1. L’arrampicata sportiva
Le testimonianze delle prime arrampicate su roccia risalgono al 200 a.C. e furono trovate in Cina. In molte parti del mondo l’arrampicata veniva usata inizialmente durante la caccia[1]. L’arrampicata fine a se stessa ha inizio alla fine del XIX secolo, in particolare in Europa, dove nasce l’arrampicata artificiale. Questa, attraverso l’ausilio di mezzi, come ad esempio scale, bastoni o picchetti che creano maniglie o supporti per i piedi, dà il via alle prime ascese (Motti e Camanni, 2013; Scandellari 2009).
L’arrampicata tradizionale su roccia, invece, nasce agli inizi del XX secolo, quando Paul Preuss, per primo, scala diverse vette senza l’ausilio di mezzi artificiali e prosegue con il solo utilizzo del corpo (Motti e Camanni, 2013; Messner, 1987).
Questa disciplina prevede la progressione in cordata, che può essere composta da due o tre persone, su pareti di roccia di altezza variabile, solitamente con un minimo di 130 metri di sviluppo. Vengono usati diversi materiali, ad esempio la corda, l’imbrago e le protezioni, che permettono di affrontare la salita in sicurezza, soprattutto in caso di caduta, ma che non sono di ausilio alla progressione. In arrampicata, infatti, la salita si svolge con il solo utilizzo di mani e piedi e, talvolta, incastrando o appoggiando il corpo intero.
La parete può essere già attrezzata oppure deve essere attrezzata dall’arrampicatore per mezzo di protezioni rimovibili (friends, nuts e cordini) che vengono applicate alla roccia, ove possibile, a seconda delle sue caratteristiche.
Gran parte delle salite su roccia in montagna richiede un tipo di arrampicata “trad” (= tradizionale), dove all’arrampicatore è richiesto appunto di attrezzare la salita in autonomia, con l’ausilio di protezioni rimovibili, cordini e soste (Bressan e Melchiorri, 2014). Proprio per questo e per i pericoli oggettivi dell’ambiente, l’arrampicata è un’attività che espone la persona che la pratica a numerosi rischi e ogni anno, infatti, sono numerosi i casi di persone che per distrazione, errore o causa naturale, subiscono incidenti e vengono recuperati dall’elicottero del Soccorso Alpino.
Secondo le statistiche annuali del Corpo Nazionale del Soccorso Alpino e Speleologico (CNSAS), l’alpinismo è al terzo posto in quanto a interventi di recupero, successivamente all’escursionismo e allo sci alpino e nordico, con una percentuale del 6% circa sui recuperi annuali.
In alcuni casi gli esiti di questo tipo di infortuni possono essere molto gravi o mortali.
Nel 2022, ad esempio, su un totale di 10367 interventi di recupero (non distinti per attività praticata) in Italia 504 persone hanno perso la vita in ambiente impervio con un incremento del 13,5% rispetto al 2021, 4297 sono state le persone recuperate ferite in modo leggero, 1298 i feriti gravi, 228 i feriti con compromesse funzioni vitali, 3714 gli illesi e 84 i dispersi (CNSAS)[2].
Purtroppo, non è presente una statistica specifica relativa agli incidenti conseguenti ad attività alpinistica, ma tra i numeri generali rientra ovviamente anche questa casistica.
2. L’arrampicata su roccia dal punto di vista della ricerca psicologica
La Psicologia si è interessata all’arrampicata su roccia a partire da vari punti di vista.
Alcuni ricercatori si sono focalizzati sulle motivazioni per cui le persone possono scegliere di arrampicare. Ewert (1985), ad esempio, somministrando un questionario di 40 domande a 460 rocciatori ha identificato 6 fattori diversi: sfida/rischio (challenge/risk), catarsi/liberazione (catharsis), riconoscimento (recognition), creatività (creativity), controllo (control), ambiente (physical setting).
Molte ricerche si sono concentrate sul rapporto fra dimensioni di personalità e prestazione eccellente in arrampicata (vedi ad esempio Ionel et al. 2022; Marczak & Ginszt, 2017; Feher, Meyers, & Skelly, 1998), con risultati però contraddittori.
Altre ricerche, come Sanchez, Boschker, & Llewellyn (2010), hanno invece indagato la relazione tra dimensioni di stato e prestazione, cercando correlazioni, ad esempio, fra livelli di ansia di stato, misurati attraverso i questionari, e i risultati in termini di fluidità e velocità dell’ascesa.
