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Le elezioni politiche italiane del 2018: la Lega e la costruzione di una narrativa fondata sulla minaccia

2018 Italian political elections: Lega and the construction of a threat narrative

di

Francesca Del Rizzo

Institute of Constructivist Psychology

Abstract

La Lega è un partito politico italiano che ha avuto un ruolo cruciale nelle più recenti elezioni politiche svoltesi in Italia, affermandosi come il terzo partito nel paese ed il primo al Nord. Attraverso una lettura basata sulla Psicologia dei Costrutti Personali di Kelly (1955), in questo articolo si ipotizza che ciò che ha permesso alla Lega di Salvini di ottenere questo grande consenso sia stata la costruzione di una narrazione basata sulla minaccia. Questa ipotesi viene poi messa alla prova tramite un’analisi dei costrutti emergenti dalla lettura degli slogan utilizzati dal partito nel corso della campagna elettorale. Infine, vengono svolte alcune riflessioni sulle costruzioni attraverso cui molte persone del Nord Italia leggono la situazione attuale del paese.

Lega is an Italian party that had a major role in recent political elections in Italy. It came out as the third party in the country and the first in the North. By means of a Personal Construct Psychology (Kelly, 1955) perspective, in this paper I will ipothesize that Salvini’s Lega conquered the vote of so many Italians thanks to rhetoric of threat. This hypothesis is tested by means of the analysis of the constructs emerging from the election campaign main slogans. Eventually some reflections are made on the constructs used by many of the persons living in the North of Italy to read the current situation of the country.

Keywords:
Psicologia dei Costrutti Personali, Lega Nord, campagna elettorale, comunicazione politica, transizione di minaccia | Personal Construct Psychology, Lega Nord, election campaign, political communication, threat transition
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1. Introduzione

La recente crescita dei consensi a favore della Lega nel Nord Italia mi ha turbato e mi turba.

Nel corso della campagna elettorale del 2018 ho visto e sentito un crescente sentimento di ostilità e di rigidità nella comunicazione del partito. Dal mio piccolo paese del Friuli Venezia Giulia mi sono sentita spettatrice della costruzione di una visione monolitica, forte e dominante: era (ed è) come se solo un unico pensiero fosse possibile, esprimibile e giusto, un unico modo di vedere la “realtà” consentito. Devo ammettere di essermi sentita preoccupata e, in qualche modo, paralizzata.

Dopo le elezioni e con i dati in mano, ho deciso di provare a capire meglio cosa stesse succedendo alla mia regione ed al mio paese, cominciando ad indagare più attentamente cosa rendesse i messaggi e gli slogan della Lega così attraenti e convincenti. Il mio obiettivo era comprendere la sua narrativa ed i costrutti principali utilizzati per rappresentare la realtà e canalizzare in essa le sue azioni politiche. Ho seguito le indicazioni di Bannister (1979), “dal momento che le teorie politiche sono costruzioni, possiamo vedere che luce gettiamo su di esse guardandole attraverso il punto di vista della Psicologia dei Costrutti Personali” (p. 23, tda).

Dopo qualche riflessione ho ipotizzato che la Lega avesse vinto le elezioni favorendo, almeno in una parte dell’elettorato, una transizione di minaccia. Secondo Kelly (1991), la minaccia è la consapevolezza, da parte di una persona, di un ampio ed imminente cambiamento nelle sue costruzioni nucleari, nelle dimensioni di significato che costituiscono il fondamento del suo essere al mondo. Ipotizzo, infatti, che il messaggio profondo del partito sia: il nostro paese sta già cambiando negativamente e sta per andare incontro a cambiamenti ancora più ampi e negativi, a causa dei quali anche la vita di ciascuno di noi è in pericolo, ma Salvini fermerà tutto ciò ed eviterà il peggio.

In questo articolo illustro come ho cercato di mettere alla prova questa mia ipotesi e quali riflessioni ho poi fatto sulla base delle mie analisi. Nei paragrafi che seguono, quindi, delineo brevemente il percorso che ha condotto alle elezioni del 2018 e ne mostro i risultati. Proseguo tracciando il profilo politico della Lega ed il suo programma e poi analizzando gli slogan della campagna elettorale. Infine, concludo riflettendo sugli elementi evidenziati.

 

2. Dalle elezioni del 2013 alle elezioni del 2018

Nelle elezioni politiche del 2013 nessuno degli schieramenti politici principali – il centro-destra guidato da Silvio Berlusconi, il centro-sinistra guidato da Pier Luigi Bersani e il Movimento Cinque Stelle (M5S) – ottenne la maggioranza dei seggi in parlamento. Alla fine, dopo la rielezione di Sergio Napolitano a Presidente della Repubblica, Enrico Letta, Deputato PD, ricevette il compito di formare un governo di coalizione che comprese anche membri del Popolo delle Libertà (PdL) di Berlusconi, di Scelta Civica (SC) e dell’Unione di Centro (UdC).

A seguito dell’elezione, nel dicembre 2013, di Matteo Renzi a segretario del PD, le tensioni nel governo crebbero, culminando nelle dimissioni di Letta nel febbraio del 2014 e nella formazione di un nuovo governo guidato da Renzi. Nel corso del suo governo Renzi dovette fronteggiare un imponente flusso di immigrazione clandestina diretta alle coste d’Italia. La gestione del fenomeno attirò le critiche del M5S, di FI e della Lega Nord (LN) e causò un calo di popolarità per Renzi.

Nel dicembre 2016 un referendum respinse la riforma costituzionale proposta dal governo Renzi e, a seguito della sconfitta, il Primo Ministro si dimise e venne sostituito da un altro democratico: Paolo Gentiloni, già Ministro degli Esteri.

