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Costruire modi di fare Psicoterapia a partire dalle proprie passioni: dallo sport alla filosofia. Intervista a Francesca Del Rizzo

Construing ways of doing Psychotherapy starting from one’s passions: from sport to philosophy. Interview with Francesca Del Rizzo

A cura di

Giorgia Albanese e Francesca Barone

Institute of Constructivist Psychology

Abstract

Friulana, nasce a Pordenone nel 1974. Si laurea in Psicologia Generale e Sperimentale a Trieste, con il Prof. Semenza e la Prof.ssa Tabossi e con una tesi in neurolinguistica. Si innamora della Psicologia dei Costrutti Personali di George Kelly grazie alla lettura del libro “L’uomo ricercatore” di Bannister e Fransella e si specializza in Psicoterapia Costruttivista con Gabriele Chiari. Ora è Didatta all’Institute of Constructivist Psychology. Nel corso degli anni si è occupata molto di Psiconcologia, sia nell’ambito del sostegno alle persone ammalate e ai loro familiari sia attraverso la supervisione e la formazione del personale medico e paramedico approfondendo la sua preparazione grazie anche al conseguimento del Master di II Livello in Psiconcologia dell’Università di Trieste. Fra le sue aree di interesse vi è la Psicologia applicata allo Sport, ambito all’interno del quale è impegnata ad utilizzare l’approccio costruttivista sia nel rapporto con gli atleti che nella formazione degli allenatori. Supervisiona regolarmente giovani colleghi impegnati nello stesso ambito. Si occupa anche di Terapia a Mezzo del Cavallo, avendo frequentato, nel 2012, il corso di formazione di ANIRE (Associazione Nazionale Italiana Riabilitazione Equestre) ed avendo seguito nel 2013 la prima parte del Training in Equine Assisted Psychotherapy di EAGALA (Equine Assisted Growth and Learning Association). Il suo sogno ora è quello di cercare di integrare l’approccio di EAGALA con la Psicologia dei Costrutti Personali: è convinta infatti che la potenza teorica della PCP, unita al rigore della teoria dell’autopoiesi di Maturana e Varela, possa permettere di sviluppare una pratica psicoterapeutica teoricamente ed epistemologicamente fondata che utilizzi anche il cavallo come strumento terapeutico. È anche una grande appassionata di filosofia ed è attualmente iscritta al Terzo anno della Laurea Triennale in Filosofia dell’Università di Venezia.

Friulian, born in Pordenone in 1974. She graduated in General and Experimental Psychology in Trieste, with Prof. Semenza and Prof. Tabossi, and with a thesis in neurolinguistics. She fell in love with George Kelly’s Psychology of Personal Constructs reading the book “The Inquiring Man” by Bannister and Fransella, and specialized in Constructivist Psychotherapy with Gabriele Chiari. She is now a teacher of the Institute of Constructivist Psychology. Over the years she has worked extensively in Psycho-oncology, both in the field of support for sick people and their families, either in the supervision and training of medical and paramedical personnel deepening her preparation thanks also to the achievement of the Master’s Degree in Psycho-oncology at the University of Trieste. Her areas of interest include Sports Psychology, a field in which she is committed to using the constructivist approach in the relationship with athletes and in the training of coaches. She regularly supervises young colleagues engaged in the same attempt. She also deals with Equine Therapy. She attended the ANIRE (Italian National Association of Equestrian Rehabilitation) training course in 2012, and she followed the first part of the EAGALA (Equine Assisted Growth and Learning Association) Training in Equine Assisted Psychotherapy in 2013. Her dream now is to try to integrate the EAGALA approach with Personal Construct Psychology: she believes that the theoretical power of PCP, combined with the rigor of Maturana and Varela’s autopoiesis theory, can allow the development of a theoretically and epistemologically founded psychotherapeutic practice that also uses the horse as a therapeutic tool. She is also a great philosophy enthusiast and is now enrolled in the third year of her Bachelor’s Degree in Philosophy at the University of Venice.

DOI:

10.69995/YTOA4478
Keywords:
Psicologia dello sport, ciclo dell’esperienza, filosofia, epistemologia, terapia a mezzo di cavallo, EAGALA, Sport psychology, experience cycle, philosophy, epistemology, horse therapy, EAGALA.

