Tempo di lettura stimato: 9 minuti
Tempo di lettura stimato: 9 minuti

“Scritti 1953-1980”

di Franco Basaglia, a cura di Franca Ongaro Basaglia

L’elogio della scomodità

 

Book Review
“Scritti 1953-1980”
by Franco Basaglia, edited by Franca Ongaro Basaglia

On being uncomfortable

di

Alessandro Busi

Institute of Constructivist Psychology

Abstract

DOI:

10.69995/GJEP9174

Alcuni anni fa andai a trovare un amico che si era fatto ricoverare in una lussuosa e rinomata clinica psichiatrica. Era un bell’ambiente, luminoso e collinare. Riconfigurava in estetica contemporanea – schermi al Led, sedie ergonomiche e pareti dai colori pastello – l’immagine che ho in mente dei sanatori per benestanti di inizio ‘900. Rimasi stupito dalla comodità del parcheggio per i visitatori.

Mi sono chiesto a posteriori se fosse uno dei segni del nuovo modo di intendere il ricovero psichiatrico, un ricovero che favorisce l’incontro fra internati ed esterni.

Questa sensazione ricevette varie validazioni nel corso del tempo lì con il mio amico. Parlammo delle ragioni che lo avevano portato a scegliere il ricovero, ma, aiutati dagli inservienti scherzosi e dal placido panorama collinare, chiacchierammo anche di altro, della sua e della mia vita; le nostre vite fuori da lì.

Dopo un po’ chiesi: «Potremmo farci un giro?».

Mi rispose ridendo che lì nessuno era rinchiuso, «Ti sembra che siamo in un vecchio manicomio?». Mi disse di dargli giusto due minuti per sciacquarsi e cambiarsi. «L’importante è che torniamo per le 18. Sai, la cena».

Uscì dalla stanza tirato a lucido, percorremmo il corridoio. «Ci fermiamo… Dovresti…».

La donna alla reception ci fece un gran sorriso, lo salutò chiamandolo per nome e ci chiese dove saremmo andati di bello, ci disse che facevamo bene a sgranchirci un po’, goderci la giornata di sole; aggiunse che sarebbe venuta volentieri con noi piuttosto che restare lì. Mentre parlava, muoveva le mani come una prestigiatrice e fece comparire davanti a me un modulo al quale aggiunsi i miei dati anagrafici, la residenza e il codice fiscale, dopodiché firmai, assumendomi la responsabilità di quell’uscita, di quello che avremmo fatto e del rientro in struttura del loro ospite, il mio amico. Compilai come se fosse una cosa ovvia.

Per anni ho lasciato che la mia vita proseguisse, pensando episodicamente a quel modulo. Mi è tornato in mente un giorno in cui stavo leggendo la raccolta Scritti 1953-1980 di Franco Basaglia. È un volume di quelli che mi fanno pensare allo zenzero: squisito, ma ne assapori poco per volta, perché, se è di qualità, brucia, e brucia proprio dove deve bruciare.

Stavo leggendo La distruzione dell’ospedale psichiatrico, dove Basaglia scrive: “Accettando questa libertà come dono da parte del medico, egli [il ricoverato, NdA] resta dunque sempre, nei suoi confronti, nel primitivo rapporto alienante di servo-signore” (1965b, p. 267).

Che libertà era, quindi, quella per cui io potevo girare senza permesso, mentre il mio amico necessitava della mia firma? Cosa ci distingueva?

Sono domande che possono portare a risposte prelative, costruite sulla sintassi niente altro che.

Mi rendo conto che le storie cliniche necessitano, invece, di prossimità, ovvero di narrative che considerino gli assoluti – le prassi, la morale, l’abitudine, l’ideologia – come elementi di un sistema, non come discriminanti che definiscono l’agire terapeutico. Secondo Kelly (1980) la psicoterapia è un ciclo creativo di costruzione e ricostruzione delle scelte fondative, che assume senso considerando le percezioni e sensazioni che la persona sperimenta nella e della propria vita, le quali potrebbero non coincidere con il diventare una persona ritenuta adeguata, pacata, magari simpatica, o ancora efficiente.