Nel maggio del 2017, Matteo Salvini venne rieletto segretario della LN e rilanciò la sua proposta politica fondandola sull’euroscetticismo e su una netta opposizione all’immigrazione clandestina. Il suo obiettivo era anche quello di trasformare la LN in un partito nazionale, o meglio, nazionalista e questo divenne particolarmente evidente a dicembre quando la LN, in vista delle elezioni del 4 marzo 2018, presentò il suo nuovo logo elettorale, che non comprendeva la parola “Nord”.

 

3. Il programma politico della Lega

Storicamente la Lega Nord è un partito che raccoglie consensi principalmente nel Nord Italia, fra i lavoratori ma soprattutto fra la borghesia, consensi che in passato si coagulavano attorno ad un senso di opposizione nei confronti sia delle forze potenti del capitale, sia di uno stato centralistico che redistribuisce le risorse del Nord verso il Sud (Biorcio, 2003). Il programma politico originario, dettato da Umberto Bossi, prevedeva la trasformazione del paese in uno stato federale, il federalismo fiscale ed una maggiore autonomia regionale, in particolare per le regioni settentrionali. Questa spinta al decentramento giungeva a chiedere la secessione del Nord, chiamato “Padania”, sulla base di un nazionalismo “padano”. All’interno della Lega si sosteneva infatti che esistesse il “popolo del Nord”, distinto dal resto delle genti italiche sulla base delle sue radici storiche e di specifiche caratteristiche linguistiche e culturali (Oneto, 1997).

Con l’elezione a segretario di Matteo Salvini nel 2013, la Lega ha abbandonato il progetto secessionista ed imposto una linea politica nazionalista e sovranista.

Nella Lega di oggi l’indipendentismo ha lasciato il passo al sovranismo e ai temi classici della destra nazionalista: lotta alla mondializzazione, all’immigrazione, all’Europa della moneta unica, all’idea stessa di ‘democrazia pluralista’ (Habermas, 1981) sostenuta dal pensiero liberale (Passarelli & Tuorto, 2018, p. 26).

La Lega è inoltre una formazione politica tendenzialmente conservatrice sui temi sociali come l’aborto, l’eutanasia, la ricerca medica sulle cellule embrionali, l’inseminazione artificiale, il matrimonio fra persone dello stesso sesso e l’uso di droghe. Assume posizioni dure nei confronti della criminalità e del terrorismo. Si oppone allo statalismo e propone l’abbassamento delle tasse, sia per le famiglie che per le piccole imprese (Panebianco, 1993). Come già accennato, critica aspramente l’Unione Europea che considera una sorta di superstato iperburocratico che non sostiene né supporta le istanze di sviluppo dei singoli paesi e che minaccia, a suo dire, la sovranità nazionale (Brunazzo & Gilbert, 2017).

Alle elezioni del 2018 la Lega si è presentata come parte della coalizione di centro-destra con un programma condiviso la cui proposta principale era l’introduzione di una flat tax (un’unica aliquota fiscale) al 15%. Nel suo programma, la Lega, oltre ad esprimersi sui temi sopra accennati, proponeva anche l’abolizione della riforma sulle pensioni, detta “Riforma Fornero”, lo stralcio delle cartelle esattoriali dei contribuenti in difficoltà, lo smantellamento di Equitalia, l’abolizione del limite nell’uso del denaro contante per i pagamenti, la regolarizzazione della prostituzione.

 

4. Il populismo della Lega

La Lega può essere definita un partito populista nella misura in cui sia “tratto tipico del populismo l’enfasi sulla dicotomia noi/loro, sulle virtù del popolo e le nefandezze dei poteri forti, di burocrazie talmente distanti dal cittadino comune da far risaltare demagogicamente la professata irresponsabilità di tali istituzioni” (Passarelli & Tuorto, 2018, p. 33). O, come scrivono Brunazzo e Gilbert (2017):

se un movimento politico ha una comprensione del mondo nettamente manicheistica e ritrae la sua missione politica come una crociata contro una imminente catastrofe, crociata in cui i bravi ragazzi ed i cattivi ragazzi sono nettamente distinti, puoi appiccicargli l’etichetta di populista. (p. 636, tda).

Gli autori individuano tuttavia una differenza sostanziale fra il populismo della Lega di Bossi ed il populismo della Lega di Salvini. Definiscono infatti quest’ultimo insurrezionale, seguendo alcune riflessioni di Matteucci (2008) sul movimento sessantottino. Un partito populista insurrezionale “coniuga il tradizionale appello alle virtù del popolo contro le élites corrotte, con una chiacchiera superficiale” (Brunazzo & Gilbert, 2017, p. 626, traduzione mia). Il populismo insurrezionale rappresenta un tentativo di sfuggire alla complessità ed è “il sintomo di una società che ha perso la bussola e preferisce la chiacchiera ai compromessi del governare o alla dura fatica del gestire i momenti difficili. È una politica dell’effimero/transitorio, della soluzione impulsiva, dello slogan” (ibidem, pp. 637-638, traduzione mia).

 

5. I risultati delle elezioni

La coalizione di centro-destra ha vinto le elezioni, ma senza raggiungere la maggioranza della rappresentanza parlamentare necessaria a formare un governo. La Lega si è affermata come il partito più forte al Nord, raccogliendo tuttavia consensi consistenti anche in zone precedentemente democratiche a Nord di Roma e diventando il terzo partito nel paese. Inoltre, osservando le differenze fra le percentuali di voto delle elezioni del 2013 e quelle del 2018, si può osservare come la Lega sia il reale vincitore dell’ultima tornata elettorale (Tabella 1).

 

Partito Camera Senato
2013 2018 Δ 2013 2018
Partito Democratico 25,42 18,72 -6,7 27,43 17,62
Forza Italia 21,56 14,01 -7,55 22,3 14,42
Lega 4,08 17,37 13,29 4,33 17,62
Fratelli d’Italia 1,95 4,35 2,4 1,92 4,26
Movimento 5 Stelle 25,55 32,68 7,13 23,79 32,22

Tabella 1. I risultati delle elezioni italiane del 2018 (fonte Ministero dell’Interno).

