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Conoscere le persone nella loro totalità, complessità e unicità: intervista a chi ogni giorno si dedica ai migranti e alla loro salute, Nikos Gionakis.

a cura di

Roberta Battiato, Cristina Capuano, Claudia D’Agostini, Mariangela Martone

Institute of Constructivist Psychology

Abstract

Nikos Gionakis racconta il suo lavoro di responsabile scientifico al Centro Babel, descrivendone i principi, i valori e le attività. Coerentemente con l’ottica costruttivista, vengono approfondite le scelte di studio e lavorative e le esperienze significative che hanno permesso al dr. Gionakis di costruirsi come professionista. Vengono esplorati i temi dell’attualità e approfondito il suo punto di vista relativamente a come vengono gestite le politiche migratorie in questi decenni, con particolare accento al rispetto della persona nella sua complessità e globalità.

Nikos Gionakis discusses his work as scientific director at the Babel Centre, describing its principles, values, and activities. Within a constructivist perspective, the studies, work choices and experiences that allowed Dr. Gionakis to build himself as a professional are being explored. This interview examines topical issues, looking into his point of view regarding how migration policies are managed in these decades, with particular emphasis on the respect for the person in his complexity and globality.

DOI:

10.69995/TYWX7878
Keywords:
Migranti, rispetto per la persona, relazione con l’altro, importanza del contesto, psicopatologia, complessità, migrants, human respect, human relationship, context-related considerations, psychopathology, complexity.

Diamo il benvenuto al dr. Gionakis, che ringraziamo per la disponibilità a partecipare a questa intervista. Per rompere il ghiaccio, ti chiediamo di raccontarci il tuo attuale ruolo professionale in quanto dal tuo curriculum abbiamo notato diverse esperienze lavorative sia in ambito clinico che di ricerca; quindi, vorremmo sapere in maniera un po’ più specifica come si configura la tua attuale attività lavorativa.

Il mio ruolo principale è quello di Responsabile Scientifico del centro diurno Babel[26], un’unità di salute mentale per migranti, situata in Grecia. Esiste un altro piccolo centro diurno, nato prima del nostro, che si rivolge solo a richiedenti asilo e rifugiati riconosciuti, mentre noi ci rivolgiamo a chiunque non sia greco a prescindere dal motivo della sua permanenza in Grecia. Per accedere alla nostra struttura non abbiamo un protocollo di accesso prestabilito, chiunque può decidere come presentarsi, la nostra porta è sempre aperta. Le persone possono giungere di loro spontanea iniziativa, in quanto siamo ormai abbastanza conosciuti e può esserci un passaparola tra i beneficiari. Abbiamo anche tanti invii da parte di altre organizzazioni, fra le quali ospedali e cliniche. Mi sono laureato a Padova e ho svolto il mio tirocinio presso i servizi psichiatrici di Trieste. Questa esperienza, assieme ad altre che ho fatto in Grecia in seguito, sempre con dei colleghi triestini nell’ambito di diversi progetti di collaborazione italo-greca, ha influenzato molto il mio modo di lavorare. Per esempio, una delle cose che ho imparato, apparentemente semplice ma non facile da applicare nella pratica quotidiana dei servizi, è di avere in mente che chiunque si rivolga a noi deve ottenere una risposta alle proprie domande di sostegno, aiuto o cura. La risposta può essere la presa in carico presso il centro Babel o l’invio ad un altro servizio (se necessario, possiamo anche accompagnarli). Un’altra questione è la non selezione delle domande delle persone. A Babel l’unico criterio di esclusione riguarda le persone che hanno problemi di dipendenza o abuso di sostanze: in questo caso vengono inviati a degli appositi servizi (per stranieri che affrontano tali problematiche) ma, a volte, possiamo prenderle in carico se questo è un fenomeno secondario o se ci mettiamo d’accordo con un servizio che si rivolge a stranieri che hanno problemi di uso e abuso di sostanze o di dipendenze. Con loro collaboriamo e discutiamo in merito a come gestire al meglio la persona che si è rivolta a noi. Del resto, è nostra responsabilità adattarci ai bisogni delle persone, non il contrario, in particolare dal momento che non esiste un’alternativa per chi si rivolge a noi.