Buongiorno Francesca. Abbiamo preparato alcune domande guida per questo nostro incontro partendo da ciò che abbiamo letto nella sua biografia, che ci ha particolarmente incuriosite e interessate. Siamo a conoscenza del suo impegno professionale nell’ambito della Psicologia dello Sport. Ci siamo chieste com’è nato il suo interesse per questo ambito della Psicologia e come si è poi evoluto nel tempo.

È nato perché sono una sportiva e lo sport mi è sempre piaciuto. Mi sono sempre piaciute le storie degli sportivi più che lo sport e quindi la dimensione umana della fatica, del lavorare verso un obiettivo, in maniera metodica, l’idea di dedicarsi a qualcosa con quell’intensità, quella passione, che però non ti garantisce nulla. È seguire un proprio sogno senza avere la garanzia che tutto andrà a finire bene, è stare in contatto con l’errore costante, con la sconfitta. Lo sport è una metafora della vita, in maniera compatta si ripresenta tutto: lo star bene, lo star male, la sconfitta, l’errore, farsi male, recuperare, dare un senso a quello che accade nel rapporto con gli altri; è un condensato di quello che si trova nel resto della nostra vita, esasperato dal fatto che si punta ad una prestazione. E quindi mi sono avvicinata allo sport un po’ per quello.

L’inizio è stato abbastanza drammatico, nel senso che ho fatto il primo master in Psicologia dello Sport quando mi stavo diplomando, per cui ho vissuto una sorta di dissonanza cognitiva enorme tra la PCP, la non direttività e il fatto di vedere la persona in un certo modo versus il mondo della psicologia dello sport che sostanzialmente ha un orientamento cognitivo-comportamentale e procede con tecniche, strategie, interventi in maniera direttiva.

È stato veramente difficile per me trovare il modo di conciliare, ovvero far stare insieme nella mia testa, la PCP, che era comunque il mio faro, con un approccio che era ed è totalmente diverso e che tuttavia è alla base del riconoscimento del nostro ruolo come psicologi in questo ambito: nel momento in cui ti presenti come psicologo dello sport, l’aspettativa è che tu lavori in una certa ottica, che è quella del miglioramento della prestazione, mentre per noi kelliani il miglioramento della prestazione arriva molto dopo la promozione del benessere della persona.

Se il fine è la persona e non i suoi risultati, puoi avere a che fare con un atleta che è in crisi con il suo sport non con l’obiettivo di farlo tornare ad avere le prestazioni di prima, ma con l’obiettivo di capire con lui cosa vuol fare di sé e qual è la scelta che costruisce come più elaborativa al momento e magari costruirla assieme, a prescindere da obiettivi di altri attori della situazione.

Una delle questioni in ballo quando si fa psicologia dello sport è che non sempre la committenza è l’atleta o la squadra; il più delle volte la committenza è la dirigenza e gli obiettivi della dirigenza non sono sempre coincidenti con quelli dell’atleta e della squadra. Questo può generare un conflitto etico che va risolto in qualche modo. All’inizio, è stato parecchio difficile per me. La strada che ho cercato di percorrere è stata quella dello sport a livello giovanile, dove comunque l’agonismo ancora non entra, o non dovrebbe entrare, e lo sport si dovrebbe praticare per favorire la crescita della persona, anche dell’atleta, ma sempre in subordine rispetto alla crescita della persona.

Mi sono occupata soprattutto di formazione degli allenatori e dei genitori; con il CONI provinciale ho fatto una piccola ricerca – che all’epoca ho discusso al convegno internazionale PCP di San Servolo – riguardante la costruzione della relazione tra gli atleti e i loro allenatori, perché, standoci dentro, ho capito che ciò che mi interessava di più erano le relazioni tra le persone e, in particolare, tra i membri delle squadre quando lavoravo con le squadre, e fra le squadre e gli allenatori o gli atleti e gli allenatori quando lavoravo con gli atleti.

In questo vedo uno dei valori aggiunti della PCP nell’ambito dello sport: possiamo lasciare in parte il campo ai colleghi psicologi dello sport non costruttivisti per quanto riguarda il miglioramento della prestazione, ma sul piano delle relazioni  noi psicologi costruttivisti abbiamo degli strumenti in più per fare degli interventi che abbiano senso e che vengano anche apprezzati; per esempio, favorire l’esperienza degli atleti, degli allenatori, della dirigenza aiutando tutti loro a costruire socialità, ovvero l’esperienza degli altri, e ad agire non soltanto partendo dai loro presupposti, dai loro bisogni, dai loro obiettivi, ma tenendo conto del fatto che i loro interlocutori sono persone. Questo secondo me è proprio il nostro specifico.