 

6. Questa ricerca: il metodo

Per mettere alla prova l’ipotesi che la Lega avesse vinto le elezioni favorendo, almeno in una parte dell’elettorato, una transizione di minaccia, ho deciso di analizzare gli slogan principali della sua campagna elettorale, quelli che i cittadini potevano leggere sui poster affissi sui muri e nelle immagini postate sulla pagina Facebook o sul sito del partito. Ho limitato la mia indagine a questo tipo di comunicazione perché ciò che maggiormente mi interessava erano i messaggi più accessibili e popolari, i più semplici. Quelli fatti per essere ricordati. Ho quindi raccolto gli slogan principali ed ho tentato di esplicitarne i costrutti. Secondo Kelly (1991), il costrutto è una discriminazione, l’unità minima che ci consente di dare significato ed anticipare la nostra esperienza. Il costrutto, così come da lui postulato, è dicotomico, ha cioè due poli, chiamati polo emergente e polo di contrasto, e fa parte di un sistema organizzato di costrutti, che è la persona, in cui i costrutti stessi sono fra loro legati in modo coerente ed ordinato.

La narrativa leghista non può essere considerata un sistema di costrutti come lo è la persona, ma può essere vista, ed io scelgo di vederla in questo modo, come un insieme organizzato di costrutti dotato di senso ed analizzabile a vari livelli di astrazione e sovraordinazione/subordinazione. Bannister (2003) afferma: “le teorie politiche sono forme particolari di costruzione e possiamo esaminare le specifiche bipolarità dei costrutti politici, tenere in considerazione la loro funzione di controllo ed il modo in cui governano le nostre anticipazioni” (pp. 183-184, tda).

Nella mia analisi degli slogan leghisti ho cercato, appunto, di evidenziare poli emergenti e poli di contrasto e, quando possibile, di esplicitare legami fra vari costrutti. Mi rendo conto che utilizzare etichette linguistiche per evincere costrutti può sembrare scorretto, poiché il costrutto non è l’etichetta verbale con cui lo denominiamo, ma è, appunto, una discriminazione, un’azione di attribuzione di significato. Di fatto non avrei potuto compiere questa operazione ermeneutica se non utilizzando i miei personali costrutti, e quindi facendo appello alla comunanza nella costruzione di senso che immagino di condividere con i miei connazionali. Quanto emerso rimane tuttavia, come è inevitabile, una mia personale costruzione di significato.

Nel corso dell’analisi che ho compiuto non mi è sempre stato possibile arrivare ad una chiara esplicitazione delle dimensioni di significato presenti e dei loro legami, ma mi è parso che le domande che sono rimaste aperte siano tanto interessanti quanto quelle per le quali mi sembra di aver potuto trovare una risposta.

 

7. La mia costruzione dei costrutti presenti negli slogan della Lega

 

Salvini premier – La rivoluzione del buonsenso

Si tratta del titolo e del sottotitolo della campagna elettorale del partito. Tutta la campagna della Lega si è accentrata attorno alla figura di Salvini che, come candidato premier, si proponeva alla guida del paese e che ha monopolizzato la comunicazione in particolare attraverso i social media (Tabella 2).

Con il termine buonsenso (quale è il polo di contrasto? Il dizionario Treccani suggerisce come contrari possibili avventatezza, dissennatezza, scellerataggine, sconsideratezza…) suppongo che la Lega stia dicendo che tutto ciò che seguirà sarà ragionevole, sensato. Ovviamente, dichiarare che ciò che il partito farà sarà una rivoluzione basata sul buon senso implica suggerire che al momento della campagna elettorale l’Italia sia guidata da qualcosa che non è buonsenso, ma, probabilmente, il suo polo di contrasto.

 

Leader Indice di mobilitazione social
Salvini 90,5
Di Maio 64
Renzi 50,2
Meloni 41,6
Berlusconi 35,3
Grasso 21
Bonino 9,6

Tabella 2. Indice di mobilitazione social dei leader politici nella campagna elettorale 2018 (Fonte IPOS e TWIG, 2018). Indice basato su KPI (Key Performance Indicators) riguardanti le dimensioni positive dell’interazione – like, crescita settimanale dei fan e fan-base – relativi agli account Facebook e Twitter; valori 0-100.

 

Prima gli Italiani

Questo è lo slogan principale della campagna elettorale. Esaminandolo possiamo chiederci: chi sono gli Italiani? E poi, qual è il polo di contrasto di Italiani? Non-Italiani? Europei? Il resto del mondo?

Inoltre, se gli Italiani devono essere prima, significa che c’è una competizione? Un ordine di rango? E se un ordine di rango ci fosse, quale sarebbe il criterio di ordinamento?

Ed ancora, se la Lega vuole mettere prima gli Italiani, c’è forse qualche partito politico che li vuole mettere non prima?

 

Stop invasione

Se vediamo invasione come il polo emergente di un possibile costrutto, quale potrebbe essere il polo di contrasto?

Non viene detto chi siano gli invasori, ma si sostiene che ci sia un’invasione e che la Lega vi porrà termine. Il termine invasione mi sembra veicolare un significato abbastanza univocamente negativo: essa rimanda ad una situazione in cui i confini non sono sicuri e il nemico è alle porte, o le ha già varcate. L’ultima invasione nella storia del paese è quella subita da parte della Germania nazista nel corso della Seconda Guerra Mondiale. E in quel momento l’Italia era in guerra. Quindi: ora, l’Italia è in guerra?

