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Psicoterapia dei costrutti personali e relazionali: l’importanza dell’intersoggettività. Intervista con Harry Procter e David Winter

a cura di

Marcello Bandiera, Camilla Farinelli & Lucrezia Masciadri

Institute of Constructivist Psychology

 

Traduzione a cura di

Alexa Mutschlechner e Milena Sech

Abstract

Harry Procter è Visiting Professor presso l’Università di Hertfordshire ed è stato in precedenza Consulente Psicologo Clinico nel Servizio Sanitario Nazionale del Regno Unito. Ha lavorato per molti anni con le famiglie in ambito di salute mentale e disabilità, sia per adulti che per bambini. Attualmente sta scrivendo Making Sense of Making Sense: The Origins of Dialectical Constructivism in Hegel, Peirce and Kelly per Palgrave Macmillan, un libro che esplora le radici filosofiche del suo modello di intervento terapeutico, la Psicoterapia dei Costrutti Personali e Relazionali. Questo modello è stato anche al centro del suo primo libro, scritto con David Winter nel 2020, la cui pubblicazione è prevista per il 2026 con Palgrave.

David Winter è Professore Emerito di Psicologia Clinica presso l’Università di Hertfordshire, dove in precedenza ha diretto il Dottorato in Psicologia Clinica ed è stato Responsabile dei Servizi di Psicologia Clinica per Barnet nel Servizio Sanitario Nazionale inglese. Autore di circa duecento pubblicazioni, ha scritto, oltre a Personal and Relational Construct Psychotherapy con Harry Procter, anche Personal Construct Psychology in Clinical Practice: Theory, Research, and Applications (1992, Routledge) e Trauma, Survival and Resilience in War Zones: The Psychological Impact of War in Sierra Leone and Beyond (con Rachel Brown, Stephanie Goins e Clare Mason; 2016, Routledge). Insieme a Nick Reed ha recentemente completato l’editing della raccolta di scritti di George Kelly e attualmente è alla ricerca di un editore per il suo primo romanzo.

Harry Procter is Visiting Professor at the University of Hertfordshire, and was formerly a Consultant Clinical Psychologist in the UK National Health Service, specialising for many years in working with families in both adult and child mental health and disability settings. He is currently writing Making Sense of Making Sense: The Origins of Dialectical Constructivism in Hegel, Peirce and Kelly for Palgrave Macmillan. This book will explore the philosophical background to his model of therapeutic intervention, Personal and Relational Construct Psychotherapy. This was the subject of his first book, written with David Winter (2020), to be published by Palgrave in 2026.

David Winter is Professor Emeritus of Clinical Psychology at the University of Hertfordshire, where he was previously Programme Director of the Doctorate in Clinical Psychology as well as being Head of Clinical Psychology Services for Barnet in the English National Health Service. He has around 200 publications, and his books, as well as Personal and Relational Construct Psychotherapy with Harry Procter, include Personal Construct Psychology in Clinical Practice: Theory, Research, and Applications (1992, Routledge) and Trauma, Survival and Resilience in War Zones: The Psychological Impact of War in Sierra Leone and Beyond (with Rachel Brown, Stephanie Goins, and Clare Mason; 2016, Routledge). Together with Nick Reed, he has just finished editing George Kelly’s collected papers, and he is currently trying to get his first novel published.

DOI:

10.69995/JFXU5666
Keywords:
Psicoterapia dei Costrutti Personali e Relazionali, Corollario relazionale, Corollario di gruppo, Costrutti familiari, Psicoterapie “virtualizzate”, Personal and Relational Construct Psychotherapy, Relational corollary, Group corollary, family constructs, “virtualized” psychotherapies.

Psicoterapia dei costrutti personali e relazionali: l’importanza dell’intersoggettività[24]. Intervista con Harry Procter e David Winter.