 

Questo ci apre già alla seconda domanda: pensando nello specifico all’approccio costruttivista, secondo lei, in che modo la PCP può essere d’aiuto nel lavoro clinico sia con atleti sia con allenatori? Quali strumenti può offrire la PCP?

Quando è possibile, il nostro intervento è particolarmente prezioso proprio nel favorire le relazioni, cercare di migliorare la qualità delle relazioni fra le persone. L’altra situazione in cui, secondo me,  possiamo essere

 

particolarmente efficaci è nella presa in carico dell’atleta che ha un problema, perché il non aderire al presupposto che per forza si debba puntare alla prestazione, ci permette una libertà di azione e di intervento che altri orientamenti, focalizzati sulla prestazione, non riescono ad avere. Concordando un patto iniziale con l’eventuale committenza, qualora sia diversa dall’atleta, esplicitando che il nostro obiettivo è quello di far star meglio l’atleta, la persona, a prescindere dalle scelte che quella persona o quella squadra faranno in un secondo momento, – concordato questo – allora possiamo lavorare con gli atleti che sono in difficoltà come sappiamo fare, attraverso tutti gli strumenti della PCP favorendo in loro il superamento del blocco che evidentemente li ha messi in difficoltà, ma in un’ottica per cui l’obiettivo non è il risultato di una gara, di una stagione, delle Olimpiadi, quanto piuttosto che la persona stia bene nella propria vita, che senta che quella è la sua vita, che è quello che vuole fare al di là delle possibili pressioni da parte di dirigenti, familiari e altro.

 

Ascoltando quello che sta dicendo ci sembra che sia un obiettivo più a lungo termine per la persona che si trova ad affrontare le varie difficoltà, che quindi permette poi di avere degli strumenti sostenibili nel tempo e che non si esauriscono nella gara e nel risultato.

È un lavoro con la persona che fa anche l’atleta, che è anche atleta, non è un lavoro con lo sportivo; è un lavoro con la persona e quindi prende in considerazione tutte le sue dimensioni, anche evolutive. Quella che può essere un scelta che funziona in un periodo della tua vita, poi, per vari motivi, può non essere più una scelta percorribile per te, però siccome gli altri si aspettano da te e tu ti aspetti da te eccetera eccetera, puoi attraversare una transizione di colpa o di minaccia di colpa e non riesci più a capire cosa fare.

 

Nello specifico, prendendo in esame il ciclo dell’esperienza degli atleti in gara, ci siamo chieste: in che modo può essere utilizzato a livello della performance?

Gli strumenti della PCP sono buoni tutti. Sicuramente il ciclo dell’esperienza permette di mappare l’esperienza che gli atleti fanno, in maniera che sia utile per loro non soltanto in termini di risultato ma proprio di apprendimento, di costruzione di costrutti, di aumento della consapevolezza rispetto ai loro processi, rispetto ai processi degli altri. In questo senso il ciclo dell’esperienza consente proprio di realizzare il potenziale dell’esperienza sportiva in termini di apprendimento: lavorare bene sulla fase dell’anticipazione e sulla fase della revisione, oppure la fase dell’investimento, può essere un momento che coinvolge l’allenatore, le figure più tecniche.

Io ho seguito per cinque anni una squadra agonista di judo giovanile e con loro ho costruito uno strumento che ho chiamato il diario del judoka, un quaderno che davo loro all’inizio della stagione in cui c’era uno spazio per ogni gara. Nel judo si fanno moltissime gare e, oltre a questo, ci sono momenti in cui le società si incontrano fra di loro per far combattere i ragazzi, per far fare loro l’esperienza del combattimento con qualcuno che non sia un loro compagno di squadra, del gruppo di allenamento; quindi le occasioni per sperimentarsi nel combattimento con l’avversario nel judo sono costanti.

Avevo costruito questo strumento in cui, per ognuno di questi eventi, utilizzavo il ciclo dell’esperienza; c’era la fase dell’anticipazione che noi chiamavamo “cosa ti aspetti, cosa pensi che succederà” che prevedeva una serie di domande; la fase dell’investimento “cosa penso di fare” oppure “come penso di lavorare su questa cosa” e quello faceva parte anche del lavoro con l’allenatore; poi la fase dell’incontro “com’è andata” e “che cosa ho imparato da questa esperienza”, “su che cosa voglio lavorare la prossima volta”.