Mi sembra che non esplicitare chi siano gli invasori sia una precisa scelta retorica: spesso, secondo le regole della pragmatica della comunicazione (Jackendoff, 1972; Grice, 1975), se non esplicitiamo delle informazioni è perché esse sono già perfettamente note a tutti. Portando a chiusura questo mio sillogismo, mi sembra di poter concludere che il non dire chi siano i supposti invasori renda ancora più reale il loro essere invasori e pertanto nemici. Assodata quindi la presenza di un’invasione[1], la Lega assicura che la fermerà e suggerisce che gli altri partiti invece non lo faranno.

 

Schiavi dell’Europa? No grazie!

Questo slogan dipinge l’Europa come una sorta di padrona e gli Italiani come suoi schiavi. La Lega rifiuterà questo dominio e, secondo questa metafora, libererà gli Italiani dal potere dell’Europa. Nonostante l’Italia abbia liberamente aderito ai trattati europei ed i suoi rappresentanti siano più che presenti in seno alle istituzioni europee (peraltro lo stesso Salvini è parlamentare europeo), si suggerisce che il potere esercitato dall’Europa non sia un potere democratico ma tirannico, un potere di cui ci si deve liberare.

 

Pace fiscale

Questo slogan mi sembra implicare che al momento della campagna elettorale ci sia una guerra fiscale, ma una guerra fra chi? Non mi sembra ci si riferisca ad una guerra fra chi paga le tasse e chi non le paga. Credo di poter ipotizzare, invece, che in questa supposta guerra gli attori in campo siano lo Stato – il governo in carica nel momento in cui si svolgono le elezioni – e, in generale, i cittadini, vittime della pressione fiscale. Ipotizzo anche che non dare un nome ai belligeranti sia conseguenza di una scelta precisa. In Italia l’elusione e l’evasione fiscale sono ampiamente diffuse e, in un certo senso, è vero che lo Stato è in guerra contro gli evasori. L’ambiguità dello slogan può quindi essere strategica: ogni cittadino può scegliere di interpretarlo in maniera coerente con la propria situazione fiscale. Poiché la Lega fermerà questa guerra, se sono evasori anticiperanno che non dovranno più corrispondere allo Stato ciò che gli è dovuto, se sono onesti contribuenti anticiperanno che pagheranno meno tasse.

 

Riprendiamoci la nostra Italia

Il presupposto indimostrato che mi sembra essere alla base di questo slogan è che gli italiani hanno perso il loro paese: non sono più “padroni in casa propria”. Ma chi ha preso il paese?

Utilizzare l’aggettivo possessivo nostra implica sottolineare una costruzione, appunto, possessiva del paese: il paese appartiene a noi. Ma chi sono le persone che formano questo noi? E quale è il polo di contrasto di noi? Da quali persone è formato? Il “nemico”, il supposto “ladro”, è interno? È esterno?

Anche qui mi sembra si giochi sull’ambiguità di una costruzione che può solleticare sia una contrapposizione fra parti politiche, che fra l’Italia e gli organismi sovranazionali, che fra gli italiani e gli stranieri.

 

Legittima difesa sempre!

Qual è il polo di contrasto di legittima difesa?

Anche questo slogan mi sembra volutamente ambiguo. Significa che i cittadini hanno sempre il diritto di difendersi ma solo in modo legittimo o significa che ogni difesa è sempre legittima? In altri termini: legittima difesa vs illegittima difesa o (legittima) difesa vs. non difesa? Se la prima interpretazione può sembrare banale, in quanto il diritto di difesa viene già garantito dall’attuale legislazione, la seconda porta ad una lettura veramente estrema. Ipotizzo che in questo caso la lassità del costrutto utilizzato – Kelly (1955) definisce lasso un costrutto che conduce a previsioni variabili – possa essere anche un modo per alleggerire le implicazioni del messaggio veicolato dallo slogan.

In ogni caso difesa può essere ulteriormente considerata il polo di contrasto di attacco, ed è un termine che ancora suggerisce la presenza di un conflitto, una guerra.

 

Meno buonismo, più giustizia!

Questo slogan potrebbe forse essere visto come la conclusione del precedente. Giustizia e buonismo sembrano configurarsi come i poli del costrutto. Mi sembra si suggerisca che ora i criminali non siano puniti per le loro azioni, mentre con la Lega verrà finalmente fatta giustizia.

Appare interessante ai miei occhi l’uso del termine buonismo in contrapposizione a giustizia. Il suo significato sembra piuttosto vago. Il dizionario Treccani (2019) lo definisce come:

ostentazione di buoni sentimenti, di tolleranza e benevolenza verso gli avversari, o nei riguardi di un avversario, specialmente da parte di un uomo politico; è termine di recente introduzione ma di larga diffusione nel linguaggio giornalistico, per lo più con riferimento a determinati personaggi della vita politica.

Tuttavia, sostiene Bianchi (2017), “l’uso estensivo che se ne fa oggi ricomprende tutto – e quindi, beh, non ricomprende un bel niente”. Utilizzato, negli ultimi anni ’90, per connotare negativamente chi vuol vedere rispettati i diritti di ciascuno, incluse le donne; chi non ributterebbe a mare quelli che cercano di emigrare in Italia, non li ammazzerebbe tutti indiscriminatamente e non li ricaccerebbe a morir di fame al loro Paese; chi ritiene che la società abbia dei doveri verso i cittadini svantaggiati; chi non terrebbe i detenuti sempre incatenati nelle loro celle, in violazione delle leggi vigenti; chi ama e protegge gli animali; chi detesta il motto ‘chi è causa del suo mal pianga se stesso’; chi vorrebbe salvare il nostro ambiente dalla devastazione e dall’inquinamento; chi per delicatezza non dice ‘storpi, ciechi, muti, mongoloidi’ eccetera; chi ha compassione per le persone nei guai e pensa che debbano essere aiutate, non giudicate (Tornabuoni, 2003), ora viene soprattutto riferito ad “idee e atteggiamenti (di sinistra) ritenuti (da destra) vaghi ed ipocriti in relazione ai fenomeni migratori” (Faloppa, 2015).