Torno allora al modulo.

A chi serviva quella mia firma? Su che presupposti normativi e clinici si poggiava? Cosa comunicava al mio amico, a me, al sistema? Favoriva quel ciclo creativo che dovrebbe essere la terapia? Se la finalità di quella prassi non era terapeutica, perché c’era?

In una lettera da New York, ancora Basaglia: “L’istituzione tollerante, l’altra faccia adialettica dell’istituzione violenta, rivela qui, nella sua gigantesca efficienza artificiosa, la sua funzione di copertura di un’inefficienza sostanziale e intenzionale” (1969, p. 592).

Trovo che questa esternazione sia troppo tranchant, teoricamente coerente e al contempo influenzata da una paura che – io credo – Basaglia sentiva potente.

 

Franca Ongaro Basaglia – curatrice della raccolta di scritti del marito – spiega nella prefazione (1981, pp. 11-12) che ha selezionato solo scritti clinici e politici, distinguendo due periodi: 1953-1968. Dalla psichiatria fenomenologica all’esperienza di Gorizia e 1968-1980. Dall’apertura del manicomio alla nuova legge sull’assistenza psichiatrica.

Per scrivere queste righe di recensione, ho cercato di individuare dei fili rossi[13] che permettano una visione sovraordinata dell’opera, consapevole che, come lo zenzero brucia in punti diversi nelle gole di ognuno, così questi fili raccontano la relazione fra me e il testo, non solo il testo.

Il primo è proprio la paura: la paura di aver creato qualcosa che, con una faccia ripulita, possa diventare un nuovo ordine opprimente. In quasi tutti gli scritti post Gorizia[14], Basaglia mette in guardia dall’inganno dell’istituzione buona. In un’intervista rilasciata alla rivista Rinascita nel 1968, dice: “la Comunità Terapeutica […] deve ora salvaguardarsi dal proporsi come un nuovo modello tecnico e specialistico. […] Nel momento in cui la Comunità Terapeutica viene accettata come un nuovo modello tecnico all’interno delle medesime strutture generali, il processo di trasformazione è bloccato” (Basaglia, 1968c, p. 582).

In termini costruttivisti, sembra che Basaglia ci voglia invitare a non rinchiudere il cambiamento in un movimento per contrasto da violento a buono, ma mantenere lo sforzo verso la costruzione di costrutti, perciò esperienze, ortogonali (Epting, 1984, pp. 18-20). In questo sforzo riconosco il secondo filo: l’elogio della scomodità. Fin dai tempi in cui stava impostando teoricamente quella che sarebbe stata la sua proposta di cambiamento nell’ospedale di Gorizia, Basaglia (1973) scriveva:

È dunque facile farsi un’immagine della comunità terapeutica come di un mondo ideale dove tutti sono buoni, dove i rapporti sono improntati al più profondo umanitarismo, dove il lavoro risulti altamente gratificante. La comunità terapeutica vuole essere la negazione di questo mondo ideale. Essa è un luogo nel quale tutti i componenti (e ciò è importante) – malati, infermieri e medici – sono uniti in un impegno totale dove le contraddizioni della realtà rappresentano l’humus dal quale scaturisce l’azione terapeutica reciproca. (p. 393)

 

In altri punti, sottolinea l’importanza della contestazione degli uni verso gli altri, perché nella contestazione c’è la reciprocità. Esplora ogni ruolo presente nell’ospedale, riconosce le minacce e anticipa le resistenze, ma rimane saldo nella convinzione – esistenziale prima che operativa – che per ognuno degli attori in gioco sia terapeutica questa nuova scomodità, non perché un giorno diventerà comoda, ma perché fa sentire tutti più partecipi e vivi (Basaglia, 1965a, pp. 271-290)[15].

Il passante per il filo successivo lo vedo nella parola partecipi, il cui rocchetto parte dagli scritti di fenomenologia degli anni ’50. Letti oggi, li ho trovati abbastanza datati, eppure entusiasmanti nel vigore con cui Basaglia sostiene che, al netto di tecniche e diagnosi, l’atto terapeutico sta nell’incontro.