 

Benvenuti, Harry e David, e grazie per aver accettato di partecipare a questa intervista. Vorremmo porvi alcune domande riguardo al vostro libro Personal and Relational Construct Psychotherapy. Questo volume raccoglie contributi storici fondamentali della PCP insieme agli sviluppi più recenti nel campo della ricerca in questo ambito. Come è nata l’idea di scrivere questo libro? A quale tipo di lettore è rivolto?

Abbiamo sempre ritenuto che Kelly non solo abbia introdotto un approccio innovativo alla psicologia e alla psicoterapia, ma che questo fosse parte integrante di una nuova e radicale filosofia. Di fatto, Kelly dovrebbe essere riconosciuto a pieno titolo non solo come un brillante psicologo e clinico, ma anche come un importante filosofo. La sua celebre metafora, secondo cui le persone possono essere viste come scienziati, può essere estesa fino a includere le relazioni interpersonali e i gruppi, considerandoli anch’essi impegnati collettivamente in processi di indagine e nella costruzione di significato. Questo processo non si limita alla collaborazione, ma comprende anche il conflitto, il dibattito e la competizione per il riconoscimento di determinate posizioni, proprio come avviene nelle vere équipe scientifiche. I modelli di interazione e relazione possono essere visti come un sistema che influenza e regola le azioni e le posizioni assunte dai singoli membri su specifiche questioni. Proponiamo, infatti, che, per comprendere meglio il modo in cui gli individui cercano di dare senso al proprio mondo, sia fondamentale collocarli nel contesto del “primato dell’intersoggettività“. Questo approccio permette di cogliere con maggiore precisione le dinamiche attraverso cui si sviluppa e si struttura la costruzione della realtà individuale.

L’idea di ampliare la PCP per descrivere e spiegare in modo più approfondito i processi che si sviluppano nelle relazioni umane, in particolare nelle dinamiche familiari, ha avuto origine nella tesi di dottorato di Harry Procter (1978). Nei decenni successivi, Procter ha affinato il suo approccio integrando la PCP con la Teoria dei Sistemi Familiari e altri studi sui processi relazionali. Attraverso una serie di pubblicazioni, ha esplorato l’applicazione clinica del suo modello, contribuendo al lavoro con le famiglie nei servizi di salute mentale per adulti e bambini, oltre che nei servizi dedicati alla disabilità. L’intenzione di raccogliere in un libro una panoramica più completa di questo approccio era presente da tempo. La successiva collaborazione con David Winter si rivelò particolarmente preziosa, poiché consentì di inserire il lavoro terapeutico relazionale e familiare all’interno di una revisione aggiornata degli sviluppi della Psicoterapia dei Costrutti Personali, offrendo così una visione più ampia e integrata dell’intero quadro teorico e clinico.

Il nostro pubblico principale è costituito da chi già pratica la Psicoterapia dei Costrutti Personali. Speriamo che l’espansione relazionale della PCP possa aiutare terapeuti e counselor a cogliere meglio il contesto relazionale dei loro clienti, permettendo loro di supportarli nella comprensione e nella gestione efficace delle dinamiche familiari. Inoltre, invitiamo i terapeuti a integrare in modo più sistematico la terapia familiare e di coppia. Nella pratica clinica Procter, all’interno dei servizi di salute mentale, si è quasi sempre impegnato a coinvolgere i familiari fin dall’inizio del percorso terapeutico, naturalmente nel rispetto delle preferenze del cliente.

Crediamo che questo libro possa essere utile e stimolante non solo per i terapeuti di altre tradizioni, ma anche per professionisti che operano in ambiti legati alla salute, al lavoro sociale, all’educazione, al coaching e alle organizzazioni in generale. Allo stesso modo, può offrire spunti di interesse a studenti, docenti e ricercatori in psicologia e scienze umane. Per chi si occupa di sviluppi teorici in psicologia, ci auguriamo che il libro possa rispondere alle critiche rivolte a Kelly e alla Teoria dei Costrutti Personali, spesso accusata di un eccessivo individualismo. Il modello proposto, infatti, mira a creare un ponte tra la Teoria dei Costrutti e altri approcci come il costruzionismo sociale, l’analisi del discorso e la sociologia della conoscenza (Procter, 2016).