Naturalmente contrapporre giustizia a buonismo ne sottolinea ulteriormente la connotazione negativa. In questa contrapposizione anche il significato di giustizia subisce una traslazione per cui sembrerebbe poter essere considerato giusto anche ciò che in parte può violare principi generali e leggi nazionali ed internazionali.

 

Diamo ai nostri figli la certezza di un futuro migliore

Il futuro migliore a cui lo slogan si riferisce potrebbe essere il polo di contrasto di presente peggiore o di futuro peggiore.

L’uso della parola certezza richiama implicitamente i suoi possibili poli di contrasto: incertezza, insicurezza. In questo modo il messaggio suggerito è che, senza la Lega al potere, per i nostri figli il futuro sarà peggiore, o, nel migliore dei casi, incerto.

Le parole ai nostri figli sono sottolineate ed ipotizzo che ciò abbia lo scopo di suggerire che la Lega non ha l’obiettivo di costruire un futuro migliore per i figli di tutti ma solo per i nostri figli. Quale è il polo di contrasto di nostri figli? Di chi sono i figli che vengono esclusi da questo futuro migliore?

 

8. Riflessioni

 

8.1 La narrazione leghista dal punto di vista della Psicologia dei Costrutti Personali.

Mi sembra che gli slogan che ho cercato di comprendere suggeriscano, nel loro insieme, la metafora di un paese in guerra. I nemici stanno tentando di invadere o dominare il paese o sabotarlo dall’interno. Salvini, il leader del partito, viene dipinto come l’eroe che sconfiggerà tutti i nemici, li caccerà fuori e ripristinerà la pace e la prospettiva di un futuro migliore[2]. Forse non è un caso che sia chiamato “il Capitano” dai suoi seguaci e dai suoi follower.

Le metafore, come sostengono Lakoff e Johnson (1980, ma vedi anche Mair, 1977), sono fondamentali nella costruzione della realtà e nel canalizzare in essa azioni congruenti e proporzionali all’universo di significato evocato: ad esempio, se siamo effettivamente in guerra è giustificata l’adozione di provvedimenti “militari”, come, nel caso dei migranti, il blocco navale e la chiusura dei porti (Pregliasco, 2019).

Penso che l’immagine di un paese in guerra possa essere, per un cittadino, una delle più minacciose, in senso propriamente kelliano. L’anticipazione di una guerra può certo favorire anche una transizione[3] d’ansia, per il tasso di imprevedibilità che un evento così drammatico porta con sé: secondo Kelly, infatti, l’ansia è la transizione corrispondente alla consapevolezza che gli eventi che stiamo per fronteggiare si collocano al di fuori del campo di pertinenza dei nostri costrutti. All’ansia si accompagna tuttavia una transizione di minaccia che mi sembra prevalere perché, per quanto possa essere lassa la costruzione che i cittadini del paese possono avere della guerra, essa consente comunque alcune anticipazioni. È precisamente su quelle anticipazioni che la Lega fa leva per alimentare l’idea di un eventuale futuro in cui gli italiani possono perdere potere, sicurezza, certezza ed identità. La guerra è infatti un evento estremo, una questione di vita e di morte.

Secondo la Terror Management Theory (Greenberg, Pyszczynski, & Solomon, 1986):

ricordare alle persone la loro mortalità aumenta in loro il bisogno di aver fiducia nella visione del mondo propria della loro cultura, e, di conseguenza, conduce a valutazioni maggiormente positive per le persone e le idee che sostengono quella visione e a valutazioni più negative nei confronti delle persone e delle idee che la minacciano (difesa della visione del mondo). (p. 837, tda)

Quelle che gli autori definiscono “reazioni difensive ai pensieri di morte” (Pyszczynski, Greenberg, & Solomon, 1999) includono (Greenberg et al., 1986) “la prescrizione di punizioni più dure nei confronti dei trasgressori della morale, il diventare più ostili nei confronti degli “altri” (outgroups), l’esagerare il consenso sociale a favore dei propri atteggiamenti” (p. 837, tda).

Stojnov (2003), in una prospettiva costruttivista, scrive che:

quando sono minacciate, le persone solitamente non costruiscono in modo proposizionale[4] o rimangono aperte alla revisione. Hanno bisogno di avere un minimo di controllo sugli elementi che costruiscono. La prelazione sembra l’unica opzione rimasta, e l’ostilità è dietro l’angolo. Ciò porta a costruire il ‘nemico’ come ostile, minaccioso e nient’altro che pericoloso. E da questo pericolo noi ci dobbiamo difendere. (p. 174, tda)

In uno scenario simile chi ci può difendere dalla minaccia può essere proprio un “uomo d’azione”:

colui che tende a vedere le cose in un modo che agli altri può apparire ipersemplificato. Riduce tutte le possibili alternative ai termini di una questione dicotomica e poi fa la sua scelta fra le due uniche alternative che si permette di percepire. Tuttavia, poiché tende a farlo in tempi di emergenza, può, in queste occasioni, essere accettato come leader dai suoi compagni. (Kelly, 1991, p. 380, tda)

Questa descrizione potrebbe attagliarsi alla figura ed al ruolo che Salvini ha scelto per sé, come sembra dimostrare l’appellativo di “Capitano” ed il ruolo di unico portavoce del pensiero del suo partito.