Non abbiamo altri criteri di esclusione: prendiamo in cura minori e adulti e la prima cosa che abbiamo in mente è di concedere spazio all’ascolto della persona: “perché Lei viene da noi? Perché lo fa in questo momento?”. Spesso le persone chiedono aiuto in maniera generica e allora, per poter capire cosa succede, dobbiamo tenere in mente che quello che chiamiamo “salute mentale” o “benessere psicosociale” è qualcosa che viene influenzato da tanti fattori e influisce su altrettanti settori della nostra vita. Quindi, quando qualcuno si rivolge a noi vogliamo conoscere la persona, capire chi è quella persona. Non ci interessano soltanto i sintomi, la psicopatologia, ma piuttosto capire chi troviamo davanti: che tipo di sfide sta affrontando o deve affrontare, che tipo di sostegno può utilizzare, che risorse ha a disposizione, quali sono i suoi piani per la vita futura, quali sono i suoi sogni. Se parliamo di assessment noi non facciamo needs assessment cioè un assessment dei bisogni, ma vogliamo conoscere la persona nella sua totalità. Cerchiamo di mettere in pratica il principio per cui ognuno, ogni fenomeno come ogni persona, va approcciato nella sua complessità, unicità e totalità. Ci sono persone, ad esempio, che vengono al centro e ci dicono che stanno male. Quando chiediamo “cosa volete per stare meglio?”, la risposta può essere molto varia: una stufa per non sentire il freddo, una collocazione, vestiti, aiuto per fissare appuntamenti con il pediatra per i bambini… Tutte cose che, per quanto semplici, provocano disagio a delle persone che sono state esposte a molteplici, severe e ripetute avversità. Teniamo sempre a mente che spesso, specialmente per lavorare in modo appropriato con persone che vengono da altri contesti culturali, bisogna iniziare da quello che chiedono, che vogliono o che ci dicono loro. Se, per esempio, una persona ci dice “mi hanno fatto una magia, potete fare qualcosa per questo?”, noi cerchiamo di assumere un approccio complementarista, cioè di accettazione e rispetto verso credenze, usi e costumi di ognuno. Il principio di base è che ognuno può fare ciò che vuole, purché funzioni. Ad esempio, ricordo un giovane afghano con sintomi molto severi di psicosi la cui sorella, rimasta in Afghanistan, si era rivolta ad un imam, il quale gli aveva consigliato di fare una fotocopia di una pagina del Corano, metterla in acqua, attendere che si sciogliesse e poi bere l’acqua. Il nostro approccio è stato accogliente nell’accettare di fare questo rituale e di proporre contemporaneamente l’assunzione di farmaci antipsicotici.

Questo è uno dei principi fondamentali del nostro centro: ascoltare l’altro e tenere a mente che è una persona. Bisogna rispettarlo, rispettare la dignità di ognuno. Tante volte, le persone che vengono da noi, specialmente quelle che arrivano negli ultimi anni, hanno delle esperienze in cui chi le ha accolte ha cercato di far loro dimenticare che sono delle persone, degli esseri umani. Si tratta del processo noto come disumanizzazione. E allora per noi ciò che è terapeutico innanzitutto è dire: “Buongiorno, ben venuto/a”, parlare con loro in un modo che gli ricordi che sono esseri umani che meritano di essere rispettati nella loro dignità. Gesti semplici, come pronunciare il nome della persona in maniera giusta, non farli aspettare all’appuntamento, dedicare il tempo necessario in modo che percepiscano che questo è il loro tempo, non sottoporli ad un interrogatorio ma permettergli di scegliere se parlare o no, cosa dire, quando, a chi… Tutti questi comportamenti e piccoli gesti sono per noi molto significativi e terapeutici. Si può essere terapeutici senza fare psicoterapia, come ci insegna ancora Papadopoulos.

 

Di che professionisti si compone il centro? Come è strutturato l’organico?

Ci sono quattro psichiatri, tre psicologi per adulti, uno psicologo per minori, un assistente sociale, un infermiere di comunità, un logopedista, un terapista occupazionale per minori, vari facilitatori linguistici e, in più, collaboriamo con una ONG che si occupa delle traduzioni per quelle lingue per cui noi non abbiamo facilitatori, un consulente per il lavoro e i dipendenti amministrativi. Abbiamo tanti tirocinanti e anche richieste dall’estero. Fino a pochi anni fa accoglievamo queste istanze, poi però abbiamo deciso di accettare personale estero solo se parla greco, in quanto era molto difficile per noi poter lavorare tutti insieme cambiando la lingua dal greco all’inglese. Abbiamo anche dei volontari che di solito hanno fatto il tirocinio da noi e continuano a collaborare con il centro. Ci tengo a dire che chiunque lavori presso Babel, a prescindere dal suo approccio teorico e dalla sua formazione, deve avere come punto focale il rispetto per le persone. Un altro punto cruciale è la collaborazione con il team di facilitatori linguistici considerando che il 75% delle persone che vengono da noi non parla la lingua greca o una delle lingue parlate dagli operatori. È importante imparare a collaborare con loro. Bisogna fare il proprio lavoro esercitandosi a parlare con delle frasi corte, brevi, chiare, con un significato il più chiaro possibile, in modo da facilitare la traduzione. Un’altra regola che chiedo a tutti di rispettare è che se troviamo una porta chiusa non bisogna aprirla; quando sappiamo che un collega lavora con qualcuno non bisogna disturbarlo o chiamare per telefono a meno che non ci sia un’emergenza. Sto parlando di cosa vuol dire proteggere il setting. Vorrei, in una certa maniera, che ognuno dei nostri colleghi si senta safe, salvo, protetto e sicuro per poter trasmettere questa safety, questa sicurezza all’altro, non solo attraverso le parole, ma anche attraverso il suo sentirsi effettivamente sicuro. Queste sono le regole generali che chiedo a tutti di rispettare.