Un’area di interesse all’interno della quale sono state effettuate molte ricerche è anche quella del rapporto fra stress e arrampicata, sia nell’ottica di esplorare la presenza di un comportamento chiamato “stress-seeking behavior” (Csikszentmihalyi, 1975), come nello studio di Robinson (1985), sia con l’obiettivo di valutare i fattori che favoriscono la resistenza allo stress negli arrampicatori, come nella ricerca di Tukaiev et al. (2020).
Un altro ambito esplorato nella letteratura è quello del potenziale valore terapeutico dell’arrampicata, riscontrando, in generale, effetti positivi per persone con diagnosi psichiatriche (Kleinstäuber, Reuter, Doll, & Fallgatter, 2017; Thaller, Frühauf, Heimbeck, Voderholzer, & Kopp, 2022).
Un certo numero di ricerche si è concentrato sul rapporto fra gli scalatori e la dimensione del rischio. Langseth e Salvesen (2018) distinguono tre filoni principali. L’approccio etichettato “individualistico” vede nella propensione al rischio una caratteristica individuale profondamente radicata in ogni persona, sia per ragioni genetiche (High sensation seekers[3]), sia per particolari tipi di personalità (ad esempio: Zuckerman, 1979, 2007; Breivik,1996). Potremmo considerare in questo sottogruppo anche le ricerche che hanno correlato la dimensione dell’auto-efficacia[4] con la propensione al rischio, ad esempio Slanger e Rudestam (1997) e Llewellyn e Sanchez (2008). Sotto l’etichetta di approccio “fenomenologico”, gli autori raggruppano le ricerche ispirate alla teoria di Csikszentmihalyi (1991) che vedono nelle emozioni e nei sentimenti originati dal praticare attività con un corretto bilanciamento tra sfida ed abilità le ragioni sufficienti a motivare l’assunzione del rischio connessa a quelle stesse attività (ibidem, 1991; Jackson and Csikszentmihalyi, 1999). L’approccio definito “sociologico”, invece, si muove lungo due direzioni distinte: il modello della compensazione e il modello dell’adattamento (Langseth, 2011). Per il primo, la partecipazione ad attività molto rischiose costituisce una sorta di valvola di sfogo nei confronti di una società molto occupata a rendere le nostre vite sempre più sicure. Il modello dell’adattamento, invece, sostiene che le persone che praticano attività rischiose lo fanno per adattarsi alle richieste di una società che premia chi vive vite eccitanti, creative, autonome e libere (Booth e Thorpe, 2007; Robinson, 2008).
Non sono molte le ricerche che hanno cercato di esplorare il significato dell’arrampicata sportiva a partire dalle narrazioni di chi la pratica. Fra queste, la ricerca di West e Allin (2010) indaga la costruzione e la gestione del rischio in rapporto alle dimensioni di identità degli arrampicatori attraverso interviste approfondite. Da esse emerge come gli atleti tendano a costruire la loro identità come buoni arrampicatori, competenti ed esperti, non attraverso la ricerca del rischio, ma attraverso le modalità in cui gestiscono e controllano il rischio stesso. Questa conclusione viene confermata da Langseth e Salvesen (2018) che indagano la relazione fra rischio e riconoscimento sociale. Attraverso interviste con gli arrampicatori e un approfondimento sulla “subcultura” del mondo dell’arrampicata, gli autori concludono che sembra ottenere riconoscimento da parte dell’ambiente chi sceglie di correre dei rischi commisurati alle proprie abilità ed alla propria esperienza, chi, quindi, cerca di tenere la dimensione del rischio all’interno di un margine di controllabilità.
3. L’impatto psicologico dell’infortunio negli atleti
Fra le ricerche che hanno cercato di comprendere l’impatto degli infortuni nella pratica sportiva, il modello di Wiese-Bjornstal et al. (1998) asserisce che gli atleti reagiscono agli infortuni in modo diverso a seconda del significato che per loro ha quell’infortunio, dell’anticipazione dei suoi esiti e di quanto si percepiscono in grado di farvi fronte.