Possiamo quindi ipotizzare che la metafora della guerra evocata dalla Lega intercetti transizioni di minaccia e di ansia in qualche modo presenti nell’elettorato, che dia loro un nome, un significato ed un riconoscimento e che canalizzi un ambito di possibili soluzioni tutto sommato apparentemente semplici e lineari. La mia impressione è che questo sia segnale di un profondo cambiamento nelle modalità con cui una fetta importante dei cittadini italiani costruisce se stessa, la propria situazione ed anche l’Altro. Nel prossimo paragrafo cercherò di dare una lettura di questo cambiamento.

 

8.2 Il cambiamento del Nord Italia visto attraverso lo sguardo di Kelly

La costruzione che la Lega coltiva del presente e del futuro dell’Italia sembra aver sedotto soprattutto le regioni più ricche d’Italia, là dove la qualità della vita è comunque molto buona, e la disoccupazione e i tassi di criminalità sono inferiori (Tabella 3, vedi anche Passarelli e Tuorto, 2018).

 

Collegi Elettorali Percentuale di voto 2018
Friuli Venezia Giulia 25,8
Veneto 1 31,94
Veneto 2 32,31
Trentino Alto Adige 19,2
Emilia Romagna 19,2
Lombardia 1 22,08
Lombardia 2 31,93
Lombardia 3 34,33
Lombardia 4 28,29
Liguria 19,91
Piemonte 1 19,17
Piemonte 2 26,33
Valle d’Aosta 17,45

Tabella 3. Percentuali di voto della Lega al Nord Italia – politiche 2018 (percentuale nazionale 17,69).

 

In passato, negli anni che precedevano tangentopoli, queste regioni hanno votato principalmente Democrazia Cristiana, un grande partito di centro, ed in seguito Forza Italia, un partito di centro-destra. La Democrazia Cristiana era un partito dichiaratamente cattolico: i suoi presupposti ed i suoi valori erano chiaramente ispirati alla dottrina sociale della Chiesa Cattolica. L’idea di società che canalizzava le sue politiche era quella di una comunità di persone unite da vincoli di fraternità e solidarietà.

Forza Italia, fondata da Silvio Berlusconi, era un partito liberale e conservatore ispirato ad una filosofia manageriale, la sua idea di società in qualche modo si rifaceva alla metafora dell’industria: i suoi valori fondamentali erano la “libertà” e la “centralità dell’individuo” (Moroni, 2008).

Alle ultime elezioni, nelle regioni del Nord, una percentuale di persone che va dal 25 al 30% ha votato Lega e le analisi statistiche di flussi elettorali dimostrano come sia proprio dal bacino di centro-destra che il partito ha raccolto i maggiori consensi (Passarelli & Tuorto, 2012a; Vignati, 2018). Inoltre, nella letteratura specializzata è ampiamente documentata la relazione tra voto alla Lega e voto alla DC (Biorcio & Vitale, 2011; Diamanti, 1993; 2003; Passarelli & Tuorto, 2012b; 2012c). Votano Lega nella stessa misura uomini e donne, tendenzialmente di mezza età (l’età media si attesta attorno ai 48-50 anni), principalmente attivi nel mondo del lavoro (70%) ed in una fase di maturità di carriera.

L’elettore tipo che vota Lega è un cinquantenne relativamente sicuro del suo posto (la disoccupazione o la precarietà non sono in cima ai suoi problemi, nella maggioranza dei casi) e si può ipotizzare che sia preoccupato più per la possibile perdita di potere d’acquisto del suo salario presente (o della pensione futura). (Passarelli & Tuorto, 2018, p. 86)

Come ho già argomentato, la Lega si configura come un partito populista di destra i cui presupposti sono la contrapposizione fra “noi” e “loro” (una volta gli Italiani delle regioni del Sud, ora principalmente gli immigrati e le élites), la costruzione di “loro” come nemici, e l’idea che per vivere bene dobbiamo difendere il nostro stile di vita, la nostra ricchezza e la nostra cultura dagli ‘attacchi’ di altre popolazioni e culture.

Nel giugno del 1960, Kelly (1996) partì per un viaggio in molti paesi del mondo che, come egli scrisse, lo portò a confrontarsi con persone di 37 stati diversi. L’obiettivo di questo viaggio era quello di esplicitare le “international decision matrix”, le dimensioni di significato e di azione lungo le quali si muovevano i paesi visitati. Venne anche in Europa e gli parve di individuare, attraverso le interviste fatte ed attraverso la sua prospettiva di statunitense, dimensioni di significato come Umanitarismo vs. Opportunismo ed Idee vs. Ricchezza (ibidem, pp. 39-40). Il primo costrutto, che chiamava anche “scandinavo” – in quanto emerso dal confronto con Danesi, Finlandesi, Norvegesi, Svedesi ed Islandesi – si riferiva alla scelta, operata da questi popoli, di assumersi, come comunità, la responsabilità del benessere dei singoli e quindi di farsi carico dei loro bisogni primari. Essa veniva contrapposta a quella operata dal popolo statunitense, la cui cultura vedeva ogni condizione di debolezza – essere nero, povero, ammalato, orfano (ibidem, p. 36) – come il risultato di un fallimento individuale di cui la società non doveva farsi carico.

La seconda dimensione, cui Kelly si riferisce anche come Idealismo vs. Materialismo, si riferisce alla costruzione di una differenza fra due momenti della storia tedesca: il prima ed il dopo della Seconda Guerra Mondiale. Agli occhi di Kelly, le invalidazioni delle anticipazioni di gloria e ricchezza fondate sull’idealismo tedesco, anticipazioni che avevano condotto la Germania al nazismo, allo scontro bellico ed alla sconfitta, erano state seguite da un cambiamento per contrasto: il perseguimento della ricchezza materiale (secondo il modello americano).