Prestiamo dunque attenzione ai determinanti della salute mentale e se constatiamo che ci sono altre necessità, come bisogni di cura della salute fisica, necessità abitativa, di lavoro, supporto legale, di formazione, ecc… ci riferiamo ad una estesa rete di risorse comunitarie. Ciò che stiamo creando sono delle reti di supporto centrate sulla persona e sulla famiglia. Questo non significa solo che lavoriamo come multi-agency, che facciamo riferimento gli uni agli altri, ma significa che collaboriamo davvero con i colleghi nelle altre stanze, nelle altre associazioni, negli altri servizi. Ci incontriamo spesso, lavoriamo su dei piani di cura condivisi al fine di poter fare qualcosa insieme per la persona che prendiamo in carico.

In un’intervista rilasciata in passato, parlavi della polarità vulnerabilità vs. resilienza, nella quale alla vulnerabilità è associato un costrutto di sostegno, mentre la resilienza viene considerata come elemento che non necessita di aiuto o sostegno. Ci sembra che questo vada in contrasto con i tuoi principi in cui sostieni che non serve patologizzare la persona per supportarla e che, anzi, bisognerebbe cercare la resilienza. Nella pratica, rispetto anche alla richiesta di fondi o aiuti statali, come si fa a far coesistere questi due aspetti: vulnerabilità e resilienza?

Quando una persona arriva al centro Babel, di solito, prima di venire da noi, è stata beneficiaria in altre associazioni, molte delle quali promuovono una cultura che io chiamo “traumatocentrica”, cioè che ha in mente che il rifugiato è automaticamente una persona traumatizzata. Se l’operatore è uno psicologo o uno psichiatra il più delle volte, prima di conoscere la persona, ha già fatto una diagnosi di disturbo post-traumatico da stress.

Al centro Babel teniamo sempre a mente, con l’aiuto dell’approccio teorico di R. K. Papadopoulos, quattro contesti operativi che ci permettono di non cadere in alcune trappole di ipersemplificazione e favoriscono la possibilità di comprendere l’esperienza della persona in tutta la sua interezza. In primo luogo, in una situazione di crisi bisogna stare attenti alle conseguenze epistemologiche delle avversità perché, nell’osservare le situazioni critiche, possiamo rischiare di assumere delle posizioni iper-semplificate. È bene tenere sempre a mente quanto detto dal professor Papadopoulos: nelle situazioni di crisi veniamo presi dal panico epistemologico (come aveva insegnato Gregory Bateson), sentendoci così confusi e non sapendo da dove cominciare a lavorare, e qui potrebbe insorgere il rischio di considerare la realtà che ci troviamo ad osservare come l’unica possibile, rischiando di perdere la visione più complessa e completa[27]. Per spiegare questo concetto mi piace pensare alla storia di quel gruppo di monaci ciechi che, mentre andavano nella giungla per raggiungere un monastero, hanno incontrato un elefante. Essendo ciechi, ognuno ha preso una diversa parte dell’elefante: uno ha preso la coda, l’altro la proboscide, un altro ha toccato l’orecchio, l’altro ancora la zampa, e così via. Quando sono arrivati al monastero, gli altri monaci gli hanno chiesto: “com’è andato il viaggio attraverso la foresta? Vi siete imbattuti in qualcosa di particolare?” e ciascuno ha iniziato a rispondere diversamente dagli altri, poiché era diversa la “realtà” cui si era trovato di fronte. Il monaco che aveva toccato la proboscide riferiva di aver incontrato qualcosa di simile ad un tubo, colui che aveva toccato la zampa riferiva di essersi imbattuto nel tronco di un albero, chi aveva toccato la coda riportava di aver toccato qualcosa di simile ad una frusta, e così via. Questa storia ci insegna che per cogliere la pienezza della realtà, e quindi l’elefante, bisogna mettere assieme i diversi punti di vista perché nessuno dei monaci diceva il vero o il falso, semplicemente raccontava una realtà parziale. Questo succede tante volte quando ci troviamo di fronte ad una crisi, sia per la persona che si trova nella crisi, sia per quelli che stanno cercando di aiutare e supportare queste persone. Io mi sono trovato spesso intrappolato nella sofferenza dell’altro quando, per esempio, ho incontrato un uomo due giorni dopo un naufragio in cui aveva perso tutta la sua famiglia. Lui si sentiva perso e fermo nella sensazione che la sua vita si sarebbe bloccata a quel momento e a quel lutto, come se il tempo sarebbe stato per sempre congelato. Si ripeteva: “così come soffro adesso, soffrirò per sempre”. Io ho rischiato di intrappolarmi nella sua storia perché mi identificavo con il suo dolore, considerato che i miei figli avevano la stessa età dei suoi. Era importante però che io stessi fuori da questa trappola, pur stando nel dolore con questo uomo; per tirare fuori lui dovevo stare a metà tra il suo dolore e la via d’uscita, e dovevo evitare di iper-semplificare e vederlo solo come “uomo che aveva perso tutta la sua famiglia in un naufragio” e quindi “uomo a cui dovevo togliere il dolore se volevo aiutarlo”. Bisogna stare attenti a questo tipo di pensiero nei nostri interventi perché rischiamo di perderci la complessità dell’essere umano che abbiamo di fronte. Il secondo quadro operativo è quello in cui, comunemente, molti di noi cadono ed è il modo di pensare causale e lineare in cui si ragiona in termini causa-effetto. Se una persona è esposta a delle avversità (ad esempio la condizione di rifugiato), si pensa che si sentirà in un certo modo e sarà traumatizzata; bisogna stare attenti a questo modo di pensare perché sono tante le variabili e i fattori che influiscono tanto su quelle che leggiamo come reazioni, quanto su quelle che riconosciamo come conseguenze. Il terzo contesto operativo è costituito dalla considerazione parziale rispetto alle persone esposte a delle avversità poiché, spesso, vengono considerate solo le conseguenze negative, identificate per lo più con il trauma e con la psicopatologia. Sappiamo, però, che ci sono delle gradazioni rispetto alla valutazione delle condizioni di salute mentale delle persone: ad esempio ci sono le distressful reactions, come c’è anche la sofferenza umana ordinaria. Se perdo i miei figli, ad esempio, è certo che mi sentirò male ma questo non significa con certezza che svilupperò per forza una psicopatologia. Però ci sono delle caratteristiche, sia positive che negative, che la persona ha anche prima dell’evento potenzialmente traumatico e quelle positive le chiamiamo funzioni resilienti. Poi c’è un altro aspetto che, secondo me, siamo poco abituati a considerare: le conseguenze “positive” che derivano dal sopravvivere a certe avversità. In altre parole, se non avessi superato alcuni eventi particolarmente critici, non avrei sviluppato alcune nuove modalità. Allora c’è una complessità di reazioni, da una parte, e di conseguenze, dall’altra, a cui rischiamo di dare poca attenzione come professionisti. Il quarto quadro operativo riguarda il passaggio dall’essere vittima (di eventi, di circostanze) alla costruzione di una Identità di Vittima con cui presentarsi da un certo momento in poi. Il nostro ruolo di operatori è cruciale nella costruzione o meno di questa identità. È certo che le persone esposte alle avversità faticano a vedere le proprie funzioni resilienti sia precedenti che a seguito degli eventi avversi, soprattutto se vengono spinte a costruirsi un’identità di vittima. Per esempio, in Grecia alcuni anni fa era in corso un programma che si chiamava Estia per i richiedenti asilo: se fossi appartenuto ad una delle precostituite categorie di vulnerabilità, avresti potuto avere accesso ad un appartamento, e così evitare di stare al camp. Io, come professionista, mi trovavo in una posizione di crisi schizofrenica perché da una parte dovevo certificare la vulnerabilità per motivi psicologici, dall’altra, se la curavo, la persona avrebbe perso l’accesso a quei diritti a cui avrebbe diritto anche solo per il fatto di essere un essere umano. Allora la persona preferiva restare nella condizione patologica di vulnerabilità. Ad esempio, tante donne rimanevano incinte subito dopo aver partorito perché altrimenti avrebbero dovuto lasciare l’appartamento; quindi io mi chiedo: chi è psicopatologico? Dove sta la vulnerabilità?

