Tempo di lettura stimato: 6 minuti
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Editoriale

di

Lila Vatteroni

Caporedattrice

Abstract

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Narrazioni di Etica e dintorni

 

Etimologicamente il termine «etica» rimanda a ciò che si usa fare, a quello che si fa di solito. Il vocabolo greco ethos indica il costume sociale, il modo di comportarsi atteso in una determinata società. Gli antichi greci si riferivano a una realtà sociale ordinata e regolata da buoni principi. L’etica quindi indicava i comportamenti che una società, in base alla sua esperienza, riteneva necessari per favorire la pace e l’ordine sociale, per il progresso dei cittadini e per l’aumento del benessere di tutti. Nel tempo tuttavia etico è diventato non solo ciò che si usa fare in una società buona, bensì ciò che è buono in sé, ciò che va fatto o evitato, a prescindere dai vantaggi personali o sociali che se ne ricavano, ciò che non è negoziabile, su cui non si può né discutere né transigere. L’etica e il panorama di significati a essa associati ha quindi una storia, e un’evoluzione, che la vede nascere nel contesto dell’antica Grecia per arrivare sino ai giorni nostri, configurandosi come un tema quanto mai dibattuto sia a livello di senso comune che a livello di senso scientifico. Fatto, questo, probabilmente relativo ai forti cambiamenti che i conflitti e i flussi migratori stanno imponendo al contesto socio-culturale odierno. Questo implica, per chi si occupa di etica, avere nuove domande a cui rispondere e nuovi confini discorsivi da definire. Ma prima di tentare una qualsivoglia discussione su cosa sia etico o meno, su chi debba stabilirlo, su come l’etica stia cambiando, su quali principi si basi, su quali discipline scientifiche abbiano diritto o meno di definirne campo e confini, abbiamo scelto di partire dalla conoscenza di ciò che è l’etica oggi e di come viene raccontata.

Nel tentativo di rispondere a questa domanda abbiamo pensato fosse utile coinvolgere chi ne parla nel contesto odierno, osservando le anticipazioni da cui si muove e il contesto esperienziale in cui si situa. Abbiamo quindi ampliato il campo includendo altri ambiti oltre al costruttivismo e alla psicologia clinica, aprendoci a riflessioni sulla politica, sul conflitto, sulla multiculturalità, sull’immigrazione, sulla retorica, sull’uso di internet, fino a toccare anche questioni come il terrorismo Jihad. Non siamo partiti dalle risposte che già avevamo, ma piuttosto abbiamo tentato di delineare un nuovo percorso di conoscenza stimolato da domande poste a partire da prospettive differenti.

Il punto di partenza è l’articolo di Carmen Dell’Aversano, che tenterà di condurci nel dibattito sulla multiculturalità e sul pluralismo progressista, coinvolgendoci in una discussione riguardante i costrutti teorici della Psicologia dei Costrutti Personali[1]e le teorizzazioni di Harvey Sacks. Ci offrirà degli spunti di riflessione su quanta “normalità” diamo per scontata e quanto questo nasconda la necessità di definirci sempre in opposto a qualche altro diverso da noi. “Ad un carnivoro viene richiesto di spiegare i propri presupposti etici al pari di un vegano? E ad un eterosessuale al pari di un omosessuale?

Simone Cheli, Joan Miquel Soldevilla-Alberti e Francesco Velicogna affrontano la questione della multiculturalità dal punto di vista della psicoterapia, addentrandosi nel panorama delle nuove sfide che incontriamo quando lavoriamo con pazienti con una storia di migrazione. Rifletteranno sul ruolo cruciale che alcuni costrutti teorici come l’approccio credulo, la prospettiva narrativa e le costruzioni non verbali possono avere in questi nuovi scenari di intervento clinico. “Che alternative abbiamo nel costruire l’esperienza dell’altro come unica e non solo come differente da? Accettiamo di utilizzare ipotesi interpretative e modelli di intervento che possono a loro volta essere invalidati?

Francesca Del Rizzo, attraverso un’analisi dei costrutti emergenti dalla lettura degli slogan utilizzati dal partito di Salvini durante la campagna elettorale, ci accompagnerà nel contesto della retorica e dell’utilizzo del linguaggio. Avvalendosi dei presupposti teorici della PCP ipotizza che ciò che ha permesso alla Lega di Salvini di ottenere un grande consenso sia stata la costruzione di una narrazione basata sulla minaccia. “Normale e giusto diventa quindi ciò che ci tiene al sicuro dal diverso? Ciò che non minaccia le nostre usanze e insieme ad esse le nostre costruzioni nucleari?