Se provassimo ad utilizzare la griglia di lettura costruita da Kelly per leggere quanto accaduto nel corso degli ultimi anni nel nostro paese, potremmo dire che una parte considerevole della popolazione del Nord Italia sembrerebbe essere passata dal polo Umanitarismo al polo Opportunismo del cosiddetto costrutto scandinavo. Sembrerebbe essere cioè transitata dalla costruzione di una condizione di bisogno dell’altro come “problema anche nostro” a “problema solo suo”. Inoltre potremmo vederla collocata sul polo Materialismo del “costrutto tedesco”: impegnata cioè a massimizzare la sua ricchezza piuttosto che a perseguire degli ideali.

Credo inoltre di poter ipotizzare che negli ultimi 40 anni ci sia stato un cambiamento anche nella costruzione dell’Altro. Se, in una cultura di matrice cristiana, l’Altro è sempre “il prossimo”, cioè chi è vicino a me, simile a me, come me e, quindi, nei suoi confronti è corretto l’atteggiamento del buon Samaritano, in questo momento, per la Lega, l’Altro sembra non essere più “il prossimo”. Il prossimo è chi condivide la mia cultura, le mie regole, il mio punto di vista, la mia verità. L’Altro è invece chi la pensa in maniera diversa, chi mette in discussione – anche con il suo semplice esistere – i miei valori, le mie priorità, la legittimità delle mie scelte. Alla luce di ciò credo possa essere utile prendere in considerazione un terzo costrutto: Sottolineare le differenze culturali vs. Accettare l’evoluzione e la mescolanza delle culture. Si tratta di un costrutto proposto da Ray Evans (Cummins, 2003, p. 56) per leggere la cultura europea puntando lo sguardo sulla questione dell’identità nazionale. La creazione della Comunità Europea, e quindi di un’identità europea, interpella il sentimento di identità nazionale dei singoli paesi. Potremmo vedere come le risposte a tale interrogazione si collochino lungo il costrutto di Evans: da una parte gli sforzi di ribadire i confini e la specificità nazionale (si vedano ad esempio la questione della Brexit o le posizioni sovraniste del Gruppo di Visegrad), dall’altra tentativi più o meno riusciti di accettare la “contaminazione”, di costruire regole comuni che permettano di sovraordinare, senza negarle, le reciproche differenze.

La Lega sembra essere l’immagine politica di un territorio che appare definirsi decisamente sul primo polo di quest’ultimo costrutto. Forse si tratta di una costruzione ostile: l’evoluzione e la mescolanza delle culture sono già una realtà e scuotono la nostra identità personale e culturale. Secondo Kelly (1991, p. 375), l’ostilità è lo sforzo reiterato di estorcere prove validazionali a favore di una previsione sociale che si è già rivelata fallimentare. Voler costruire l’Altro come nient’altro che diverso da noi sulla base delle differenze culturali (e religiose) che ci contraddistinguono potrebbe sembrare anacronistico in un momento storico in cui tutti, a prescindere dalla lingua che parliamo, utilizziamo Twitter, navighiamo in Internet, mangiamo sashimi e kebab. Potrebbe essere tuttavia necessario per chi non trovasse, ad esempio nella comune umanità che ci unisce, valori identitari forti quanto l’appartenenza ad un preciso contesto culturale e religioso. Di fronte ad un’invalidazione delle proprie costruzioni nucleari ed in assenza di costrutti sovraordinati sufficientemente comprensivi e permeabili[5] da permettere una ricostruzione identitaria, alcune persone potrebbero quindi scegliere di ricorrere alla costrizione[6] ed a costruzioni prelative, in grado di garantire di poter anticipare il futuro mantenendo le vecchie costruzioni di riferimento. Secondo du Preez (1979), “le persone cercano di preservare la loro struttura nucleare e […] faranno esperienza di minaccia e paura quando il cambiamento sembra inevitabile, e di rabbia che conduce all’ostilità quando sembra possibile resistere al cambiamento stesso” (p. 348, tda).

Cummins (2003) ha discusso dell’importanza del located self per il nostro senso di identità: citando Benson (2001) egli sottolinea come “il fatto di appartenere ad un luogo (to be located) sia centrale al concetto di identità” (p.145, tda). Secondo questo punto di vista il nostro qui è costruito in opposizione al dell’altro. La nostra comunità locale è costruita in opposizione alle comunità, più o meno lontane, dell’altro. Chi sono io è costruito come una funzione del dove mi trovo, di dove sono stato e di dove spero di arrivare (Benson, 2001).

Ipotizzo che il consenso della Lega possa essere ulteriormente letto come una conseguenza della minaccia che di questi tempi noi percepiamo anche a questa parte della nostra identità, minaccia che, con la sua narrativa basata sul conflitto, la Lega stessa contribuisce a favorire. Vi è anche la possibilità che circoscrivere il raggio della propria attenzione al fenomeno migratorio possa essere per molti una scelta elaborativa: forse, in un mondo che sta cambiando profondamente ed ampiamente, le migrazioni, con tutte le loro complessità, possono sembrare, paradossalmente, più gestibili del cambiamento climatico e dell’inquinamento globale. Le “reazioni difensive” (in una prospettiva legata alla TMT) della Lega sembrano promettere il controllo, cioè una certa anticipabilità, all’interno di un futuro così incerto.

 

9. Conclusioni

In questo articolo, grazie all’utilizzo degli strumenti concettuali della Psicologia dei Costrutti Personali, ho analizzato gli slogan della campagna elettorale che la Lega di Salvini ha usato per le Elezioni Politiche del 2018. La mia ipotesi era che il forte consenso elettorale ricevuto fosse anche conseguenza di una propaganda che favoriva nell’elettorato una transizione di minaccia. Ipotizzavo infatti che il messaggio trasmesso agli elettori rimarcasse l’imminenza di un cambiamento ampio e negativo nel paese e che il partito ed il suo segretario si proponessero come coloro che avrebbero fermato quel catastrofico stravolgimento.