 

Nel libro presentate la visione generale di Kelly sulla Teoria dei Costrutti Personali, introducendo anche elementi innovativi come il corollario relazionale. Da dove nasce l’idea di definire un nuovo corollario? Quali prospettive apre, secondo voi, per chi lavora in ambito clinico attraverso la PCP?

La nostra vita emotiva è fortemente influenzata dallo stato delle relazioni con le persone significative intorno a noi. Un esempio tipico è quando una divergenza di opinioni ci colpisce profondamente, come accade durante un litigio con una persona cara, e il sollievo che proviamo quando la questione viene risolta e ristabiliamo la vicinanza. Procter (1978) ha formulato nella sua ricerca di dottorato – in cui inizialmente veniva definito Corollario del Gruppo – il Corollario della Relazionalità come estensione del Corollario della Socialità di Kelly, con l’intento di catturare questo fenomeno centrale nella vita umana. Secondo la teoria kelliana, l’impatto delle relazioni su di noi dipende da come le costruiamo. Questo concetto apre nuove possibilità in ambito terapeutico, permettendo di modificare e approfondire la comprensione delle relazioni significative che circondano le difficoltà del paziente.

Questo concetto è stato successivamente sviluppato attraverso il modello dei “Livelli di Costruzione Interpersonale” (Capitolo 4 in Procter, 2014), in cui sono stati distinti e analizzati i diversi tipi di costruzione “monadica, diadica e triadica” riconoscendo come ciascuno di essi rappresenti un diverso modo con cui le persone interpretano i modelli relazionali. La comprensione di questi livelli aiuta i clinici a individuare e approfondire le problematiche relazionali, offrendo una visione più completa delle difficoltà vissute dagli individui. Inoltre, stimola una nuova serie di domande cliniche utili durante le fasi di intervista e formulazione del caso. Questo approccio dovrebbe, inoltre, contribuire a una comprensione più profonda del ruolo del terapeuta nelle dinamiche relazionali con il cliente, sensibilizzando, ad esempio, sui rischi di essere coinvolto inconsapevolmente in una coalizione con il cliente contro altri membri della famiglia. La consapevolezza dei diversi “livelli” relazionali arricchisce la comprensione del terapeuta e amplia il suo repertorio di strategie terapeutiche.

 

Nel volume, il “costrutto famiglia” è stato presentato come uno strumento professionale per comprendere come le persone interpretino le proprie aspettative rispetto agli eventi relazionali, in particolare quelli legati alla personale esperienza come membri di un gruppo significativo e ristretto, come la famiglia. In che modo l’integrazione di questo costrutto nella pratica clinica con il paziente può influire sulla prospettiva del terapeuta?

Da quanto precede, possiamo comprendere come non solo gli individui, ma anche gruppi, famiglie e organizzazioni possiedano sistemi di costrutti condivisi che influenzano e regolano il comportamento. Questi sistemi possono essere considerati come “costrutti familiari” o, più ampiamente, “costrutti sociali”, che definiscono e governano le posizioni che i membri assumono reciprocamente, sia in modo collaborativo che conflittuale. Un esempio chiaro di questo concetto si trova nel conflitto tra i membri della famiglia nella storia del Giardino dell’Eden (vedi pp. 27 e 149), in cui Caino critica apertamente la fede religiosa dei suoi genitori e del fratello. In questo caso, il costrutto familiare, che oppone il bene al peccato, definisce e regola le interazioni e i conflitti tra i membri. I due poli del costrutto stabiliscono le posizioni reciproche che i membri assumono in opposizione tra loro.