Anche Nadia Naffi e Ann-Louise Davidson partiranno dall’analisi del linguaggio, esplorando le costruzioni che i giovani delle società ospitanti generano dei profughi siriani. Nello specifico si concentreranno su una particolare retorica che è quella delle interazioni online. “L’esternalizzazione delle nostre anticipazioni sull’altro può diventare un’occasione di riflessività, messa in discussione dei propri presupposti e una critica del proprio e altrui linguaggio? Può il linguaggio online canalizzare realtà reificate, definite e date per scontate?

David Canter, Sudhanshu Sarangi e Donna Youngs si avvalgono della PCP per osservare, come fosse sotto una lente di ingrandimento, il fenomeno del terrorismo. Attraverso l’esplorazione dei costrutti personali e delle narrazioni delle storie di vita di alcuni affiliati alla Jihad ci offriranno spunti di riflessione sui possibili interventi di de-radicalizzazione. “In che modo conoscere le anticipazioni e le esperienze delle persone può essere utilizzato per comprenderne le future azioni? E quali, se ipotizzabili, altri fattori possiamo prendere in considerazione per comprendere narrazioni estreme come quelle di un terrorista Jihad?

Elisa Michelon e Giulia Storato ci raccontano invece la loro esperienza all’interno delle strutture di accoglienza per immigrati e di come gli aspetti strutturali, intrecciati con le rappresentazioni sociali dei rifugiati, abbiano generato conflitti e fatiche simili. In entrambi i casi è stata necessaria una riconfigurazione del proprio ruolo professionale, che ha condotto prima ad aprire nuovi spazi di riconoscimento dell’agency delle persone accolte e in seguito a mettere in discussione le proprie categorie di lettura del mondo. “Quanto e quali aspetti di noi vengono messi in discussione quando vogliamo comprendere persone appartenenti a culture differenti dalle nostre? A quali dimensioni di significato possiamo appellarci per comprendere usanze anche diametralmente opposte alle nostre?

L’intervista a Dušan Stojnov ha permesso poi di ampliare la riflessione sulla multiculturalità e sull’etica toccando ambiti più sovraordinati come l’epistemologia, la filosofia, la storia, chiamando in causa alcuni costrutti nucleari della PCP e alcune teorizzazioni di Piaget e di Erickson. “Possiamo pensare all’etica come a delle norme universalmente condivise? Possiamo pensare che ci sia un confine a quanto una cultura può modificarsi per accettarne un’altra?

Il percorso si chiuderà con la recensione del libro “La manomissione delle parole” di Gianrico Carofiglio. Lorenzo Gios coglie l’invito dell’autore ad andare oltre l’ovvio significato associato a certe parole e alle estensioni di senso cui quelle parole rimandano. Un linguaggio composto da parole ovvie diventa dogmatico e non è possibile metterlo in discussione, al contrario di un linguaggio costruttivista, che è attento a esprimere i propri assunti. Un linguaggio dogmatico è il contrario della libertà, della responsabilità, oltre che fondamento della violenza. “Che ruolo hanno le parole nel costruire la nostra identità e la nostra realtà? In che modo il linguaggio può essere riempito, svuotato, manomesso per costruire realtà ad hoc?

Nessuno di questi articoli ha affrontato direttamente e unicamente la questione dell’etica, che tuttavia rappresenta il filo rosso dell’intero numero. Attraverso i quesiti a cui ciascun autore ha offerto un’ipotesi di risposta, speriamo di stimolare una riflessione ampia e critica rispetto a questo tema, che permetta di porsi nuove domande e delineare nuovi orizzonti di discussione.

Non so se possa definirsi più etico difendere dei criteri universali di convivenza o accettare indiscriminatamente tutte le culture, neppure se sia più etico spiegare la propria normalità o chiedere spiegazioni della diversità altrui. Ma ciò che sicuramente appartiene a un atteggiamento etico è non considerare come veri e ovvi i propri principi e le proprie regole, ed essere pronti a una loro eventuale revisione. Ma quale sia il limite oltre al quale spingersi nella messa in discussione dei propri principi resta una domanda aperta.

 

Buona lettura!

 

  1. D’ora in poi PCP.