Dall’analisi delle costruzioni di significato emergenti negli slogan utilizzati, mi è sembrato che la metafora suggerita agli elettori fosse quella di un paese in guerra che nemici esterni stavano tentando di invadere o dominare e che nemici interni si stavano impegnando a sabotare. In questo scenario, Salvini, “il Capitano”, veniva rappresentato come l’eroe in grado di sconfiggere tutti i nemici. Ho quindi interpretato il voto nei confronti della Lega attraverso la Terror Management Theory (Greenberg et al., 1986) ma soprattutto, dal punto di vista costruttivista, attraverso le riflessioni di Stojnov (2003), per cui le persone, quando sono minacciate, tendono ad usare i costrutti in modo prelativo e l’altro diventa solo un nemico da cui difendersi o da attaccare.

Poiché la Lega – nonostante abbia ampliato il suo bacino di raccolta dei voti – riceve ancora la maggior parte dei suoi consensi nel Nord Italia, con percentuali estremamente rilevanti, ho infine tentato di riflettere sul cambiamento occorso in quelle regioni nel corso degli ultimi 40 anni, cambiamento che ha portato le persone a passare da un voto orientato verso la Democrazia Cristiana ad una preferenza per un partito di estrema destra come la Lega. Di nuovo ho sostenuto che di fronte alle importanti trasformazioni che stanno avvenendo nel nostro pianeta le persone sentano minacciata la loro identità personale, in particolare la sua componente legata al senso di appartenenza ad una nazione (intesa come “comunità politica immaginata” nella definizione di Anderson, 2006), e che quindi tendano, in assenza di costrutti sovraordinati sufficientemente comprensivi e permeabili da permettere una ricostruzione identitaria, a ricorrere alla costrizione ed a costruzioni prelative, in grado di garantire di poter anticipare il futuro mantenendo le vecchie costruzioni di riferimento.

Naturalmente questa non è l’unica opzione a disposizione dei cittadini italiani o di quelli del Nord, e lo dimostra il fatto che comunque ci sono, in tutta Italia, ampie fette di popolazione che esprimono, attraverso il loro voto, costruzioni diverse.

In fondo la metafora della “guerra” è solo una delle possibili chiavi di lettura del presente.

It has often occured to me as I am sure it has to you too, that it would be amusing to have a peek through the curtain of night at what tomorrow has in store” (Kelly, 1978, p.209).

 

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Note sull’autore

 

Francesca Del Rizzo

Institute of Constructivist Psychology – Padova

delrizzo.francesca@tin.it; contatto@francescadelrizzo.it

Sono psicologa psicoterapeuta e didatta dell’Institute of Constructivist Psychology di Padova. Mi occupo di psicoterapia e didattica della psicoterapia, psicologia dello sport e di psicoterapia e outdoortraining a mezzo del cavallo. Sono stata assessore comunale in passato ed il mio interesse per la politica come prassi origina in adolescenza.

 

Note

  1. Sull’uso della metafora dell’invasione da parte della Lega ha svolto una ricerca Padovani (2018). Per quanto riguarda l’uso di questa stessa metafora da parte dei partiti di estrema destra in altri paesi, Ineke van der Valk (2003) ha svolto la sua analisi sulla comunicazione politica sull’immigrazione in Francia e Gerald O’Brien (2003) ha rivolto la sua ricerca sulla retorica anti-immigrati negli Stati Uniti dei primi decenni del Novecento. Musolff (2011) ha a sua volta approfondito l’uso della metafora dell’invasione nel designare l’immigrazione di studenti nel paese da parte del governo e della pubblicistica britannici.
  2. Da un’analisi dei post di Salvini su Facebook, Francesco Piccinelli Casagrande (2018) trae una conclusione molto simile: “la strategia retorica è chiara: si fa abbassare la guardia al lettore facendo leva sulla rabbia e sulla paura, ma si suggerisce che, dando fiducia alla Lega, le cose andranno meglio”.
  3. Kelly (1991) definisce transizione la costruzione, da parte della persona, di un cambiamento nel suo sistema di costrutti. Nel vissuto personale tale costruzione viene spesso percepita e chiamata “emozione”.
  4. Kelly (1991, pp. 107-108) definisce proposizionale un costrutto che lascia che gli elementi presenti nel suo campo di pertinenza possano essere costruiti anche attraverso altri costrutti; definisce invece prelativo un costrutto che non permette che gli elementi del suo campo di pertinenza vengano costruiti anche in altro modo. Ad esempio, se affermo che i migranti non sono altro che clandestini, sto utilizzando in modo prelativo il costrutto clandestino vs. regolare; se invece sostengo che i migranti possono essere considerati clandestini, ma anche bisognosi, spaventati o coraggiosi, sto usando il costrutto clandestino vs. regolare in modo proposizionale.
  5. Un costrutto si dice comprensivo quando è in grado di sussumere una grande quantità di eventi, ovvero quando si presta a costruire un’ampia varietà di elementi. Si definisce permeabile un costrutto che ammette nel suo campo di pertinenza costrutti che inizialmente non vi facevano parte (Kelly, 1991, p. 352 e p. 56). Ad esempio, il costrutto persona vs. non persona può essere comprensivo nella misura in cui usato per costruire molte diverse creature umane (alcuni ne allargano il campo di pertinenza anche a certe specie animali) e permeabile nel momento in cui, essendo nato per costruire “creature umane dalla pelle chiara” viene utilizzato per costruire anche “creature umane dalla pelle scura”.
  6. Kelly (ibidem, p. 352) definisce costrizione il processo tramite il quale la persona riduce l’ampiezza del suo campo percettivo minimizzando così le evidenti incompatibilità presenti nel suo sistema di costruzione. Ad esempio, una persona che considera l’essere europea un’invalidazione dell’essere italiana, può costringere rispetto al suo essere europea e costruire l’Europa come “altro da sé”.