“Sognatori ostili”. Un’esplorazione dei costrutti PCP relativi alle transizioni[12]
Introduzione
Lavoriamo insieme da diversi anni a un’ampia varietà di progetti PCP. Vivendo in Paesi diversi, le nostre conversazioni avvengono abitualmente attraverso uno schermo o tramite lo scambio di e-mail. I costrutti relativi alle transizioni formulati da Kelly sono sempre stati per noi di primario interesse, poiché pensiamo che queste idee – le emozioni come percezione di un movimento nel sistema, e quindi “transizioni” – risiedano nel cuore stesso della PCP intesa come teoria del cambiamento. Questa trascrizione proviene, perciò, in larga parte dalla registrazione di una video-conversazione, con alcune aggiunte in risposta ai commenti dei primi revisori, per i quali siamo molto grati, e di cui abbiamo potuto parlare di persona durante una recente visita di Mary all’Institute of Constructivist Psychology di Padova. Condividere e sviluppare le nostre idee è stato un piacere, e ci auguriamo che questo approccio conversazionale dal vivo possa ispirare i nostri amici e colleghi PCP a condividere le loro idee; non vediamo l’ora di ascoltare nuove prospettive e/o elaborazioni. E così, la conversazione inizia.
Massimo: Dal momento che stiamo esplorando i costrutti relativi alle transizioni, penso che la nostra prima considerazione possa riguardare un’importante caratteristica della teoria stessa: il suo livello di astrazione e il suo essere vuota. Infatti, coerentemente con il principio dell’Alternativismo Costruttivo – l’assunto filosofico ed epistemologico della PCP – Kelly ci offre una teoria astratta e vuota, il più possibile scevra di contenuti e pregiudizi. Nel praticare la PCP, adottiamo il suo assunto di base secondo cui le alternative, siano esse conosciute o sconosciute, sono sempre disponibili, rispettando al contempo la rilevanza e la validità dei significati e dei comportamenti altrui. Di conseguenza, ci viene ricordato di sfidare continuamente noi stessi a dare senso alle posizioni e alle prospettive individuali degli altri attraverso le loro stesse costruzioni.
Mary: Come te, anch’io ho sempre apprezzato questo aspetto della teoria vuota e le sfide a cui costantemente ci invita. Il professionista si sforza continuamente di lavorare creativamente entro il sistema di costrutti del cliente. Quando ho iniziato a studiare la PCP, i docenti la descrivevano come una “teoria sovraordinata”, il cui contenuto e processo si sarebbero sviluppati in modo unico per ciascuna persona man mano che la si esplorava e conosceva. Abbracciando questo nucleo centrale della nostra teoria, dobbiamo poi trovare la nostra strada invece di seguire un manuale prestabilito o procedure standard – un percorso non facile, ma ho sempre amato questo dono e la straordinaria sfida che rappresenta.
Massimo: Nonostante questo, e forse in particolare nel caso dei costrutti relativi alle transizioni, anche in chi usa la PCP nella sua pratica professionale ci può essere la tendenza a una loro lettura attraverso una lente patologizzante; forse perché la PCP è diffusa prevalentemente fra i clinici, ma anche perché la pratica professionale in genere può portare a focalizzarsi sulle soluzioni, ad incoraggiare le persone ad abbandonare posizioni che sono solitamente considerate negative o problematiche.
Mary: Immagino che molte persone che chiedono aiuto e supporto sperino in soluzioni rapide; quindi, penso che la vera sfida per il professionista sia probabilmente quella di mantenere tutte le opzioni aperte. Il minimalismo pratico e procedurale della PCP sembra supportare questo approccio – ci richiede di rimanere curiosi e di sviluppare modi per lavorare insieme, riconoscendo che le sperimentazioni e il non sapere si applicano sia al professionista che al cliente. Come saprai, non pratico in setting clinici, ma con le persone nei loro contesti lavorativi. Sono passati più di 40 anni da quando ho scoperto la PCP e non ho dubbi che sia la teoria psicologica più utile per i setting non clinici, proprio perché non propone norme, ideali, tipologie, categorie, patologie o anormalità. La teoria si applica a tutti noi, sempre.