Klenk (2006) ha esplorato le risposte emotive connesse all’adattamento all’infortunio rilevando come esse sembrassero legate all’importanza dello sport, al tempo investito nella pratica, allo stress, alla pressione esterna, al genere ed alla severità dell’incidente. Le emozioni riferite con maggior frequenza includevano frustrazione, depressione, rabbia e tensione, ma anche sfiducia, paura, ira e spossatezza. Le stesse emozioni sono state riscontrate da Chárthaigh (2017) nelle sue interviste ad atleti praticanti sport estremi, fra cui anche l’arrampicata.
Per quanto riguarda gli infortuni nel caso degli sport estremi e, in particolare, dell’arrampicata sportiva, Pain and Kerr (2004) hanno analizzato il caso di un atleta che praticava paracadutismo, arrampicata e sci d’acqua e che nel corso di due anni aveva subito molti gravi incidenti che lo avevano costretto in una situazione di disabilità tale da pregiudicare lo svolgimento anche di piccoli compiti motori quotidiani. Le sue emozioni prevalenti erano di rabbia e frustrazione ma, nonostante la gravità dei danni subiti, era determinato a recuperare la forma fisica per poter tornare a praticare. Una simile situazione è stata illustrata da Breton (2000) nel caso di una guida alpina che affermava “gli incidenti non mi hanno mai fermato, una volta guarito, faccio sempre ritorno alle mie montagne”.
4. L’arrampicata su roccia attraverso le lenti della Psicologia dei Costrutti Personali (PCP)
Questo lavoro si inserisce all’interno del filone di ricerca qualitativa che esplora i processi e le motivazioni alla base dell’arrampicata su roccia a partire dalle narrazioni delle singole persone. L’idea di rileggere questo tipo di esperienza attraverso la teoria dei Costrutti Personali nasce proprio dall’importanza che quest’ultima dà alla persona come mondo di significati.
Kelly (1991) postula che “i processi di una persona sono psicologicamente canalizzati dai modi in cui anticipa gli eventi” (vol. 1, p. 32). Queste parole esprimono una visione dell’essere umano come proiettato verso il futuro piuttosto che vincolato dal suo passato. Inoltre, suggeriscono l’immagine di un uomo-scienziato fondamentalmente impegnato a capire la sua natura e la natura del mondo, che si muove sulla base di proprie teorie, di proprie ipotesi (anticipazioni), compiendo continui esperimenti. Queste teorie vengono infatti costantemente messe a verifica, raffinate e riviste sulla base dell’esito delle verifiche, oppure abbandonate per lasciare spazio ad altre, più elaborative per la persona. L’esperienza può essere quindi vista come un ciclo di cinque fasi: anticipazione, investimento, incontro, verifica, revisione. In primo luogo, la persona anticipa gli eventi e quindi, in vario modo, si prepara ad affrontarli, poi li vive e ne raccoglie gli esiti. Questi ultimi le permettono di portare a verifica le sue anticipazioni attraverso la loro validazione o invalidazione e, di conseguenza, di fare una revisione (Epting, 1984/1990).
Dal punto di vista della PCP la pratica dell’arrampicata su roccia può essere vista quindi come uno degli esperimenti che la persona (in questo caso lo scalatore) sceglie[5] di fare nella propria vita (vedi anche Del Rizzo, 2020).
Potremmo, pertanto, ipotizzare che i modi differenti in cui gli scalatori vivono e affrontano questa attività siano canalizzati da come essi costruiscono questo tipo di esperienza e dal significato che essa assume per loro.
Come già visto anche illustrando le ricerche sul tema, per alcune persone arrampicare può essere un modo per allontanarsi dalla quotidianità, attraverso la totale immersione in questa attività. Per altre potrebbe rispondere al bisogno di sperimentare una situazione di forte stress e la conseguente sensazione di forza e potenza per averlo superato grazie ai propri mezzi. O ancora, potrebbe rispondere alla necessità di affrontare sfide sempre diverse e, magari, sempre più impegnative. Per altri, infine, essa potrebbe rappresentare un modo per tornare alle esperienze vissute nell’infanzia. Si tratta di esperimenti che mettono in gioco costruzioni che possono essere più o meno nucleari[6] e identitarie e quindi più o meno cruciali ed irrinunciabili: nella misura in cui uno scalatore valida, attraverso l’arrampicata, i suoi costrutti nucleari di ruolo, può essere molto difficile per lui rinunciarvi[7].