 

Quali sono state le esperienze significative che ti hanno guidato nella scelta degli studi rispetto alla psichiatria e alla marginalità, e che poi ti hanno portato a scegliere questo lavoro?

Durante gli anni dell’Università, cioè dal 1982 al 1987, avevo imparato ad essere molto attento ad osservare le storie delle persone dal punto di vista delle ricerche scientifiche e degli studi accademici. In quegli anni, all’Università di Padova c’era il professor Giorgio Maria Ferlini che insegnava Psicopatologia generale e dell’età evolutiva e alle sue lezioni partecipava tantissima gente. Ferlini gestiva le lezioni così: alternava un giorno in cui parlava degli aspetti epistemologici della psicopatologia moderna (cioè, le basi per conoscere e definire le psicopatologie), ad una giornata in cui lasciava condurre la lezione ad un piccolo gruppo di studenti a lui vicini. Lui faceva ascoltare delle parti di sedute con dei pazienti con grave psicopatologia che aveva registrato e poi chiedeva ai membri del piccolo gruppo di studenti di discutere e dibattere su quanto ascoltato. Anche il resto degli studenti poteva poi intervenire. Quello che Ferlini chiedeva a tutti era di “sentire il sentito”. Una volta Ferlini ci raccontò del caso di un paziente che si trovava in una situazione di catatonia, fisicamente molto rigido e che teneva gli occhi aperti e fissi, senza interazione alcuna con il mondo. Un giorno, un infermiere, guardando la persona, disse che assomigliava ad un militare quando fa una parata; da questa battuta, l’équipe ha pensato di fargli fare una vera parata militare: l’hanno sistemato all’interno di una Fiat 500 decappottabile in modo che potesse rimanere in piedi, data l’impossibilità a sedersi. A Ferlini, che era il capo, si era affidato il compito di accompagnare il paziente guidando lui la macchina. Si sono recati in centro città, in corso Milano a Padova e appena arrivati, anche Ferlini che si trovava accanto al paziente, si è alzato, ha preso il manubrio in mano e ha messo l’altra mano sulla testa in posizione da saluto militare durante una parata. Così entrambi hanno simulato una parata militare. Dopo due minuti, il paziente che si trovava in stato catatonico da tre giorni, si è girato e gli ha detto in dialetto padovano: “ma sei matto anche tu!”. Così hanno iniziato un lungo percorso di incontri e terapia, a seguito di quell’evento favorito dall’intuizione dell’infermiere e dall’irriverenza epistemologica di Ferlini[28] che fu una persona molto in gamba. È stato un insegnante di cui tutti eravamo innamorati. Lui ci ha insegnato il rispetto per la persona; la persona ci dice sempre qualcosa, ogni volta in modo diverso, non c’è il sintomo senza significato ed è nostro compito costruire questo significato insieme all’altro.