Che parli di schizofrenia (Basaglia, 1953, pp. 47-70), del rapporto tra ipocondria e corpo (Basaglia, 1956a, pp. 163-187; Basaglia, 1956b, pp. 188-221) o di estraneità nella malinconia (Basaglia, 1957, pp. 223-239): l’incontro con l’altro è ciò che il malato evita, perciò serve al clinico per comprendere il mondo che dà senso ai sintomi; nell’incontro, ovvero nella disponibilità all’incontro, ci sono gli strumenti di intervento e valutazione del terapeuta per monitorare l’andamento di una terapia. In Ansia e malafede, Basaglia (1964) sottolinea che passare da “uomo malato” a “uomo sano” è solo un cambio di etichetta che mantiene la negazione delle responsabilità individuali.

Se invece il nevrotico, attraverso l’atto psicoterapeutico, viene posto dinnanzi alla sua responsabilità e alla sua scelta, la persona stessa del medico viene chiamata in gioco. […] Finché questi [il paziente, NdA] divenga intenzionalmente cosciente della sua responsabilità e sia in grado di scegliere liberamente il suo modo di essere. (pp. 251-252)

Come costruttivisti possiamo riconoscere alcune condizioni necessarie e conseguenti a un simile atteggiamento clinico: la socialità del mettersi nei panni dell’altro, le relazioni di ruolo che non ci lasciano la fuga della deresponsabilizzazione, l’autoriflessività per incontrare, insieme all’altro, anche le diverse parti di sé. In altri termini, necessaria e conseguente è la scomodità dello stare in gioco in prima persona (Kelly, 1991).

Come fece con i suoi infermieri, medici e assistiti, sembra quindi che Basaglia, con questi fili, richiami anche noi che lo leggiamo, a stare nell’agone delle contraddizioni che si scontrano e che ci rendono terapeuti, individui, parti di una comunità in cui sentirci vivi.

 

Mentre scrivo queste righe continuo a chiedermi cosa avrei potuto fare di diverso quel giorno, se rifiutarmi di firmare avrebbe avuto una qualche utilità. Mi chiedo cosa avrebbe fatto Basaglia.

Sono convinto che una mia contestazione sarebbe stata più deleteria che altro per una serie di ragioni: avrei sconfessato la fiducia che il mio amico poneva (e di cui necessitava) in quel ricovero; avrei invalidato la sua possibilità di costruirsi come ricoverato e libero, senza però offrirgli alternative possibili in quel qui e ora; saremmo entrati – io e la struttura, con lui di mezzo – in una collisione irrisolvibile sul momento.
Voglio però sforzarmi a non credere del tutto in questa versione della storia. Preferisco tenermi il dubbio, ancorché doloroso, che qualcosa di diverso avrei potuto sceglierlo. Voglio provare a non relegare questo dubbio nella scatola dei rimpianti, ma piuttosto sentirlo come zenzero che brucia, per agire sui tempi verbali e trasformare avrei potuto in un più scomodo e generativo potrei.

 

Bibliografia

 

Basaglia, F. (1953). Il mondo dell’«incomprensibile» schizofrenico attraverso la Daseinsanalyse. In Ongaro Basaglia, F. (Ed.). Scritti 1953 – 1980 (pp. 47-70). Milano: Il Saggiatore.

Basaglia, F. (1956a). Il corpo nell’ipocondria e nella depersonalizzazione. La struttura psicopatologica dell’ipocondria. In Ongaro Basaglia, F. (Ed.). Scritti 1953 – 1980 (pp. 163-187). Milano: Il Saggiatore.

Basaglia, F. (1956b). Il corpo nell’ipocondria e nella depersonalizzazione. La coscienza del corpo e il sentimento di esistenza corporea nella depersonalizzazione somatopsichica. In Ongaro Basaglia, F. (Ed.). Scritti 1953 – 1980 (pp. 188-221). Milano: Il Saggiatore.

Basaglia, F. (1957). Il sentimento di estraneità nella malinconia. Contributo psicopatologico e clinico. In Ongaro Basaglia, F. (Ed.). Scritti 1953 – 1980 (pp. 223-239). Milano: Il Saggiatore.