Massimo: Sono d’accordo, molti aspetti della teoria di Kelly la rendono ancor oggi rivoluzionaria, nonostante molti tentativi di addomesticarla. La sua relativa apertura e “vuotezza”, che viaggia attraverso lo spazio e il tempo, incessantemente, verrà espressa dalle persone, dai gruppi e dalle culture nella loro esperienza diretta della propria vita. La teoria, in altre parole, si presenta come uno strumento di viaggio, di navigazione, aperto e pronto ad accogliere visioni del mondo diverse, alternative. In tutto ciò possiamo cogliere un valore etico, un valore politico e anche una grande bellezza. Si potrebbe dire che Kelly proponga una sorta di “dottrina socratica dell’ignoranza”, in cui il professionista riconosce la competenza dell’altra persona e l’importanza delle sue esperienze, dei suoi significati e della sua visione del mondo. L’ignorante, in tutto questo, è il professionista.
Mary: Mi piace molto l’analogia dello strumento di viaggio, grazie! Forse una delle ragioni per cui questa prospettiva più ampia tende a perdersi è che Kelly scrisse i suoi due volumi di teoria e pratica nel contesto del lavoro clinico. Aveva parecchio da dire in merito alle etichette diagnostiche classiche, perché è lì che stava lavorando in quel periodo. Trovo davvero molto triste che sia morto prima di poter andare oltre l’ambito clinico. Sembra stesse andando nella direzione di occuparsi di relazioni internazionali e suppongo che avrebbe riconfigurato la teoria in un nuovo considerevole lavoro non clinico che, nella mia immaginazione, avrebbe superato i due volumi segnando il momento in cui la PCP si sarebbe imposta su più vasta scala.
Massimo: Penso sia vero che, da un lato, questo avvenga perché coloro che maneggiano e usano la teoria sono soprattutto clinici, e dall’altro, perché è possibile osservare dappertutto la tendenza a ricercare certezze. Certezze che, sfortunatamente, diventano sovrascritture e, di conseguenza, la teoria perde il suo focus sul come e diventa una teoria del cosa. Questa tendenza a sovrascrivere si verifica anche nel caso delle transizioni. Eppure, la fonte di incredibile fertilità di questa teoria risiede proprio nel suo rifiutare qualsiasi struttura predefinita di contenuti, giudizi, direzioni. Vorrei soltanto aggiungere che, in italiano, l’etimologia della parola felicità (in inglese happiness) può essere fatta risalire alla radice sanscrita bhu, e al greco φύω “io produco, io genero” – da cui originano i termini fertile e feto – e infine al latino foelix o felix, una felicità che è fruttuosa, fertile e, in senso lato, soddisfatta, compiuta. In questo senso, per la sua fertilità, la PCP può essere vista come una teoria della felicità.
Mary: Sono assolutamente d’accordo con il porre la fertilità come nucleo teorico, nonostante io sia molto diffidente rispetto alle teorie della felicità! Credo che il nostro ruolo sia quello di camminare accanto e dare valore alla sofferenza, alla disperazione e a ogni forma di angoscia scomoda, con la felicità spesso lontana e difficile da raggiungere. A volte ho sentito definire la PCP come una psicologia positiva e, in un certo senso tutto suo, suppongo che lo sia. Presuppone che ci siano sempre costruzioni alternative disponibili, anche se possiamo faticare a trovarle. Forse sostituirei “positività” con “speranza” come spirito fertile della PCP – tu cosa ne pensi?