 

Dove hai potuto imparare il rispetto verso la persona e i valori con cui ti muovi nel tuo lavoro?

Come ho già detto, ho svolto il mio tirocinio a Trieste. La mia esperienza lì è stata molto significativa, ha cambiato il modo di vedere il mio ruolo come psicologo, come operatore. Ho imparato come potrebbero essere organizzati i servizi di salute mentale in comunità secondo i principi della psichiatria anti-istituzionale, alla ricerca di pratiche non coercitive, in altre parole liberati dalla necessità dell’istituzione totale. Ho avuto fortuna perché, in diverse occasioni, mi sono potuto sperimentare e mi è piaciuto molto l’approccio in cui si pone al centro dell’attenzione la persona nell’ambito del suo contesto. Ho imparato che il nostro compito non è unicamente essere professionali, ma essere umani.

Tornando in Grecia ho lavorato in progetti che avevano come obiettivo dimostrare come una pratica diversa da quella che si basa sul dominio della logica manicomiale fosse possibile. All’inizio ho lavorato nell’ambito di progetti che venivano attuati all’interno degli ospedali psichiatrici (quello di Atene, poi a Leros) mentre dal 1992 ho fatto parte dell’équipe terapeutica di una struttura pubblica del Centro di Salute Mentale di Halkida, una piccola città a settanta chilometri da Atene. Lì abbiamo cercato di sviluppare una rete di servizi che potrebbero coprire i bisogni della popolazione non solo della città ma di tutta la regione di cui era la capitale.

Nel 2002 ho incontrato R. K. Papadopoulos, di cui vi ho già parlato, un professore greco-cipriota che da tanti anni insegna all’Università di Essex. Dal 2011/2012 lavoriamo insieme. Lui mi ha insegnato tanto su come connettersi con le persone. Infatti, la nostra priorità non è fare l’anamnesi, l’assessment dei sintomi, la diagnosi, ma connettersi con l’altro, e spesso per farlo non è necessario chiedere, fare delle domande, in particolare con persone che hanno vissuto delle torture e della violenza di vario tipo.

Nella realtà dei servizi è molto diverso, la regola è che dal primo momento bisogna avere dei dati. Spesso si confonde il dato con le informazioni, che sono due cose diverse. L’informazione è qualcosa che provoca differenza, ma per chi? Che importanza ha che una persona mi dica quando è nata? In quel momento non ci dice niente, quindi possiamo anche non chiederlo subito, perché bisogna avere fretta? Siamo arrivati al punto che ci viene chiesto di fare dieci, dodici o venti sedute e durante lo svolgimento di questo numero predeterminato di sedute bisogna fare tutto. Si ha un po’ la sensazione di avere l’acqua alla gola.

 

Rispetto a questo, perché, secondo il tuo punto di vista, diventa sempre più difficile dare un significato alle storie delle persone, ricordarci che sono essere umani, che siamo esseri umani, ascoltarli e agire come tali? Sentire le persone, sentire cosa hanno da dirci, non è scontato.

In altre parole, perché è così difficile vedere oltre, fermarsi e connettersi, come dicevi tu, con le persone? Ti è capitato di scontrarti con una realtà così rigida?

Io mi considero fortunato perché ho sempre lavorato in situazioni in cui non mi sono stati posti questi limiti. Spero di riuscire a lavorare sempre in questa modalità, anche se già dal 2011 lo Stato ci ha imposto delle regole che spingono i servizi a funzionare non in una prospettiva comunitaria, ma secondo una logica da ambulatorio medico.

Io credo che siano tante le cause e i motivi che spiegano perché si faccia fatica a trovare i significati dietro le storie delle persone. In modo semplicistico, a volte ci si sbarazza dei problemi delle persone. Da una parte c’è un’idea culturale specifica, una mentalità che dice che bisogna gestire le persone come se fossero delle macchine e, in un certo qual modo, adattarci al lavoro che fa il farmaco. In questo caso parliamo di colloqui tecnici; mentre noi tendiamo a fare interventi che chiamiamo sinergici con la persona.