Ciò che emerge è che, soprattutto nelle famiglie che affrontano difficoltà, spesso un unico costrutto familiare sembra dominare e regolare il discorso e le interazioni, inducendo i membri alla polarizzazione e costringendoli a “prendere posizione”, in modo analogo a quanto accade nelle società e nei paesi specialmente nel contesto della politica internazionale. In questo contesto, il lavoro congiunto con i membri della famiglia diventa estremamente rilevante e potente, poiché i terapeuti possono offrire un supporto multilaterale, favorendo la de-escalation e il ritorno a un’atmosfera in cui i contributi di ciascun individuo o gruppo possono essere (ri)stabiliti, facilitando così il progresso terapeutico. Il libro, quindi, si rivela utile anche per coloro che si occupano di relazioni internazionali e arbitrato in generale.

 

Quali sono, secondo la vostra esperienza, le principali differenze tra l’approccio costruttivista e quello sistemico-relazionale nel lavoro con le famiglie?

Proponiamo la Psicoterapia Costruttiva Personale e Relazionale (PRCP) come un modello capace di integrare in modo coerente due approcci apparentemente opposti. Questa sintesi arricchisce il repertorio di strumenti a disposizione dei terapeuti, permettendo loro di affrontare le situazioni problematiche con una maggiore flessibilità e di attingere alle diverse tecniche offerte da entrambe le tradizioni. Le prospettive illustrate in risposta alle domande due e tre offrono un contributo significativo sia ai terapeuti che adottano l’approccio dei costrutti personali, sia a coloro che operano in un quadro sistemico-relazionale. Da un lato, arricchiscono il repertorio di strumenti già offerto da Kelly e altri teorici del costruttivismo; dall’altro, permettono ai professionisti che lavorano con le famiglie di integrare le metodologie dei costrutti personali nel lavoro con i singoli membri. Il terapeuta può aiutare ciascun individuo a esplicitare e approfondire il proprio sistema di significati, mentre gli altri membri della famiglia osservano e sviluppano una comprensione reciproca più profonda. Questo processo facilita una collaborazione più efficace e una risoluzione dei problemi più armoniosa. L’intervista Bow-Tie e le Griglie Qualitative, come la Perceiver-Element Grid (PEG), rappresentano strumenti derivati dall’integrazione delle due tradizioni e si rivelano particolarmente efficaci sia nel potenziare le sedute terapeutiche sia nel migliorare il processo di formulazione clinica.

 

La PCP rappresenta un modello psicologico clinico strutturato e ben articolato all’interno di un solido quadro epistemologico, che offre numerosi spunti di riflessione per il clinico interessato a questa teoria. Quali aspetti della teoria di Kelly si sono rivelati particolarmente utili nella vostra esperienza clinica?

Nel campo clinico, ci capita frequentemente di lavorare con persone che portano esperienze e comportamenti che risultano difficili da comprendere, magari perché il loro comportamento manifesta quello che Mowrer, nel 1948, definiva il “paradosso nevrotico”, ossia una condizione in cui un individuo è “allo stesso tempo auto-perpetuante e auto-sconfessante”, o perché le loro azioni sembrano esprimere una crudeltà verso gli altri difficile da decifrare. Tradizionalmente, i clinici hanno ridotto il disagio provocato da tali individui rinchiudendoli in categorie diagnostiche psichiatriche, evitando così di esplorare le loro esperienze come qualcosa di diverso dai sintomi di una malattia.