Massimo: Capisco la tua perplessità. Il focus del concetto è la fertilità, il movimento euristico, la possibilità. In questo, etimologicamente, il senso della felicità è, forse, tracciabile. La felicità, se seguiamo la sua radice linguistica, può essere vista come un processo che comprende i molti modi di intraprendere il nostro viaggio esistenziale, piuttosto che essere considerata come uno stato, una meta. Tuttavia, se intendiamo la felicità in relazione a un sostanziale edonismo, o se intendiamo la felicità in contrasto con tutte quelle umane esperienze che, pur non essendo felici, sono nondimeno ricche di significato, concordo pienamente con te. Se intendiamo preservare la radice fertilità evitando la possibile percezione di questa opposizione, allora penso che tu abbia suggerito il giusto termine: speranza. Speranza, inoltre, è una parola che contiene un’idea di movimento, di sviluppo – di fertilità, di fatto- che può non essere percepita nella parola felicità.
Mary: Molto interessante – sì, capisco cosa intendi. Come te, considero i costrutti relativi alle transizioni come una delle parti più utili della nostra teoria, ma ricordo che non l’ho sempre pensata così! Quando li ho incontrati per la prima volta, mi chiedevo perché Kelly avesse preso etichette tanto usurate e cariche di significati come aggressività, ansia, minaccia, ostilità e senso di colpa, per poi descriverle in modi così unici e inusuali. Perché non aveva semplicemente dato loro nuovi nomi? Ora, naturalmente, dopo aver vissuto a lungo la teoria, apprezzo davvero ciò che ha fatto. Le descrizioni di Kelly normalizzano queste esperienze, spostandole dal dominio dei problemi o dei “disturbi” e collocandole nei cambiamenti che tutti viviamo, regolarmente, nel corso della nostra vita.
Massimo: Mary, abbiamo parlato molte volte delle transizioni e dell’idea di “sognatori ostili” – forse tu puoi dire qualcosa a riguardo?
Mary: Personalmente il costrutto che ho trovato più interessante era quello dell’ostilità – qualcosa che conosco molto bene dalla mia vita personale e professionale. Da Kelly è definito come “lo sforzo continuo di estorcere prove validazionali a favore di una predizione sociale che è già stata riconosciuta come fallimentare” (Kelly, 1991, pp. 375-376). Lo descrive anche come “metterci all’angolo”, rifiutandoci di riconoscere fino a che punto siamo ormai intrappolati. Nel mio campo, la Psicologia delle Organizzazioni, la resistenza al cambiamento è un’idea diffusa, e solitamente vista in una luce totalmente negativa. La mia prospettiva sulla resistenza ostile è cambiata completamente quando, per la prima volta, ho sentito dei colleghi PCP suggerire che potremmo lavorare in modo più utile con la resistenza al cambiamento se la comprendessimo come persistenza della necessità. Mi colpì come una riformulazione bella e rivoluzionaria, che si allontana dall’idea di promuovere rapidi ribaltamenti, per orientarsi invece verso l’esplorazione e la comprensione dell’unico e spesso complesso intreccio di significati personali in gioco che hanno portato a quella posizione.
Mentre studiavo la teoria, stavo leggendo un libro di Nicholas Mosely chiamato Hopeful Monsters (Mosely, 1990) – un romanzo di idee intrigante e controverso. A un certo punto, un personaggio ipotizza l’arrivo di creature geneticamente diverse che potrebbero non sopravvivere, o sopravviverebbero solo come mostri, ma che forse potrebbero essersi evolute e adattate troppo presto in un mondo non ancora in grado di sostenerle – nate prima del loro tempo, questi mostri pieni di speranza. Questo mi ha portato a pensare a persone che sostenevano credenze alternative, che erano impegnate in certi tipi di cambiamento o progresso, che si rifiutavano di cambiare schieramento o di “abbassare i toni”, e che per questo venivano punite e persino imprigionate per molti anni, molte delle quali sono morte, intrappolate nel loro piccolo angolo. Per pochissimi, all’improvviso è sembrato che il mondo cominciasse a sentire e comprendere il loro messaggio e alla fine si voltasse ad abbracciarli.