La tendenza dominante è quella di imparare una tecnica, quindi: fai certe domande, l’altro ti risponde, tu fai un’ipotesi, dall’ipotesi vengono fuori una serie di interventi, li applichi, se la persona risponde va bene, se la persona non risponde non è buona l’ipotesi. Non ci si pone il dubbio che l’intervento non sia andato bene per altri motivi, come ad esempio qualcosa che non funziona nel setting o in generale nel contesto più ampio di incontro con l’altro. A volte perdiamo il focus: davanti c’è una persona nella propria complessità, unicità, totalità, come più volte ricordato durante questa conversazione. Non possiamo togliere la persona dal proprio contesto, dalla propria storia, dalle relazioni che ha sviluppato, non possiamo togliere la sofferenza dalla persona e, in più, dobbiamo considerarla assieme ad altre sue caratteristiche. Per far ciò bisogna connettersi con la persona. Purtroppo, noi non impariamo a connetterci con le persone, a relazionarci. Noi impariamo a sviluppare un rapporto di potere che si basa su un ruolo da tecnico: “io sono il tecnico che conosce come ripararti, e tu sei il profano e non conosci niente”. Non pensiamo che ci siano delle cose che né il professionista né la persona che ha di fronte conosce e bisogna scoprirle insieme. Poi, non è facile lavorare con l’altro nella propria complessità. Proprio oggi, prima di iniziare questa intervista, avevo un incontro. Ho incontrato una signora che seguiamo ormai da diversi anni e il centro ha in carico anche i suoi figli. Dal 2015 abbiamo dato molta importanza ai minori che venivano con le loro famiglie e, in particolare, ai bambini con disturbi dello spettro autistico o disordini complessi del neurosviluppo. Cerchiamo di lavorare con loro e con i genitori in programmi a lungo termine e non solo in interventi specifici e limitati. In questo caso, il nucleo familiare era stato preso in carico in seguito ad una segnalazione da parte della scuola, per problemi di condotta di un figlio. In realtà era un bambino con tanti tratti autistici in una famiglia che affrontava una pletora di sfide, con una storia complessa, anche la sorella aveva delle difficoltà. Per farla breve, la scorsa settimana, la signora mi ha detto che suo figlio sarebbe andato alcuni giorni in vacanza in un camping per bambini (protetti), un servizio che ad Atene è offerto dal comune. La madre non sapeva se il figlio avrebbe retto, perché fino a quel momento non si era mai separato da lei. La mamma era molto preoccupata e proprio oggi le ho chiesto come fosse andata. Il bambino non solo è rimasto lì, ma quando la madre gli ha chiesto se potesse andare a trovarlo prima della visita che era già in programma (sarebbe passato ancora qualche giorno), lui ha risposto che non era necessario e che avrebbe potuto aspettare la data concordata.

Perché vi dico tutto questo? Perché la segnalazione è iniziata dai disturbi della condotta, ma dietro questa storia c’erano molte zone d’ombra che riguardavano l’intera famiglia. Noi avremmo potuto limitarci ai sintomi del bambino e non vedere nient’altro. Ma per poter fare qualcosa bisogna avere in mente tutto il contesto, se non lo vediamo allora non potremo cogliere la complessità, l’unicità e la totalità della famiglia in un contesto più ampio. Quindi ci interessiamo, fra l’altro, a come sta la madre, il padre, a com’è la relazione tra loro. Ci interessa considerare le cosiddette determinanti della salute mentale non solo a livello individuale, ma anche a livello sociale, e cercare di intervenire su queste determinanti attraverso quello di cui ho già accennato, la costruzione di reti di supporto.

Per quanto tempo? Non lo sappiamo. Il nostro obiettivo non è far guarire le persone, vogliamo essere per loro delle risorse che possano usare quando ne hanno bisogno. Per questo non chiudiamo i file, perché una persona dopo tre anni può di nuovo tornare a chiederci aiuto, anche per una cosa quotidiana come chiederci perché paga così tanto per l’elettricità. Ciò significa che ha fiducia in noi e che noi siamo una risorsa che lo sostiene nel vivere la propria quotidianità.

È molto importante che una persona straniera, ancora di più se è rifugiata con esperienze molto difficili, acquisisca fiducia verso un servizio pubblico perché questa acquisizione contribuisce alla costruzione pian piano della sua nuova stabilità onto-ecologica, come sostiene Papadopoulos. Non è facile spiegare negli stretti limiti di un’intervista cosa sia la stabilità onto-ecologica; possiamo forse dire, citando Papadopoulos, che essa si riferisce a un rapporto dinamico tra le due parti dell’identità (percettibili ed impercettibili), un rapporto interessato da cambiamenti costanti che però mantiene una relativa stabilità generale. Tuttavia, quando una qualsiasi delle due parti (la percettibile e l’impercettibile) subisce cambiamenti radicali (come nel caso dei rifugiati) che oltrepassano i margini della ragionevolezza, a quel punto la stabilità onto-ecologica ne viene scossa in misura consistente. Questo tipo di disturbo è proprio ciò che tende a verificarsi quando qualcuno viene colpito dalla dislocazione involontaria, che include la perdita della propria casa, intesa – quest’ultima – non soltanto nelle sue connotazioni materiali, ma come il vasto insieme di realtà umane a cui è strettamente associata la casa, «dalla comunità fisica e geografica al locus psicologico di parentela e di comunione»[29]. La conseguenza comune che provoca ai rifugiati è costituita da quel fenomeno che Papadopoulos chiama “disorientamento nostalgico”. Bisogna allora avere a mente che la dislocazione involontaria è un percorso che comincia quando una persona non si sente a suo agio nella propria casa (che fa parte della propria identità e della propria stabilità onto-ecologica), la abbandona senza volerlo (non ha alternativa), va in cerca di una nuova casa e la abita, costruendo una nuova stabilità onto-ecologica. Questo percorso termina – se mai – con un altro doloroso processo con cui si tenta di dare un senso a tutte le esperienze forti ed intense del percorso, cercando di contenere l’impatto degli eventi e delle esperienze coinvolte nel percorso stesso[30]. Qual è il nostro ruolo in casi del genere? Secondo noi, accogliere la persona, sostenerla a gestire (che brutto termine!) il disorientamento nostalgico e a costruire una nuova stabilità onto-ecologica attribuendo senso e significati alle sue esperienze, ai suoi vissuti, ai nuovi piani, collocando se stessa in un continuum capace di contenere le contraddizioni, la non linearità e la molteplicità delle identità acquisite, prestando attenzione sia agli aspetti percettibili sia a quelli impercettibili della propria esistenza.