Ad ogni gara compilavano questo diario, naturalmente prima e dopo, e poi ci ragionavamo assieme e questo sicuramente è stato uno strumento potente per loro. Un altro strumento, messo a punto da Butler, è il Performance Profile, una sorta di goal setting fatto in termini PCP, per cui gli obiettivi vengono stabiliti non dall’allenatore, con un linguaggio e dei costrutti che sono quelli dell’allenatore, ma dall’atleta e dall’allenatore assieme in un processo per fasi e con il linguaggio dell’atleta e con i costrutti dell’atleta, pertanto con una significatività che è personale, perché si parte dell’esperienza del singolo atleta, da ciò che ha valore per il singolo atleta, che viene poi condivisa e co-costruita con gli allenatori.

Io questo strumento l’ho utilizzato anche nella didattica in ICP nella formazione degli allievi, nel senso che, anche per noi, diventare terapeuti è un obiettivo, un macro obiettivo, e per diventare dei bravi terapeuti bisogna lavorare su tutta una serie di aspetti. Con il Perfomance Profile li possiamo individuare, possiamo ragionare su cosa possiamo fare per migliorare e darci degli obiettivi, pensare a delle azioni da mettere in atto e mappare questo cambiamento. È un processo interessante.

 

Inoltre, ampliando lo sguardo a livello socio culturale, dal suo punto di vista, vi sono differenze e/o comunanze nella Psicologia dello Sport tra il panorama italiano e quello estero?

Per quello che so io – confesso di non essere particolarmente aggiornata avendo rallentato di molto il mio impegno nell’ambito a partire dalla pandemia – fino a qualche anno fa la differenza fra la realtà italiana e quella di molti altri Paesi occidentali era abissale: la figura dello psicologo dello sport, soprattutto nel mondo anglosassone, era data per scontata; lo testimonia la mole di riviste e pubblicazioni in lingua inglese. In Italia, invece, fino a quindici o vent’anni fa, erano pochi i colleghi che lavoravano nell’ambito e a livello universitario c’era qualche insegnamento nelle maggiori università. Negli ultimi anni le cose sono cambiate tantissimo e c’è sicuramente un maggior interesse. È stata normalizzata la figura dello psicologo all’interno del mondo dello sport, soprattutto in riferimento al miglioramento della performance, ma anche nell’ambito più clinico per la presa in carico di  alcune problematiche degli atleti. Questo anche grazie al fatto che molti atleti si sono rivolti a dei clinici nei momenti di difficoltà, ne hanno parlato pubblicamente e questo ha parecchio legittimato la nostra figura.

Nelle ultime Olimpiadi, ma anche nelle precedenti in realtà, il mondo giornalistico ha aperto gli occhi sul nostro ruolo, se ne è parlato anche durante le cronache delle gare. Probabilmente l’ambito in cui ancora c’è da lavorare è la formazione dei tecnici. Le federazioni si occupano della formazione dei tecnici sportivi, dei cosiddetti allenatori, degli istruttori, e nelle ore di formazione sono previste delle ore di psicologia, ma sono poco curate. In questo modo non sempre i tecnici e gli istruttori raggiungono delle competenze adeguate per avere a che fare, in particolare, con l’età evolutiva.

 

Rispetto a questo ambito, un’ultima domanda: che cosa consiglierebbe a chi desidera approcciarsi o formarsi proprio in quest’area della psicologia?

Ci sono vari master in Italia. Trovo sia utile sceglierne uno e farlo, per rendersi conto di quello che è il bagaglio culturale e professionale che in questo momento è considerato necessario alla professione. È altrettanto importante rendersi conto che comunque non basta nel senso che, secondo me, per entrare davvero nel lavoro con le società e con gli atleti, è importante la formazione in psicoterapia. Come già detto, anche per la Psicologia dello Sport si lavora con le relazioni, attraverso le relazioni e sovraordinando le relazioni; la formazione come psicoterapeuta dà degli strumenti nel lavoro con le persone che nessun master può dare, che ovviamente l’università non dà, e che sono fondamentali.