Avrei pochi dubbi che quelle persone avevano da tempo riconosciuto l’apparente “fallimento” delle loro previsioni sociali, ma questo non ha portato a un cambiamento di posizione, anche se in alcuni casi ha portato a cambiamenti straordinari su una scala molto più ampia, alla fine, e ad un prezzo elevato.
Ho pensato anche, per esempio, agli attivisti che conoscevo negli anni ’70, che ci stavano avvertendo del cambiamento climatico molti decenni prima delle catastrofi che stiamo vivendo noi ora, ma che furono ostracizzati e derisi per le loro argomentazioni. I loro accesi oppositori ridevano delle loro paure sul riscaldamento globale, puntando sui molti inverni rigidi di quegli anni. Sono sicura che te ne ricorderai – con quanto coraggio e perseveranza questi attivisti rimasero fermi nella loro scomoda posizione.
Questi sono forse esempi eroici, ma in fondo descrivono le esperienze di persone che credono in qualcosa di diverso dalla visione dominante, che hanno idee alternative, o che guardano alle cose da una prospettiva non usuale. La pratica della PCP ci porta verso la socialità piuttosto che verso la prescrizione, e ci incoraggia ad esplorare e tentare di comprendere costruzioni strane e insolite, invitandoci ad essere molto ponderati e attenti nello spiegare o diagnosticare o cercare di cambiare le posizioni delle altre persone. Anche stare fermi, non cambiare rotta, rifiutarsi di abbandonare una predizione sociale attualmente invalidata è una scelta e, naturalmente, può comportare esperienze negative significative.
Massimo: La tua esperienza iniziale è simile alla mia, sia durante i miei studi universitari che all’epoca della scuola di psicoterapia. Fondamentalmente, l’ansia era presentata come se fosse avvolta da un’aura di negatività – soltanto un disturbo. Per essere chiaro, considerando il contesto in cui studiavo al tempo, ciò era del tutto comprensibile. Tuttavia, il modo in cui Kelly approccia il mondo delle transizioni è profondamente fenomenologico: non è interessato al punto di vista oggettivo di un osservatore, e non suggerisce che l’ansia, di per sé, possa essere considerata una cosa buona o cattiva; suggerisce, piuttosto, che “essa rappresenta la consapevolezza che il proprio sistema di costruzione non si applica agli eventi in corso” (Kelly, 1991, p. 367). Il suo obiettivo è sforzarsi di comprendere l’esperienza e la prospettiva della persona che agisce. Le transizioni sono ciò che noi esperiamo quando i nostri sistemi di costrutti sono in movimento. Dobbiamo ricordare che tutte le nostre costruzioni – transizioni incluse – sono i modi in cui proviamo ad anticipare gli eventi, a trovare ricorrenze e ordine nel flusso impetuoso della vita. Kelly ci ricorda che “i costrutti stessi subiscono cambiamenti, ed è nelle transizioni da un tema all’altro che sorgono la maggior parte dei più sconcertanti problemi della vita.” (ibidem, p. 359). In altre parole, ci muoviamo continuamente in un mare di incertezza, che cerchiamo di governare attribuendogli un senso. L’ansia è ciò che proviamo quando il nostro sistema di costruzione incontra il suo confine, quando sentiamo che qualcosa che percepiamo nondimeno sfugge alla nostra comprensione, non lo conosciamo abbastanza bene. Siamo di fronte alla nostra ignoranza. Anche se Kelly ha sviluppato la sua teoria nel contesto della clinica, aveva in animo di mettere a punto una più ampia teoria dell’esperienza umana, e così quelle che solitamente vengono chiamate emozioni possono essere descritte in modo innovativo come transizioni, il che è molto distante dal pensiero culturale e scientifico dominante. Le transizioni assomigliano più a segnali o direzioni, processi anticipatori che non sono in alcun modo definiti come positivi o negativi. L’ansia, né buona né cattiva, si presenta nella sua “qualità tipicamente ambigua” (ibidem, p. 366) ed è aperta a significati personali. Potremmo trovare molti modi differenti per conviverci.