 

Hai parlato della possibilità di essere risorsa per le persone e di aiutarle a costruire la loro nuova casa. Questo si collega al momento particolare che stiamo vivendo. Le tensioni geopolitiche sfociano in veri e propri conflitti armati, per cui è plausibile aspettarsi nuovi flussi migratori. In che modo, come professionisti della salute mentale, come società e come istituzioni, possiamo prepararci per essere davvero una risorsa per queste persone?

Ricollegandomi alla domanda sul mio percorso, e ai momenti più critici nella costruzione di un contesto teorico, ti racconto un’esperienza. Nel 1990, dopo essere tornato in Grecia, ho lavorato, come ho già accennato, a un grande programma per la deistituzionalizzazione del manicomio di Leros[31], un’isola del Dodecaneso che era tristemente famosa in tutto il mondo per le condizioni disumane in cui versava e dove arrivarono professionisti da ogni parte del mondo.

Lavoravamo con quelli che venivano considerati incurabili. Per loro non c’era nulla da fare: li si isolava, li si lasciava morire lì, insieme ai guardiani che li sorvegliavano. Eppure, noi abbiamo lavorato con loro, e li abbiamo visti rifiorire, anche a sessant’anni, dopo quarant’anni di manicomio. Ricordo una signora entrata per la prima volta in manicomio ad Atene il 9 agosto del 1949. L’abbiamo accompagnata fuori di là l’8 agosto del 1991. Era stata ricoverata a diciotto anni e da allora non era mai più uscita. Nel 1949 o 1950 era stata anche lobotomizzata. Abbiamo incontrato persone che chiamavano “i luridi”. Erano state completamente disumanizzate. Quello che oggi vediamo accadere con la disumanizzazione nei contesti di guerra, noi lo facevamo in tempo di pace, e con buone intenzioni. Si diceva: “Questi sono incurabili, liberiamo i posti negli altri manicomi per i giovani che si ammalano adesso, per loro possiamo ancora fare qualcosa”. Ma non era vero: si poteva fare molto anche per quelli ritenuti incurabili.

Non si trattava di farli vivere come noi, ma di rispettarne la dignità umana e diventare per loro una risorsa per stare nella comunità. Dovevamo stare con loro. E stare con loro significava opporsi ad una logica per cui, se sei ritenuto incurabile (ma chi può attribuire un’etichetta del genere ad un’altra persona?), devi vivere peggio di un animale. Non abbiamo bisogno della guerra per trattare le persone come homo sacer[32], come diceva Agamben: esseri umani che possono essere persino uccisi senza che nessuno se ne interessi, senza alcun diritto umano, neanche i più elementari.

E lo vediamo anche oggi. In Grecia, e credo anche in Italia, esistono dei centri per stranieri dove le condizioni sono pessime, disumane. E per giustificarli ci diciamo che non sono esseri umani. E ciò avviene in Europa, non in Palestina, in India, in Pakistan, in Tanzania o in Sudan.

Per me è fondamentale mantenere sempre uno sguardo sul contesto più ampio. Prima ho parlato di Babel e ho descritto solo una parte del nostro lavoro: prenderci cura delle persone che vengono da noi. Ma c’è anche un secondo aspetto: sostenere i colleghi che lavorano in prima linea, attraverso formazione, supervisione e consulenza. E poi c’è il terzo elemento: il lavoro politico che tecnicamente chiamiamo advocacy, ovvero l’impegno per far sì che i diritti delle persone con cui lavoriamo siano rispettati, promossi, esercitati, altrimenti nessuna competenza tecnica ha senso. Questo è stato un punto cruciale per me in tutti i lavori che ho fatto. Nel 2000, all’ospedale psichiatrico di Atene, ho visto reparti in condizioni simili a quelle di Leros dieci anni prima. Nel 2003 ho visto che anche in istituzioni per persone con disabilità la situazione era la stessa. È un processo diacronico: come diciamo che il Sud si trova anche al Nord, anche il Medioevo si trova in molte parti del presente. Un altro punto importante è non lavorare da soli. Ma come si lavora con altri? Non è facile lavorare nemmeno in tre, figuriamoci in quindici, o tra agenzie diverse in una città. E allo stesso tempo, bisogna mantenere modestia e umiltà. Oggi si parla di un’etica dell’umiltà, ad esempio nel modo in cui ci relazioniamo agli altri. Ci sono molti aspetti da tenere presenti per lavorare a più livelli e in diversi settori. Da una parte c’è la necessità di iperspecializzazione, ma bisogna sempre ricordarsi di vedere sia l’albero che la foresta. Mi ha colpito una volta, non ricordo dove in Italia, essere stato invitato in un grande centro di ricerca dove i ricercatori studiavano particelle o cellule senza sapere nulla dell’applicazione finale del loro lavoro. Non è sostenibile. Io faccio il mio lavoro, certo, ma cosa significa? Anche l’etica ha un ruolo. E non parlo da credente, non lo sono affatto, ma l’etica non appartiene solo alla religione.