Questa ricerca cerca di esplorare alcuni processi che possono avvenire nel sistema di una persona al momento dell’incidente e nel periodo successivo – processi che hanno a che fare con alcune caratteristiche strutturali del sistema – evidenziando in particolare le possibili transizioni[8] attraversate. Al contempo cerca di comprendere il modo in cui le persone costruiscono l’infortunio e le sue implicazioni e quindi come possano scegliere di smettere o ricominciare a scalare.
5. La ricerca
5.1 Le ipotesi di ricerca
Coerentemente con quanto più sopra esposto, ipotizziamo che:
- Per alcuni scalatori arrampicare sia un’attività connessa alle loro costruzioni nucleari di ruolo;
- Che, in questi casi, gli incidenti in parete costituiscano delle potenziali minacce al ruolo nucleare[9] (poiché possono causare danni fisici che impediscono di proseguire l’attività in futuro) e quindi vengano vissuti con particolare sofferenza;
- Che queste persone possano quindi scegliere di riprendere ad arrampicare, a seguito di un incidente, nonostante il rischio per la propria incolumità fisica, per poter continuare a validare la propria identità, a riconoscersi nelle persone che sono e vogliono essere, qualora il ruolo come scalatori sia prelativamente[10] legato alla costruzione di sé;
- Che, qualora il ruolo e l’attività dell’arrampicare non siano così prelativamente connessi alla costruzione di sé, siano possibili altre scelte, come smettere di arrampicare.
5.2 Metodi
Al fine di comprendere l’esperienza dell’infortunio in arrampicata e le sue implicazioni, abbiamo scelto di intervistare alcune persone che avevano vissuto questo evento. Una di noi, che pratica abitualmente l’arrampicata, si è rivolta ai membri del gruppo di atleti di cui fa parte raccogliendo la disponibilità ad essere intervistati di tre uomini, che chiameremo Francesco, Walter e Matteo[11]. Tutti e tre i partecipanti hanno dato il consenso alla registrazione dell’intervista che per Francesco e Walter è avvenuta in presenza, mentre per Matteo è stata realizzata in modalità telematica. Le interviste sono state realizzate da chi, fra noi, ha maggiore esperienza su roccia. Ipotizziamo infatti che la maggiore comunanza[12] nella costruzione dell’esperienza sportiva possa favorire la comprensione reciproca e la costruzione di una relazione di fiducia, aspetti che possono permettere, a chi viene intervistato, di costruire la conversazione come meno minacciosa[13] e ansiogena[14] favorendo l’esplorazione aggressiva[15] delle costruzioni relative all’infortunio[16].
5.3 Le domande dell’intervista
Di seguito l’elenco delle domande formulate per condurre l’intervista:
- Quando e perché hai iniziato a scalare in montagna?
- Com’è “nome della persona” quando scala? Che persona è o non è?
- Che incidente hai avuto e cos’ha comportato?
- Cos’hai provato al momento dell’incidente? E subito dopo? E nei mesi successivi?
- Che persona eri o non eri nel periodo in cui non hai potuto scalare? E cos’hai fatto in quel periodo?
- Perché hai deciso di riprendere/non riprendere?
- In famiglia hai esperienza di persone che scalano/vanno in montagna?
Le prime due domande sono tese ad esplorare i significati dati all’esperienza alpinistica e in che modo essa sia connessa all’identità. Le successive mirano invece a elicitare le costruzioni relative all’incidente ed alle sue implicazioni, nonché i processi innescati dall’evento, in particolare le transizioni attraversate. Infine, abbiamo inserito domande che esplorassero la scelta di interrompere l’attività o proseguirla e il contesto ambientale in cui tale scelta è stata operata.
Le domande qui elencate costituiscono il filo rosso delle interviste, ma durante il loro svolgimento abbiamo scelto comunque di rispettare la coerenza narrativa delle storie che le persone sceglievano di raccontare, cogliendo l’occasione per approfondire il loro sistema di significati personali (Bannister e Fransella, 1971/1986).
5.4 Il metodo di analisi
Per l’analisi delle interviste abbiamo utilizzato la metodologia proposta da Kelly (1991, vol. 1, p. 239) per l’analisi dell’autocaratterizzazione. Pur non essendo delle autocaratterizzazioni, le interviste ci sono sembrate unità coerenti ed organizzate significative per gli intervistati ed espressione dei loro modi di dare senso all’esperienza e di anticiparla. Una metodologia simile è stata usata da Cappellari e Del Rizzo (2022) per analizzare delle interviste relative all’esperienza che alcune persone hanno fatto del loro corpo nel corso del lockdown per la pandemia di Covid-19, da Del Rizzo (2020) per analizzare gli scritti di Eva Kor, una sopravvissuta ad Auschwitz, da Reed, Winter, Schulz, Aslan, Soldevilla, & Kuzu (2014) per analizzare l’autobiografia di Rudolf Hoess e da Winter e Tschudi (2015) per formulare la diagnosi transitiva di Anders Behring.