Per contrasto, la teoria di Kelly fornisce al clinico un metodo per adottare un “approccio credulo”, approfondendo e considerando seriamente il mondo interno del cliente, piuttosto che escludere questo mondo ritenendolo malato o irrazionale. Molti aspetti della teoria sono cruciali a questo riguardo, ma dobbiamo focalizzarci su alcuni aspetti che sembrano essere per noi di particolare valore, iniziando da alcuni corollari di Kelly. Di fondamentale importanza è il Corollario dell’Individualità, con l’asserzione che la costruzione di ognuno è differente e con il consueto ricordare ai clinici che non dovrebbero mai presumere che il cliente veda il mondo dalla loro stessa prospettiva. Consideriamo per esempio il cliente che si lamenta di depressione ma fallisce nel completare i compiti assegnati che il terapeuta ha previsto per condurre il cliente verso una strada per la felicità. Piuttosto che incolpare il cliente e etichettarlo come “resistente”, il terapeuta potrebbe considerare che il modo di costruire del cliente riguardo a depressione e felicità potrebbe differire dalle sue costruzioni. Una tale esplorazione potrebbe rilevare, per esempio, che il cliente associa la felicità all’egoismo e all’insensibilità verso la sofferenza altrui. In questo caso, non sorprende che il cliente “resista” testardamente al coraggioso sforzo del terapeuta di accompagnarlo verso uno stato di felicità, con tutte le implicazioni negative attese. Questo è un esempio di un dilemma implicativo, la cui identificazione può condurre al focus terapeutico nella risoluzione del dilemma (Feixas & Compan, 2016). Indica anche l’importanza, accentuando il Corollario dell’Organizzazione di Kelly, di considerare la struttura gerarchica del sistema di costrutti del cliente. Il disturbo che il cliente presenta potrebbe spesso venire espresso in termini di costrutti che sono relativamente subordinati nel suo sistema, ma il cambiamento potrebbe essere impedito da costrutti che sono superordinati ad essi. Nel libro presentiamo l’esempio di una coppia che costantemente discuteva di questioni apparentemente banali, come l’aver schiacciato il tubetto del dentifricio dalla fine o dalla metà, ma queste discussioni, che sembravano vane e distruttive sia a loro che a coloro che ne erano testimoni, in realtà riguardavano differenze significative in costruzioni del mondo ancora più fondamentali. Un altro corollario di Kelly di grande importanza nel comprendere il comportamento apparentemente auto-difensivo del cliente è il Corollario della Scelta, che indica come le scelte delle persone, piuttosto che avere una base edonistica, siano orientate ad una migliore anticipazione del mondo. Per esempio, le azioni di una persona che abitualmente sembra sabotare i propri progressi potrebbero essere perfettamente comprensibili se si riconosce che per la persona in questione essere un fallimento comporta più implicazioni e possibilità di anticipare il mondo rispetto all’essere un successo. Un ultimo corollario che è certamente centrale nell’approccio credulo è il Corollario della Socialità, in cui si sottolinea che vedere il mondo attraverso gli occhi dell’altra persona è fondamentale per qualsiasi relazione significativa, come quella del clinico con il cliente.

Un altro aspetto della teoria di Kelly che riveste grande importanza nel facilitare la socialità con il cliente è il set di costrutti diagnostici che permette al clinico di comprendere i processi di costruzione del cliente sospendendo, al contempo, i suoi costrutti personali. Particolarmente utili, tra questi costrutti diagnostici, sono quelli che implicano strategie di costruzione (ad esempio, restringimento e allentamento; costrizione e dilatazione), che tutti adottiamo in qualche misura per evitare o far fronte all’invalidazione, ma che i nostri clienti potrebbero utilizzare in modo più estremo o sbilanciato. Di particolare importanza nel dare un senso ai nostri clienti sono i costrutti di transizione definiti da Kelly. Tornando all’esempio del cliente che sembra “resistente” alla terapia, il suo manifesto evitamento del cambiamento potrebbe essere comprensibile se tale cambiamento portasse in una direzione che il cliente non è capace di costruire, provocandogli ansia; se coinvolgesse cambiamenti radicali in strutture nucleari, e quindi minaccia; o implicasse che il cliente assuma un nuovo ruolo nucleare, inducendo colpa. Un altro costrutto di transizione che potrebbe essere particolarmente utile nel comprendere il comportamento “difensivo” del cliente è l’ostilità, nei termini di Kelly: il cliente, piuttosto che operare revisione come risposta all’invalidazione, cerca di adattare il mondo alla propria costruzione. Per esempio, si può notare come il cliente che vede se stesso come un fallimento, e che, inspiegabilmente, quando è sul ciglio del successo, compie un’azione che inevitabilmente lo condurrà ad un ulteriore fallimento (come non consegnare entro la scadenza la presentazione di un compito), stia ostilmente estorcendo prove validazionali rispetto al suo costrutto originale. Tale validazione è più importante per l’individuo rispetto al successo.