Per esempio, immagina di partecipare a un viaggio organizzato con un amico in un Paese straniero. Ogni tappa è stabilita e ben descritta, ma ti senti limitata da questa programmazione precisa. Ci sono persone diverse là fuori, una cultura da conoscere, nuovo cibo, possibili avventure: un mondo sconosciuto che ti attrae. Così proponi al tuo amico di lasciare il viaggio organizzato e di avventurarvi insieme verso questa nuova esperienza, verso la novità e l’incertezza, fuori dai confini abituali. Ma il tuo amico rifiuta la tua proposta, preferisce il viaggio organizzato che non è molto emozionante, ma lo fa sentire al sicuro. Quindi, vi sostenete a vicenda nel prendere due direzioni diverse: tu andrai a caccia di ansia e lui rimarrà in sicurezza.
Kelly suggerisce che l’ansia è “una precondizione per operare revisioni” (ibidem, p. 367). L’ignoranza è la precondizione all’azione di conoscere. Il problema non sta nell’ignoranza, nell’ansia, ma nei modi che abbiamo di far fronte all’avventura del conoscere, alla sfida dell’esplorazione. In termini PCP, abbiamo bisogno di costrutti sovraordinati sufficientemente permeabili in modo da accettare ciò che non è temporaneamente costruibile, anticipando che ciò che non è conosciuto e anticipabile ora diventerà comprensibile in futuro, accettando, allo stesso tempo, il rischio del caos. Nelle sue note sul Corollario della Modulazione, Kelly ci ricorda che “affinché una persona abbracci nuove idee nel suo sistema organizzato, deve disporre di costrutti sovraordinati che siano permeabili – ossia, che ammettono nuovi elementi”. Senza questo, ci ricorda, ci rimane solo “un rimescolamento più o meno infondato di vecchie idee” (ibidem, p. 359). Questo è il rischio di ogni impresa formativa, di ogni esplorazione umana, inclusa la più difficile di tutte: il viaggio alla scoperta di sé stessi, dove i confini non sono necessariamente un limite, ma possono diventare un orizzonte, strade mai battute, rotte mai attraversate. L’ansia è l’amico fedele delle persone curiose e avventurose: i cacciatori d’ansia.
Mary: Questo è molto interessante, anche se – per piacere – ricordami di non viaggiare mai con te! Ci sono molte situazioni in cui ritengo che l’ansia sia una necessità, una componente essenziale per muoverci nel tempo. Ne è un esempio l’assumere ruoli non familiari o potenzialmente intimorenti, come tenere un discorso, condurre una discussione, organizzare un evento, o apparire sullo schermo. Potremmo desiderare e, al contempo, temere queste esperienze. Gli artisti professionisti come musicisti e attori spesso descrivono (solitamente molto tempo dopo l’evento) l’assoluto terrore che hanno vissuto prima della loro esibizione, ma menzionano anche il rischio di non essere impauriti, di sentirsi troppo a proprio agio e non dubitare più delle loro abilità – queste sono le loro esperienze peggiori, i loro più grandi fallimenti; capiscono quanto possa essere preziosa e utile l’ansia, anche se sul momento non sembra. Senza sminuire gli aspetti problematici e negativi, questi esempi ci ricordano costruzioni più ampie e creative della nostra esperienza, inclusa l’importanza di validare queste difficili e odiose esperienze – anche questa è una scelta.