Il mondo dello sport è un mondo complesso, dove si intrecciano tante dimensioni di significato individuali, culturali, professionali e per riuscire a districarsi in tutto questo è fondamentale un addestramento alla relazione. Quindi il mio consiglio è sì, professionalizzatevi nell’ambito specifico, però nella consapevolezza che non basta.

 

Grazie. Leggendo la biografia, ci ha veramente tanto incuriosite anche la parte della filosofia. Abbiamo letto che era iscritta all’università e ci piacerebbe sapere che cosa ha imparato da questa disciplina e come vede in relazione psicologia e filosofia.

Sono tuttora iscritta, ho fatto l’ultimo esame venti giorni fa, quindi adesso mi manca la tesi per poter avere la laurea triennale. Quando mi sono iscritta, il professore che ha provveduto al mio riconoscimento dei crediti mi ha detto: “guardi che lei può iscriversi direttamente alla magistrale”; io ho detto di no, perché volevo ricominciare da capo. Non è stato semplice, lavorando e tutto quanto, quindi è stato un percorso decisamente lungo.

Credo che il mio interesse per la filosofia abbia a che fare con il mio interesse per le domande di senso, e per la questione dei presupposti: quali sono i presupposti dai quali partiamo e che cosa stiamo dando per scontato. E quindi dei fondamenti. Poi a me interessa come pensano le persone: se nel nostro lavoro ci interessano le persone, ci interessa anche come pensano.

La PCP ci dice che ognuno di noi costruisce una teoria o delle teorie sul mondo: i filosofi l’hanno fatto in maniera molto più sistematica, i loro sistemi sono le loro teorie su come funziona il mondo. Quindi a me interessa la filosofia così come mi interessano anche i filosofi, queste persone che nel corso della storia si sono posti delle domande tentando di dare delle risposte, tentando di articolare risposte l’una con l’altra in maniera che tutto avesse un minimo di senso compiuto, a sbattersi la testa su questioni che non riuscivano a risolvere, a capire perché avessero dato una risposta piuttosto che un’altra.

Quindi credo che a me interessi anche questo aspetto, il fatto che siano comunque teorie elaborate da persone. Dico “credo” perché non sappiamo mai fino in fondo come mai le cose ci interessino, non siamo completamente trasparenti a noi stessi. C’è un’esperienza che faccio, quando leggo gli autori, che è di entusiasmo, di piacere intellettuale che sicuramente è estremamente validante per me. Detto questo, c’è da dire che la filosofia, in qualche modo, è la mamma della psicologia: fino a quando, con Freud da una parte e Wundt con la psicologia sperimentale dall’altra, la psicologia ha cominciato a chiamarsi psicologia, la psicologia era una parte della filosofia, quindi noi ritroviamo nei filosofi antichi e moderni un pensiero riguardo alle persone, a come funzionano, e la psicologia è da lì che nasce. Per me è anche questa una dimensione importante, cioè il riconoscere che la nostra disciplina ha una storia che la precede e un debito nei confronti dei pensatori che la precedono. Ad esempio, la riflessione epistemologica alla quale anche noi costruttivisti dedichiamo un sacco di attenzione e di tempo non nasce col costruttivismo, neanche con Kant, comincia con Socrate o prima ancora; le domande che i filosofi si sono posti rispetto a come le persone conoscono sono domande antiche, e le risposte date nel corso del tempo si sono stratificate nel nostro sapere relativo a come funzionano gli esseri umani, fanno parte della nostra cultura psicologica di base. Quindi c’è anche questo aspetto, il fatto di poter riconoscere che come disciplina la psicologia ha un debito nei confronti della filosofia. Questo per me è importante nella formazione di uno psicologo. Secondo me una quota di consapevolezza filosofica sarebbe utile, anche per esercitare l’umiltà del sapere che sì, va bene citare nelle nostre pubblicazioni le ricerche più recenti, però ci sono 3.000 anni di storia da ricordare che esistono e che forse può essere utile conoscere e riconoscere, in qualche modo.

 

Una domanda che è legata a quello che ci ha già raccontato: quindi la filosofia influenza il suo ruolo da terapeuta? E in che modo? Oltre a questo aspetto appunto del fondamento dell’umiltà del quale parlava.