Forse il più grande valore dei costrutti diagnostici di Kelly nel setting clinico è la loro applicabilità a chiunque, sé stessi e altri clinici, e i clienti. Pertanto, questi costrutti forniscono le basi non per una classificazione rigida della patologia del cliente, ma per una concettualizzazione psicologica dei suoi problemi nei termini degli stessi processi e delle stesse strutture che ognuno di noi adopera in alcuni momenti o in alcune situazioni. Una formulazione dei problemi individuali del cliente in questi termini avrà chiare implicazioni per gli interventi terapeutici. Comunque, è illuminante notare che Kelly era un sostenitore di questo approccio molto prima di pubblicare la sua opera magna (ad esempio, nel manuale che ha scritto per i suoi studenti di clinica) e decenni prima che fosse sostenuto dai terapeuti cognitivo-comportamentali, a cui spesso viene attribuito il merito di aver ideato tale approccio.

 

La PCP è conosciuta per aver proposto strumenti innovativi e metodi costanti (regolari, continui) con i fondamenti epistemologici sul quale la teoria si basa. Come vedete il ruolo di questi strumenti nel futuro della PCP?

I suoi innovativi strumenti erano probabilmente la ragione principale per la crescita dell’interesse nella PCP nei primi decenni che seguono la pubblicazione dei due volumi di Kelly, un tempo in cui la tecnica della griglia di repertorio veniva usata in più del novanta per cento degli articoli sul campo. Successivamente c’è stato un considerevole perfezionamento degli strumenti originali, come anche l’introduzione di nuovi strumenti, e siamo entrambi stati coinvolti in questi sviluppi. Nella nostra visione, i suoi diversi strumenti e metodi hanno permesso alla PCP di offrire un approccio di “umanesimo rigoroso”, per usare un’espressione di Rychlak (1977), o, come dice Kelly (1969, p. 135), “una tecnologia attraverso la quale esprimere le sue umane intenzioni”. L’adattabilità di tali strumenti è stata dimostrata dalla loro applicazione in numerosi campi diversi e in una gamma di contesti culturali. In anni recenti, c’è stata forse una propensione, tra alcuni psicologi dei costrutti personali, nel limitare l’uso di questi strumenti e in particolare quelli di natura più quantitativa, come se non fossero realmente compatibili con l’approccio costruttivista. Comunque, a nostro avviso, sono strumenti centrali per il futuro della PCP in quanto elementi distintivi della teoria che combinano la ricchezza sia di metodi quantitativi sia qualitativi.

 

Osservando la situazione sociale contemporanea, nascono alcune questioni sul modo in cui i giovani socializzano che sta diventando sempre più virtualizzato. Sebbene sia stato scritto molto di ciò nel campo delle psicoterapie individuali online, è emerso ancora poco sulla ‘virtualizzazione’ della psicoterapia di gruppo. Immaginando una psicoterapia di gruppo che ha luogo interamente attraverso uno schermo: quali potrebbero essere le maggiori implicazioni, secondo la vostra opinione?