 

L’immagine dell’albero e della foresta è davvero efficace. In questo lavoro, spesso ci si concentra solo sull’albero e si dimentica tutto ciò che c’è intorno. Forse perché non lo si vuole vedere, forse perché fa troppo male. Ci sono tanti “perché” e tante domande…

Non si tratta di questo o quello. È importante imparare a lavorare con la logica del “e… e”, non “o… o”. Si è vulnerabili e resilienti, non vulnerabili o resilienti. Solo così si può contenere tutto. Una famiglia, ad esempio, è tale perché sa contenere positivo e negativo, passato e futuro. Una casa può essere vivibile non perché ci sentiamo bene in essa, ma perché ci è familiare. Non è tanto una questione di sicurezza, ma di conoscenza: qualcosa che non ci sorprende, perché a volte le sorprese non sono piacevoli.

 

Grazie Nikos, è stato davvero illuminante. È difficile trovare le parole, è stato uno scambio profondo e molto stimolante. 

 

Note sulle autrici 

 

Roberta Battiato

Institute of Constructivist Psychology, Bolzano

roberta.battiato1812@gmail.com

Psicologa e specializzanda in psicoterapia presso l’Institute of Constructivist Psychology di Bolzano. Laureata in Psicologia, indirizzo di Neuroscienze, presso l’Università degli Studi di Trento. Mi occupo della presa in carico e riabilitazione di bambini e adolescenti con disturbo dello spettro autistico. Da qualche anno, lavoro anche nella gestione e costruzione della rete intorno al minore con ASD. Infine, seguo diversi nuclei familiari per supportarli e accompagnarli nel lungo percorso che si ritrovano a dover affrontare in seguito alla diagnosi dei loro figli.

 

Cristina Capuano

Institute of Constructivist Psychology, Bolzano

cristinacapuano88@gmail.com

Psicologa e specializzanda in psicoterapia presso l’Institute of Constructivist Psychology di Bolzano. Laureata in Psicologia Clinica con Lode presso l’Università L.U.M.S.A. di Roma. Ha svolto principalmente attività lavorative nell’ambito dello svantaggio, dell’emarginazione e dei Servizi Sociali. Attualmente lavora come insegnante presso la Scuola dell’Infanzia e svolge privatamente la professione di Psicologa.

 

Claudia D’Agostini

Institute of Constructivist Psychology, Padova

claudiadagostini9@gmail.com

Psicologa e specializzanda in psicoterapia presso l’Institute of Constructivist Psychology di Padova. Laureata in Psicologia di Comunità, della Promozione del Benessere e del Cambiamento Sociale presso l’università degli studi di Padova. Da sempre coinvolta nella vita di Comunità e in diverse esperienze di volontariato a favore di minori che vivono in condizioni svantaggiate (in Italia e all’estero – Romania e Senegal), lavora da diversi anni come docente negli ordini della Scuola dell’infanzia e primaria e svolge privatamente la professione di psicologa.

 

Mariangela Martone

Institute of Constructivist Psychology, Bolzano

mariangela.martone@gmail.com

Psicologa e specializzanda in psicoterapia presso l’Institute of Constructivist Psychology di Bolzano. Laureata in Psicologia Clinica presso l’Università degli Studi di Bari. Da diversi anni lavora in ambito educativo con minori, integrando attualmente l’esperienza sul campo con l’attività di Psicologa scolastica e occupandosi di promozione del benessere e supporto psicologico in contesti educativi.

 

Note

  • 26. https://babeldc.gr/en/homepage/
  • 27. Papadopoulos, R. K. (2022). Dislocazione Involontaria. Trauma e resilienza nell’esperienza di sradicamento. Torino: Bollati Boringhieri.
  • 28. Ferlini, Giorgio Maria (1934-2017): Psichiatra e psicoterapeuta, Ordinario di Psicopatologia Generale alla Facoltà di Psicologia dell’Università di Padova, fondatore e presidente della “Scuola di psicoterapia psicoanalitica e fenomenologica Aretusa”.
  • 29. Papadopoulos, R. K. (1987). Adolescents and Homecoming, The Guild of Pastoral Psychology. London. p. 7.
  • 30. Vedi Papadopoulos, 2022, op. cit., p. 47.
  • 31. Per farsi un’idea della esperienza di deistituzionalizzazione del manicomio di Leros a cui un contributo molto significativo è venuto dai servizi psichiatrici di Trieste sotto la direzione di F. Rotelli, si veda: https://www.2001agsoc.it/materiale/sconfinamenti/Sconfinamenti.N32.pdf e https://www.2001agsoc.it/materiale/sconfinamenti/Sconfinamenti.N33.pdf
  • 32. Agamben, G. (2005). Homo sacer.  Il potere sovrano e la nuda vita. Torino: Einaudi.