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Dipendenza

di Beverly M. Walker

Dependency

di Beverly M. Walker

 

Traduzione a cura di

Cecilia Pagliardini e Davide Scapin

Abstract

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Dal punto di vista kelliano, la dipendenza verso le altre persone non è qualcosa che superiamo quando cresciamo, ma è parte integrante del nostro vivere in società (Kelly, 1962/1969). Noi esistiamo all’interno di una rete di relazioni che coinvolgono delle interdipendenze e in questo senso siamo più dipendenti da adulti che da bambini. Ciò che contraddistingue i bambini e le loro dipendenze è che queste ultime sono scarsamente distribuite, cosicché le risorse disponibili, come per esempio i genitori, soddisfino tutti i loro bisogni. Quando si cresce, questa concentrazione idealmente diminuisce, si disperdono maggiormente le dipendenze in modo tale che alcune persone soddisfano alcune esigenze mentre altre ne soddisfano altre.

Kelly sosteneva che una dipendenza scarsamente distribuita fosse un modo problematico di ottenere supporto. Questo non perché i nostri desideri e le nostre esigenze non siano soddisfatti con un tale approccio – anzi potrebbero esserlo. Nemmeno perché siamo infelici in tali situazioni oppure perché coloro su cui facciamo affidamento siano insoddisfatti della nostra dipendenza da loro (anche se questo potrebbe essere un problema).

Il fatto è, piuttosto, che siamo vulnerabili nei momenti di cambiamento, cosicché i nostri bisogni potrebbero non venire soddisfatti. Inoltre, quella modalità molto concentrata di dipendenza ostacola il cambiamento, considerato invece desiderabile da Kelly.

Centrale per il processo di dispersione efficace delle dipendenze è il modo di costruire utilizzato (Kelly, 1955). Gran parte di tale costruzione è preverbale, anche in età adulta. Minori differenziazioni, che avvengano tra persone, problemi o bisogni, corrisponderebbero a una dipendenza scarsamente distribuita. Le costruzioni prelative, in cui un elemento è visto in un unico modo possibile, e l’impermeabilità, cioè un’interpretazione che non si adatta prontamente a nuove circostanze, sono similmente legate alla mancanza di dispersione della dipendenza. Le interazioni basate sui costrutti di ruolo, dove le persone entrano in relazione cercando di vedere il mondo dal punto di vista degli altri, sono molto importanti. Presumibilmente, comprendendo gli altrui modi di costruire, possiamo più facilmente monitorare l’impatto delle nostre dipendenze sugli altri.

Kelly ha proposto uno strumento per valutare la dispersione della dipendenza, chiamato Griglia delle risorse situazionali (Kelly, 1955) e successivamente definito Griglia della dipendenza (Fransella & Bannister, 1977). Questa griglia conteneva su un asse le persone viste come possibili risorse, e sull’altro le potenziali situazioni problematiche. Si chiedeva ai partecipanti di “pensare a un periodo in cui si erano trovati in maggiore difficoltà con ciascuna situazione, considerandole una alla volta. E successivamente , a quali persone si sarebbero rivolti per chiedere aiuto, se esse fossero state disponibili”. Veniva chiesto di mettere un segno di spunta per ogni risorsa su cui potevano contare.

Questo aspetto della teoria kelliana, e il suo strumento di indagine associato, per diversi decenni sono stati ampiamente ignorati, non solo nell’ambito della ricerca e della terapia ma anche in ambiti secondari basati sulla natura e la portata della stessa. Due studi pionieristici hanno utilizzato la griglia in contesti molto diversi. Crump, Cooper e Smith (1980) hanno esaminato lo stress legato al lavoro nei controllori del traffico aereo e, come parte di tale studio, le reti di sostegno sociale cui attingere in situazioni di lavoro stressanti. Beail & Beail (1985) hanno fatto ricorso sia alla teoria sia alla metodologia per fornire una prospettiva alternativa alla de-istituzionalizzazione di ex pazienti psichiatrici che vivevano in un dormitorio. La loro preoccupazione era che una tale organizzazione avesse lo scopo di “incoraggiare l’indipendenza”, obiettivo, da un punto di vista kelliano, destinato al fallimento.