Stare a contatto con il pensiero dei filosofi, con il modo di pensare dei filosofi, mi ha addestrato a vedere anche attraverso quello sguardo come ragionano le persone. Ci sono proprio dei processi di pensiero, delle fallacie di pensiero, nel senso di modi di pensare, di cui diventi consapevole nel momento in cui ti avvicini al pensiero filosofico perché nella filosofia non ci sono. Mi spiego: il pensiero filosofico è un pensiero addestrato, un pensiero che procede per dimostrazioni filosofiche, per cui con un rigore che non trovi nel nostro pensiero quotidiano. Quando ti trovi di fronte a una persona e ti accorgi che in qualche momento ha ragionato “male” non è che vai a correggerlo, ma lo vedi e quindi ti si apre una finestra, un’alternativa. Perché io non correggo il tuo pensiero, però ti posso far vedere che dalle premesse da cui tu parti forse la conclusione a cui si può arrivare può essere anche un’altra. Poi ovviamente scegli tu che cosa fartene. In secondo luogo, c’è un altro aspetto che è più di contenuto, nel senso che, proprio per il fatto che sono millenni che riflettiamo più o meno sempre sulle stesse cose, sono state date tante possibili risposte alle domande che tutti ci facciamo. Nel momento in cui leggi i filosofi – ma vale anche per la grande letteratura mondiale – hai montagne di risposte agli stessi quesiti e quindi nella tua testa hai un sacco di alternative possibili su cui ragionare insieme nella pratica clinica.

 

Quindi, in questo senso è un addestramento perché allarga i punti di vista e questo lo si può mettere in campo nella pratica clinica. È come se ci permettesse di avere nel nostro bagaglio effettivamente più alternative a disposizione da poi poter raccontare anche all’altro.

Si, noi non dobbiamo insegnare all’altro come pensare o cosa pensare, però il fatto che nella nostra testa ci siano tante possibilità ci permette di favorire le alternative per l’altra persona, di immaginarle noi prima e di lavorare con l’altro perché possa costruirsi le proprie, ma anche partire dall’aiuto che noi possiamo offrirgli nel dislocarsi rispetto alle proprie.

 

Molto interessante questa riflessione, rimanda all’idea del terapeuta come strumento della relazione terapeutica; essere strumento per l’altro nel modo di vedere, di pensare. Effettivamente questo modo di vedere la filosofia all’interno della pratica clinica va a implementare il “noi come strumento”.

Tanto è vero che questa consapevolezza del poter essere strumento è diventata un bagaglio anche del mondo filosofico: si è cominciato a proporre sportelli filosofici che sono appunto basati sul fatto che come filosofo parto dalla mia conoscenza dei vari filosofi per proporre delle alternative rispetto al tuo modo di pensare o per aiutarti a vedere quando non ragioni bene, quando magari ti sei incartato in un ragionamento che non torna, però non ti rendi conto che non torna. Ovviamente i filosofi non dichiarano di offrire consulenze psicologiche o di questo tipo. È chiaro che non siano addestrati alla relazione e nel rapporto con l’altro possono anche trovarsi in difficoltà. Noi ovviamente abbiamo quella competenza e quindi siamo in grado di anticipare, o dovremo essere in grado di anticipare, che cosa può essere più utile per una persona, e quindi muoverci sulla base di questo piuttosto che in astratto. Poi il rapporto tra filosofia e psicologia non è sempre di grande amore. Da parte della filosofia c’è un po’ di presunzione, mi vien da dire comprensibile, e anche un po’ di fastidio, perché dal punto di vista dei filosofi gli psicologi vogliono sempre ricondurre il pensiero dei filosofi a fattori umani piuttosto che a fattori filosofici. Uno dei peccati mortali nella filosofia è essere accusati di psicologismo, che consiste nel voler ridurre tutto ad attività soggettive, individuali, personali. Questa relazione è anche divertente da un certo punto di vista.

 

Forse questo può essere riconducibile al fatto che mancano, in quella disciplina, dell’insegnamento e dell’esperienza relazionale. Per cui viene da pensare possa esserci una carenza nelle dimensioni della socialità o dell’autoriflessività, quindi forse si diventa un po’ più patriottici della disciplina. Invece noi siamo un po’ più abituati ad aprirci per natura.

Siamo più abituati ad abitare i mondi dell’altro, mentre per i filosofi è un po’ diverso. Ma anche perché appunto c’è comunque un’idea di normatività, che a noi interessa relativamente.