Basaglia, F. (1964). Ansia e malafede. La condizione umana del nevrotico. In Ongaro Basaglia, F. (Ed.). Scritti 1953 – 1980 (pp. 241-252). Milano: Il Saggiatore.

Basaglia, F. (1965a). La «Comunità Terapeutica» come base di un servizio psichiatrico. Realtà e prospettive. In Ongaro Basaglia, F. (Ed.). Scritti 1953 – 1980 (pp. 271-290). Milano: Il Saggiatore.

Basaglia, F. (1965b). La distruzione dell’ospedale psichiatrico come luogo di istituzionalizzazione. Mortificazione e libertà dello “spazio chiuso”. In Ongaro Basaglia, F. (Ed.). Scritti 1953 – 1980 (pp. 261-270). Milano: Il Saggiatore.

Basaglia, F. (1968a). Il problema della gestione. In Ongaro Basaglia, F. (Ed.). Scritti 1953 – 1980 (pp. 492-500). Milano: Il Saggiatore.

Basaglia, F. (1968b). Il problema dell’incidente. In Ongaro Basaglia, F. (Ed.). Scritti 1953 – 1980 (pp. 487-489). Milano: Il Saggiatore.

Basaglia, F. (1968c). Intervista a Rinascita. In Ongaro Basaglia, F. (Ed.). Scritti 1953 – 1980 (pp. 579-586). Milano: Il Saggiatore.

Basaglia, F. (1969). Lettera da New York. Il malato artificiale. In Ongaro Basaglia, F. (Ed.). Scritti 1953 – 1980 (pp. 587-593). Milano: Il Saggiatore.

Basaglia, F. (1973). La libertà comunitaria come alternativa alla regressione istituzionale. In Ongaro Basaglia, F. (Ed.). Scritti 1953 – 1980 (pp. 389-401). Milano: Il Saggiatore.

Basaglia, F. (1980). Conversazione: a proposito della nuova legge 180. In Ongaro Basaglia, F. (Ed.). Scritti 1953 – 1980 (pp. 905-915). Milano: Il Saggiatore.

Epting, F. R. (1984). Personal construct counselling and psychotherapy. New York City: John Wiley & Sons.

Kelly, G. A. (1980), A psychology of the optimal man. In Landfield, A.W. & Leitner, L.M. (Eds.), Personal construct psychology. Psychotherapy and personality (pp. 238-258). New York City: John Wiley & Sons.

Kelly, G. A. (1991). The psychology of personal constructs (vol. 1-2). (2nd ed.). London: Routledge.

Ongaro Basaglia, F. (1981). Prefazione. In Ongaro Basaglia, F. (Ed.), Scritti 1953 – 1980 (pp. 11-12). Milano: Il Saggiatore.

 

Note sull’autore: 

Alessandro Busi

Institute of Constructivist Psychology

alessandrobusi.psy@gmail.com

Alessandro Busi è psicologo-psicoterapeuta a indirizzo costruttivista e scrittore. Si occupa di psicoterapia e formazione con adulti e adolescenti. Nella ricerca, i suoi temi di interesse riguardano la costruzione di sé nel rapporto fra persona e nuove tecnologie e la costruzione delle narrazioni scritte.

 

Note

  • 13. Mi rendo conto che sovraordinato non è sinonimo di esaustivo, quindi avrei potuto sceglierne altrettanti. Ongaro, nella stessa prefazione, ne individua altri due: corpo e coercizione.
  • 14. Si pensi che nell’ultimo scritto della raccolta, datato 1980, Basaglia scrive: “il criterio della territorializzazione […] muta la situazione precedente in una apparentemente rinnovata, che implica però sempre una forma di controllo assistenziale” (1980, p. 906).
  • 15. Mi riferisco a questi numeri di pagina che sono quelli de La comunità terapeutica come base di un servizio psichiatrico. Segnalo, però, che gli stessi temi sono approfonditi in altri testi quali Il problema dell’incidente (Basaglia, 1968b, pp. 487-491) e Il problema della gestione (Basaglia, 1968a, pp. 492-500).