Uno dei lasciti della pandemia Covid è stata l’importante accettazione e accelerazione della virtualizzazione delle nostre attività, inclusa la psicoterapia. Mentre la psicoterapia individuale virtuale è ormai abbastanza comune, la psicoterapia di gruppo virtuale, sebbene non sconosciuta, sembra poter sollevare maggiori problemi, alquanto diversi da quelli ordinari che riguardano la connessione internet, le mancanze di conoscenza tecnologica dei membri, e così via. Per prima cosa, c’è una forte limitazione nel percepire e rispondere ai segnali non verbali, eccetto forse quelli che coinvolgono l’espressione facciale. Ci sono anche questioni più importanti che riguardano possibili violazioni della riservatezza. Per contro, si presentano nuove opportunità come l’uso della chat e delle “break-out rooms[25]. Questi aspetti dovrebbero essere accolti da un approccio come la Psicoterapia dei Costrutti Personali e Relazionali, che favorisce la sperimentazione e l’adattamento dei modelli di psicoterapia a misura delle preferenze del cliente. Le “break-out rooms” potrebbero per esempio fornire un mezzo efficiente per organizzare le interazioni diadiche a rotazione nei gruppi di scambio interpersonale.

Per la terapia sistemico-familiare c’è una discreta evidenza che dimostra come le videoconferenze offrano diversi vantaggi nel lavoro con le persone e le loro famiglie, utilizzando un mezzo che modella la terapia e che può rendere più collaborativi e aperti i partecipanti, e permette l’accesso ai membri della famiglia che altrimenti non potrebbero essere presenti, che vivono in altre parti del Paese o del mondo (Burbach & Helps, 2022; Burbach & Pote, 2021).

 

Per concludere questa intervista, un’ultima domanda: quali sono i vostri pensieri sul futuro della PCP?

Sebbene ci siano state solo poche elaborazioni della teoria relativa alla PCP (incluso l’ampliamento relazionale che abbiamo proposto) in questi settanta anni da quando Kelly ha pubblicato la sua opera magna, il range di applicazione dell’approccio si è esteso notevolmente, sia all’interno sia oltre il suo focus originale di pertinenza, il setting clinico (Walker & Winter, 2007). Si è ampliato il lavoro agli ambiti educativo, organizzativo e forense, come anche alle aree della psicologia sociale, alle arti, alla politica, al coaching, allo sport e alle questioni ambientali. Dalla metà degli anni Settanta, si sono svolti regolarmente congressi internazionali PCP, e continuano ad esserci pubblicazioni approfondite, alcune nelle riviste, come in questa, che sono dedicati alla PCP o più generalmente al costruttivismo. Questo sembra essere di buon auspicio per il futuro della PCP. D’altra parte, sono pochi gli studenti di psicologia che hanno sentito parlare di PCP che, salvo poche eccezioni, non è più trattata nei corsi di laurea triennale. I corsi post universitari o di formazione professionale, che interamente o parzialmente si focalizzano sulla PCP e/o sulla sua applicazione terapeutica, sono presenti solo in alcuni paesi che dimostrano uno specifico interesse per la PCP, come Italia, Spagna, Serbia e, in parte, il Regno Unito, sebbene alcuni di questi (ad esempio il master universitario di primo livello “Personal construct psychology and counselling” offerto dall’Università degli Studi di Padova) siano trasmessi online e perciò di ampia portata. Particolarmente preoccupante è il fatto che al momento sembra esserci poco interesse e nessuna formazione in PCP nel suo Paese di origine.