In relazione a tutto ciò di cui abbiamo parlato, vorrei fare un cenno di gratitudine al Corollario della Scelta di Kelly (ibidem, pp. 45-48). Questo corollario ha portato ad alcune discussioni e dibattiti vivaci ai recenti congressi PCP su quanto descriva adeguatamente il modo in cui prendiamo decisioni. La mia personale visione è che la PCP abbia una teoria e un modello molto validi di decision-making, che è il ciclo CPC (ibidem, pp. 379-380), e abbiamo anche il modello ABC di Tschudi (1977) che supporta il processo di deliberazione e decision-making. Personalmente, tuttavia, intenderei il Corollario della Scelta meno come una teoria di decision-making, e più come una teoria del movimento. La PCP presuppone che siamo tutti in movimento, tutto il tempo. Le nostre innumerevoli scelte avvengono in nanosecondi – non sono necessariamente qualcosa che registriamo ad un livello cognitivo. Le nostre opzioni in qualsiasi momento sono moltissime. La scelta è quindi un processo immediato e incessante. In questo contesto, forse stiamo suggerendo che tutte le transizioni potrebbero essere esplorate in una luce più positiva e creativa, con un’enfasi sull’infinita varietà di movimenti e significati individuali. I nostri rifiuti ostili, ad esempio, possono benissimo contenere i nostri sogni più pieni di speranza.
Eccoci, dunque, qui – la vita sul pianeta Terra – che cambia o persiste, che va avanti o sceglie di restare, che cambia idea o mantiene la propria posizione, ostile e/o piena di speranza, mostri e/o sognatori, fianco a fianco.
Massimo: Sì, e ognuno di noi, a partire dalla competenza della propria visione del mondo, troverà i propri significati, il senso e la direzione delle proprie esperienze. Questo è ciò che implica la teoria superordinata e vuota a cui abbiamo fatto riferimento all’inizio, e la difficile, stimolante e rigorosa pratica di una dottrina dell’ignoranza. Questo è uno dei costrutti nucleari della teoria, una parte della sua identità – nessun giudizio, nessuna categoria, nessun percorso predefinito da seguire. È qualcosa che, ancora oggi, sembra molto lontano dalla sirena della certezza e del pensiero dominante.
Vista sotto questa luce, nel suo viaggio in una direzione ostinata e contraria, forse l’adozione stessa della teoria PCP può essere considerata come un invito persistente e ostile all’ansia kelliana, a navigare una vita con immaginazione e speranza, ma senza certezze.
Bibliografia
Kelly, G. A. (1991). The psychology of personal constructs (vol. 1-2). (2nd ed.). London: Routledge.
Mosely, N. (1990). Hopeful Monsters. Great Britain: Martin Secker & Warburg.
Tschudi, F. (1977). Loaded and honest questions: a personal construct view of symptoms and therapy. In D. Bannister (Ed.), New Perspectives in personal construct theory (pp. 321-350). Cambridge: Academic Press.
Note sugli autori
Massimo Giliberto
Institute of Constructivist Psychology
Massimo Giliberto è Direttore della Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Costruttivista dell’Institute of Constructivist Psychology (ICP) di Padova (Italia). È psicoterapeuta, consulente e coach per aziende private e organizzazioni. Il suo lavoro si concentra sulla psicoterapia, l’epistemologia, l’etica, la didattica e la psicologia transculturale. È co-fondatore dell’European Constructivist Training Network, membro dei comitati editoriali dell’e-journal Personal Construct Theory and Practice e del Journal of Constructivist Psychology, e Direttore della Rivista Italiana di Costruttivismo.
Mary Frances
Lemington Spa, UK
Mary Frances ha lavorato con individui, gruppi e organizzazioni rispetto ai temi delle relazioni, della comunicazione e della transizione. Ha insegnato teoria e pratica PCP per molti anni, ed è stata affiliata a varie scuole e università nel Regno Unito e in Europa. I suoi interessi principali includono l’insegnamento costruttivista, la ricerca applicata e collaborativa, lo storytelling e la narrativa, le immagini e la metafora, e i processi di cambiamento conversazionale della vita di tutti i giorni. È Direttore dell’ICP International Lab.
Note
- 12. Ringraziamo gli editori della rivista Personal Construct Theory & Practice e gli autori per aver gentilmente concesso la traduzione dell’articolo. L’originale è disponibile al link: https://www.pctp-journal.org/last-issues/volume-21-2024/. Giliberto, M., & Frances, M. (2024). “Hostile Dreamers”. An exploration of PCP constructs of transitions. Personal Construct Theory and Practice, 21, 1–6. ↑
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