.

Ma ecco che arriva l’imprevisto.

Babbo Bonacci (“Fibonacci” deriva da: “del Fu Bonacci”) prende il pargolo e lo porta con sé in un viaggio mercantile attraverso il Mediterraneo, sbarcando in Nord Africa. Il Babbo, da buon toscano, preferisce stare a bere vino nelle taverne dei porti algerini, e lascia incautamente al giovane ragioniere in erba ed al suo pallottoliere l’incarico di controllare i conti presentatigli dagli abili mercanti orientali.

Se a voi fa paura una Griglia di Repertorio, non avete visto come funzionavano gli algoritmi di conto a mano allora. Un tour de force faticoso e complicatissimo, senza la comoda notazione che abbiamo oggi. Immaginate: dovete sommare 1270 + 356. Ma in numeri romani. E scrivendo “si aggiunge MCCLXX all’addendo CCCLVI”. Adesso calcolate con l’abaco, e senza usare posizionamenti decimali. Poi ripetete per l’intera serie di somme. Poi lo rifate, ogni giorno. Per anni. A quel punto, di solito, si tende a sviluppare una Transizione di Aggressività verso l’uso di droghe e alcol.

Ma il giovane Leonardo, invece di darsi al vino e all’oppio, fa una scoperta. I commercianti arabi sono molto più rilassati, quando si arriva a far di conto: usano infatti tre concetti nuovi.

Un ingegnoso sistema posizionale; lo zero; una decina di strani segnetti che, si dice, arrivano dall’India (i numeri).

Messe insieme queste tre cose, si ottiene una situazione che rivoluziona il far di conto, rendendolo molto più facile e veloce. Fibonacci si esalta, impara in poco tempo ad usare il sistema “indiano” e quando si reimbarca per tornare a Pisa porta con sé quanto appreso dagli arabi.

Ma tutti i “maestri d’abaco” italiani, quando glielo presenta, lo guardano come se fosse matto: i numeri romani e i vecchi “algorismi” sono molto più noti, certi e diffusi! Si basano sull’evidenza matematica “vera”! Sono usati da millenni! Questa strana roba indiana è più un trucco di magia, gli spiegano pazienti.

Fibonacci passerà il resto della sua vita, alternando momenti di entusiasmo ad altri pieni di dubbi, a spiegare come l’approccio “arabo-indiano” sia efficace quanto e più delle vecchie tecniche; forse sentendosi sempre in dovere di dimostrare qualcosa, sempre con la Sindrome dell’Impostore…

Oggi, in tutto il mondo si usano i numeri portati dal figlio del “Fu Bonacci” e studiamo la matematica su un derivato del suo classico Liber Abaci.

Che c’entra quindi la storia di Fibonacci con noi?

Come ci ricorda l’articolo di Jankowicz, chiunque abbia mai interagito professionalmente con non-Costruttivisti (si spera tutti) si chiede spesso come ci si possa sentire (= quali processi di socialità si attivino) nel “presentare ricerca costruttivista ai non costruttivisti”. Come reagiranno gli Altri? Come mi percepiranno? Come devo presentarla? Sarò criticato? Mi capiranno?

Su questa sfida, si gioca il nostro grande Dilemma epistemologico ed identitario, e il nostro saper stare nel Dilemma con “ironia” e autoriflessività.

Questo tema è del resto parte di una lezione rivolta agli allievi dell’ICP del primo anno. Una lezione in cui proviamo a sfidare insieme le “Anticipazioni Calimere”, giungendo sempre alla riflessione che… è più facile presentare ricerca costruttivista ai non-costruttivisti (e ai non psicologi in particolare) di quanto ci si aspetti.

Smettiamo, noi per primi, di anticipare che l’approccio costruttivista possa o debba essere “costruito” come “più fragile” o “meno scientifico” (qualunque sia la nostra costruzione di “Scienza”), quando viene presentato a interlocutori di diverse posizioni epistemologiche; o – a maggior ragione – di diversi background scientifico-professionali (ingegneri, medici, geologi, etc.).

È più una nostra “costruzione”, che un dato oggettivo (e, scrivendo quest’ultimo concetto, ho ucciso almeno dieci costruttivisti nel mondo).

Ma nel nostro “So-Stare” in questo Dilemma, si fonda anche la possibilità di uscirne: “Stare tra le Culture” sembra fondamentale per uscire dalla polarizzazione (e ce lo racconta bene anche Harry Procter, nel suo articolo); ma, oserei dire, solo se lo si vive con allegra e guascona Aggressività, e non con il misto di Ostilità e Minaccia che caratterizza gli Psico-Calimeri.

Dovendo scegliere tra Calimero e Cyrano il Guascone, qui sulla RIC ci si vorrebbe allora schierare con il “Club dei Costruttivisti Guasconi”: ma per potervi accedere si deve praticare irriverenza, ironia (nel senso rortyano) e rigore (auto)riflessivo – come ci ricordano nella loro interessante analisi Miletić e Stojnov.

Insomma, numero ricco, questo della RIC.

Numero che ci parla, in un senso profondo, della nostra identità epistemologica e del nostro modo di confrontarci – internamente ed esternamente – con l’Altro da noi. Un numero su cui, quindi, riflettere molto personalmente!

#MarieKondoCeSpicciaICostrutti