Le ragioni per questo stato delle cose sono probabilmente molteplici. Per prima cosa, c’è stato un fiorire degli approcci ampiamente costruttivisti in molti campi, il cui interesse ha di gran lunga superato quello specifico per la PCP. Quando la PCP viene vista solo come un altro approccio sulla costruzione di significato, le sue peculiarità, come la sua complessa teoria e le tecniche di valutazione, sono semplicemente ignorate. In secondo luogo, nel campo clinico il mercato è stato monopolizzato da quegli approcci, come la terapia cognitivo-comportamentale, che promuovono le loro basi di evidenza scientifica e generalmente sono maggiormente attivi nell’autopromozione. Sebbene, come esaminato nel Capitolo 13 del libro, la Psicoterapia dei Costrutti Personali non sia priva di evidenza scientifica, gli psicologi dei costrutti personali si sono spesso opposti al compromesso di effettuare ricerca sui loro interventi con approcci che aumentino la probabilità di essere riconosciuti e inseriti nelle linee guida che delineano quali approcci di trattamento possono essere praticati nei contesti dei servizi sanitari. Come terzo punto, gli psicologi dei costrutti personali avrebbero potuto fare di più per pubblicizzare l’applicazione potenziale del loro approccio nelle aree di occupazione contemporanea. Per esempio, come nel lavoro in cui uno di noi è stato coinvolto in merito a radicalizzazione, de-radicalizzazione e violenza (e.g., Mason et al., 2024; Winter & Feixas, 2019; Winter, 2024), la PCP dovrebbe avere molto da dire riguardo alle questioni che emergono da un mondo sempre più polarizzato, un’area in cui il lavoro di Michael Mascolo (2022) e dei suoi colleghi sul “creare un terreno comune” è di grande rilevanza. La PCP ha dimostrato il suo valore anche nella sua applicazione alle sfide della pandemia COVID (e.g., Cipolletta et al, 2022; Winter & Reed, 2022). Un altro ambito in cui si è lavorato, ma in cui la potenziale applicazione potrebbe essere ulteriormente promossa, è l’analisi e la facilitazione delle scelte che potrebbero avere un impatto sul cambiamento climatico.

Dal nostro punto di vista, come uno di noi ha scritto, la PCP è ancora radicale dopo tutti questi anni (Winter, 2012). Troviamo il modo di far sì che più persone siano consapevoli di ciò, sia all’interno sia all’esterno della comunità della psicologia! Speriamo che, in qualche modo, a facilitare questa consapevolezza possa contribuire la pubblicazione, l’anno prossimo, della biografia tanto attesa di George Kelly (Epting & Raskin, 2025), così come dei volumi di raccolta dei suoi articoli, compresi alcuni non precedentemente pubblicati (Winter & Reed, 2025).

Grazie molte!

 

Bibliografia                     

                             

Burbach, F., & Helps, S. (2022). Delivering family therapy and systemic interventions using digital platforms. In H. Wilson, (Ed) Digital Delivery of Mental Health Therapies: A guide to the benefits and challenges, and making it work (pp. 240-255). Jessica Kingsley Publisher.

 

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Note sugli autori

 

Marcello Bandiera

Institute of Constructivist Psychology, Padova.

marcellobandiera.psy@gmail.com

Psicologo, Psicoterapeuta Costruttivista. Svolge attività clinica privata ed è co-didatta presso l’Institute of Constructivist Psychology a Padova, Italia.

 

Camilla Farinelli

Institute of Constructivist Psychology, Padova.

camilla.farinelli@gmail.com

Psicologa, Psicoterapeuta in formazione presso l’Institute of Constructivist Psychology (Padova, Italia). Svolge attività clinica privata, consulente in un centro famigliare ed è insegnante di sostegno in una scuola superiore di Piacenza, Italia.

 

Lucrezia Masciadri

Institute of Constructivist Psychology, Padova.

lucreziamasciadri@gmail.com

Psicologa e Psicoterapeuta costruttivista in formazione presso l’Institute of Constructivist Psychology (Padova, Italia). Svolge attività clinica privata con adolescenti e adulti a Lucca, in Toscana.

 

Note

  • 24. Ringraziamo gli editori della rivista Personal Construct Theory & Practice e gli autori autore per aver gentilmente concesso la traduzione dell’articolo. L’originale è disponibile al link: https://www.pctp-journal.org/last-issues/volume-21-2024/. Bandiera, M., Farinelli, C., & Masciadri, L. (2024). Personal and relational construct psychotherapy: The primacy of intersubjectivity. Interview with Harry Procter and David Winter. Personal Construct Theory and Practice, 21, 7 – 15. 
  • 25. Nota delle traduttrici: ambiente separato dalla stanza principale nelle piattaforme di comunicazione virtuali.