 

Siamo giunti a conclusione. Abbiamo ritenuto utile farle quest’ultima domanda tenendo conto della sua biografia, premettendo che abbiamo pensato in futuro di ampliarla in una sezione dedicata se le andrà. Intanto desideriamo chiederle della terapia a mezzo del cavallo: che cosa è effettivamente e come si lega alla PCP nella pratica, o anche nella teoria?

La terapia a mezzo del cavallo, per come io l’ho imparata con il modello di questa organizzazione internazionale che si chiama EAGALA, è qualcosa di molto diverso da quello che in termini di senso comune la gente intende con ippoterapia o anche riabilitazione equestre, che è l’altro termine che si utilizza in Italia, perché entrambe prevedono che il cavallo venga montato. Nell’ippoterapia, che è la terapia dove si utilizza il cavallo soprattutto per le proprietà biomeccaniche del suo movimento, e quindi soprattutto nei casi di riabilitazione neuromotoria e di terapie di tipo neuromotorio, chi sta sopra è molto passivo e il fattore terapeutico è soprattutto il movimento del cavallo, che è un movimento particolare perché si muove lungo le tre dimensioni dello spazio, quindi un movimento dall’alto verso il basso, in avanti-indietro, destra-sinistra e di rotazione. La riabilitazione equestre prevede un ruolo più attivo per amazzone o cavaliere però prevede sempre un rapporto di “io sto sopra” e “tu [il cavallo] sei sotto”. Nel modello di EAGALA, invece, il cavallo è libero, non si monta mai, si sta alla pari col cavallo. Il lavoro si svolge con gli animali liberi in campo e le persone libere in campo e il cavallo non viene nemmeno condotto alla mano, a meno che non ci sia un esercizio particolare che lo richieda. Quindi non è più qualcosa che ha a che fare con il movimento del cavallo e con i benefici che quel movimento può offrire all’organismo. Né ha a che fare con questioni del tipo “io che guido te”: io cavaliere o io amazzone che ti guido e quindi mi sento in grado di fare questa cosa così importante, così grande, come guidare una bestia di tre, quattro, cinque quintali e farle fare quello che desidero io. Quest’ultima è un po’ l’idea della riabilitazione equestre, cioè lavorare sulla cosiddetta autostima, quindi sul senso di valore di sé e sull’autoefficacia, oltre che su un certo tipo di disturbi di orientamento spaziale, schema corporeo e simili. Nel modello di EAGALA si lavora sulla relazione e con la relazione con l’animale, anche sfruttando il fatto che i cavalli sono ovviamente delle creature che ci decifrano sulla base del nostro non verbale: loro sono prede, noi siamo predatori. Prima di montarli o di usarli come forza motrice, li mangiavamo, quindi per sopravvivere loro hanno imparato ad anticiparci molto bene e lo fanno principalmente attraverso la lettura del nostro non verbale: sono degli amplificatori emotivi. Se tu riesci a decifrare il linguaggio non verbale del cavallo, riesci a fare delle ipotesi abbastanza chiare su cosa sente l’altra persona che sta interagendo in quel momento con il cavallo. Se la persona è tranquilla, confidente, serena, il cavallo lo sarà altrettanto; se la persona è in ansia, spaventata o arrabbiata, il cavallo mi farà capire attraverso i suoi segnali di spavento, ansia, paura che c’è qualcosa che non va nella persona in quel momento, e questo è un aspetto che è utile al terapeuta o comunque a chi ci lavora. Però l’altro aspetto, il principale, è che se io lavoro con una persona che non è addestrata a leggere il comportamento del cavallo attraverso costrutti adeguati al cavallo – cioè che non ha costruito il cavallo come cavallo perché ha fatto studi etologici, perché fa equitazione, perché è un biologo o simili – che tipo di costrutti utilizzerà per comprendere e leggere il cavallo? Utilizzerà i suoi costrutti personali: quindi utilizzerà costrutti di dipendenza se costruisce le sue relazioni principalmente su costrutti di dipendenza, o userà i costrutti di ruolo che ha a disposizione nel momento in cui si relazionerà con l’animale. Cioè si metterà in relazione con l’animale attraverso i costrutti che utilizza per le persone. Poi c’è l’elaborazione che consente la parola, che passa dal terapeuta alla persona che in quel momento sta lavorando insieme al cavallo. Come terapeuta io posso chiedere alla persona cosa le sembra che il cavallo stia facendo o sentendo o pensando. La persona con le sue risposte farà emergere proprio i suoi costrutti personali. E in quel momento, grazie alla situazione, potrà fare un’esperienza diversa rispetto alle sue repliche consuete. Tu, come terapeuta, puoi proporre lì in quel momento un’alternativa. E la persona può subito sperimentare e vedere che cosa succede. Lì hai di fronte a te come terapeuta la fase dell’anticipazione, la fase dell’incontro, la fase della validazione o invalidazione e poi puoi lavorare sulla revisione, e il cambiamento è immediato perché, se tu cambi qualcosa nel tuo comportamento, i cavalli cambiano subito, istantaneamente, e le persone vedono subito la differenza.