La ricerca sulla dipendenza è stata facilitata da Walker, Ramsay e Bell (1988), che hanno fornito un mezzo statistico per differenziare il grado di dispersione della dipendenza, conosciuto come l’indice di dispersione della dipendenza (IDD). Questo studio ha fornito una prova delle tipologie di costruzione collegate secondo Kelly a differenti gradi di dispersione. Le costruzioni più impermeabili e prelative erano legate a una minore dispersione della dipendenza, coerentemente con una prospettiva evolutiva (Walker, 2003). Altre ricerche sono state revisionate da Walker (1997).

Un certo numero di persone hanno elaborato le implicazioni cliniche di questa parte della teoria di Kelly (ad esempio Walker, 1993; Chiari, Nuzzo, Alfano, Brogna, D’Andrea, Di Battista, Plata & Stiffan, 1994; Leitner & Faidley, 2002). Lo stesso Kelly (1955) fece una distinzione tra il transfert primario e quello secondario nella relazione terapeutica. Nel primo caso il terapeuta è visto in termini di una costruzione primitiva infantile della dipendenza, nella quale il cliente si relaziona con lui “come se la sua vita dipendesse da questo” (Kelly, 1955, p. 670). Tale rapporto potrebbe essere necessario per stabilizzare clienti gravemente traumatizzati nelle prime fasi della terapia, ma limiterà le sperimentazioni, ovvero il fulcro di una strategia terapeutica basata sui costrutti personali.

 

Bibliografia

Beail, N., & Beail, S. (1985). Evaluating dependency. In N. Beail (Ed.). Repertory grid technique and personal constructs: applications in clinical and educational settings .London: Croom Helm, pp. 207-217.

Chiari, G., Nuzzo, M. L., Alfano, V., Brogna, P., D’Andrea, T., di Battista, B., Plata P., & Stiffan, E. (1994). Personal paths of dependency. Journal of Constructivist Psychology, 7, 17-34.

Crump, J. H., Cooper, C. L., & Smith, M. (1980). Investigating occupational stress: A methodological approach. Journal of Occupational Psychology, 1, 191-204.

Fransella, F., & Bannister, D. (1977). A manual for repertory grid technique. Academic Press, London.

Kelly, G. A. (1955). The psychology of personal constructs. New York: Norton.

Kelly, G. A. (1962/1969). In whom confide: On whom depend for what? In B. Maher (Ed.). Clinical psychology and personality: The selected papers of George Kelly (pp. 189-206). New York: Krieger.

Leitner, L., & Faidley, A. J. (2002). Disorder, diagnoses, and the struggles of humanness. In J. D. Raskin & S. K. Bridges, (Eds.). Studies in meaning: Exploring constructivist psychology. New York: Pace University Press.

Walker, B. M. (1993). Looking for a whole ‘Mama’: Personal construct theory and dependency. In L. M. Leitner & N.G.M Dunnett (Eds). Critical issues in personal construct psychotherapy. Malabar, Fl.: Krieger, pp. 61-84.

Walker, B. M. (1997). Shaking the kaleidoscope: Dispersion of dependency and its relationships. In G. J. Neimeyer & R.A. Neimeyer (Eds). Advances in Personal construct Psychology, vol. 4. Greenwich, Connecticut: JAI, pp. 63-100.

Walker, B. M. (2003). Making sense of dependency. In F. Fransella (Ed.). International Handbook of Personal Construct Psychology. London: Wiley.

Walker, B. M., Ramsey, F. L., & Bell, R. C. (1988). Dispersed and undispersed dependency. International Journal of Personal Construct Psychology, 1, 63-80.

Fonte originale: http://www.pcp-net.org/encyclopaedia/dependency.html

 

Ringraziamo gli Editori Jörn Scheer e Beverly Walker per aver gentilmente concesso la pubblicazione della traduzione delle voci contenute in “The Internet Encyclopaedia of Personal Construct Psychology” sulla Rivista

Italiana di Costruttivismo.