 

È molto potente, puoi fare esperienza diretta fondamentalmente e questo è qualcosa di completamente diverso ed innovativo da ciò che immaginiamo noi nello spazio della terapia. È chiaro che nella stanza della terapia si può fare l’esperienza relazionale tra terapeuta e paziente, però è come se non ci fosse quel terzo, che in questo caso è il cavallo, che va ad amplificare.

Potenziare, no? Anche perché lì, mentre sei in relazione con l’animale, ti rendi veramente conto che le interpretazioni che hai in testa sono tutta roba tua. Perché i cavalli, poveri, tre robe fanno: ti guardano, ti girano attorno, ti annusano e vanno da un’altra parte. Però, il cavallo che va da un’altra parte, il paziente come lo interpreta? Potrebbe interpretarlo come “io gli sto antipatico, se n’è andato perché non vuole lavorare con me e non gli interesso”. Ma il cavallo non ragiona così, è solo curioso o spaventato o, in casi molto rari, arrabbiato. Però tu, come terapeuta, hai la possibilità di vedere in presa diretta la persona nei suoi costrutti, capito?

 

Si, è molto chiaro. Quanto dura una sessione?

Purtroppo qui non è proprio facilissimo proporre questo tipo di intervento, anche perché comunque c’è un costo che è superiore a quello di una terapia: devi riconoscere qualcosa alla struttura che ti ospita. Io ho portato delle équipe a fare la supervisione in maneggio, ho portato aziende in maneggio per fare attività di gruppo e lavorare sulle relazioni interne. In quei casi riesci ad ammortizzare meglio il costo perché quando fai un lavoro sul gruppo puoi proporre una cifra diversa. Però lavorare con il singolo è più complicato. Dal mio punto di vista, venti minuti, mezz’ora di lavoro in un campo sono abbastanza. Poi puoi dedicare il resto al prendersi cura del cavallo (spazzolarlo, dargli carote, mele, fieno, portarlo a brucare…), a ragionare un minimo su quello che è successo in campo e che poi riprenderai in studio. Perché comunque, per come lavoro io con le persone, ho sempre affiancato il lavoro in campo con il lavoro in studio. Anche se il modello americano di EAGALA sarebbe tutto lavoro in campo: ha un’articolazione sua che è difficile da portare in Italia così come lo fanno loro. Lavorano con tanti cavalli nel campo e due esperti, uno di salute mentale e uno equestre.

 

Note sulle autrici

 

Giorgia Albanese

Institute of Constructivist Psychology

giorgia.albanesepsicologa@gmail.com

 

Specializzanda in psicoterapia presso l’ICP di Padova, laureata in Neuroscienze e Riabilitazione Neuropsicologica presso l’Università degli studi di Padova. Dopo una parentesi dedicata alla ricerca in Inghilterra e a Padova, attualmente lavora come operatrice presso la Pronta Accoglienza Villa Ida di Padova, struttura che si occupa del recupero e trattamento di persone con dipendenza da sostanze. In parallelo lavora come libera professionista in studio e gestisce progetti nelle scuole secondarie di secondo grado.

 

Francesca Barone

Institute of Constructivist Psychology

francescabarone.psy@gmail.com

 

Laureata in psicologia clinica e specializzanda in psicoterapia presso l’Institute of Constructivist Psychology di Padova. Negli ultimi anni ha collaborato con alcuni servizi socio sanitari territoriali rivolti a minori e adulti con diverse problematiche psicologiche e psichiatriche. Attualmente lavora come libera professionista presso il proprio studio a Padova e online. Collabora anche all’interno di una équipe multidisciplinare che si occupa di obesità e chirurgia bariatrica. È una persona curiosa e determinata, appassionata di poesia; fa parte della redazione della Rivista Italiana di Costruttivismo.