5.5 Le testimonianze
Abbiamo scelto di riportare qui di seguito alcuni elementi della storia dei tre scalatori intervistati, al fine di poter inserire l’infortunio all’interno della loro esperienza e quindi poterne comprendere meglio le implicazioni. Il linguaggio utilizzato è quanto più possibile vicino[17] al loro.
5.6 La storia di Francesco
Francesco ha vissuto la montagna da sempre: “da quando ero piccolo andavo coi miei quindi da sempre”.
Tuttavia, al momento dell’intervista, non è da molto che ha iniziato a scalare e a fare vie in montagna, anche se è da tempo che ha questo desiderio, sono passati solo due anni da quando un suo amico l’ha portato per la prima volta ad arrampicare. Per lui quest’esperienza ha significato ritrovarsi nel suo mondo: “mi sento proprio felice. La sensazione che ho è sempre stata quella di ritornare un po’ nell’infanzia e fare un qualcosa che senti tuo, di essere in un ambiente che che vivi al 100%”. Si sente proprio “felice” quando scala: “per me la montagna è una parte della mia persona. Quindi essendo che ci sono appunto cresciuto, tra virgolette faccio fatica a immaginare me senza senza quella sfera lì. È una cosa che che dentro di me sento parte della mia identità molto più di quello che è il mio lavoro o altre esperienze che comunque vivo quotidianamente”. Trovarsi senza la possibilità di vivere la montagna significherebbe per lui perdere anche una parte di vita, anzi gli “mancherebbe proprio una ragione importante di vita”.
Da quando quel suo amico per la prima volta l’ha portato a scalare, “è cambiata proprio la mia vita poi in generale, grazie a quello. E mi ha permesso di conoscere delle persone che sono fratelli adesso. Ci abbiamo stretto un legame grosso” ma non solo: “mi ha dato poi la libertà mentale di prendere certe decisioni di vita che probabilmente senza la montagna non avrei preso. Quindi decisioni che poi mi hanno cambiato, nel senso che ho proprio cambiato il mio modo di vivere in generale, grazie a questa cosa qua”.
Il giorno dell’incidente era con un suo amico, volevano fare una via normale[18] che Francesco si era prefissato di fare da molto tempo. Nei giorni precedenti aveva studiato molto l’itinerario perché voleva arrivare ben preparato, nonostante non la considerasse una via particolarmente impegnativa. La sera prima aveva piovuto parecchio e le condizioni della roccia non erano ottimali, c’erano molti sfasciumi, tanta roccia rotta che, con il bagnato del giorno prima, rendeva la discesa più ardua del previsto. Proprio per questo è scivolato, facendo diversi balzi e perdendo una quarantina di metri di quota. Al momento del volo la sensazione che lo ha accompagnato è stata di stare per morire, ma, nel momento in cui ha realizzato che le cose non stavano così, si è sentito subito “tranquillo”, non ha perso lucidità. Una volta recuperato dall’elicottero e portato in pronto soccorso, la preoccupazione maggiore è stata come gestire la comunicazione con la sua ragazza e con i genitori.
La convalescenza è stata per lui un momento di “pausa”, “vissuta nell’attesa di tornarci”, in cui si è sentito tranquillo a godersela così, senza la preoccupazione di dover fare tante cose.
Leggere libri l’ha aiutato moltissimo, gran parte erano libri di montagna.
Quattro mesi dopo l’incidente ha deciso di tornare a scalare seppure non in montagna perché la stagione era ormai conclusa. A livello di voglia e passione le cose non erano cambiate, mentre per quanto riguarda la sicurezza e serenità personale non era più come prima: “in termini di spensieratezza e di gestione del rischio e della paura del mentre, cioè, io prima mi rendo conto che, a parità di percorso, prima avevo un’altra spensieratezza di adesso”. Se questo da un lato lo infastidisce, perché gli fa vivere la montagna con una mente meno libera, dall’altro sembra costituire un utile passaggio: “mi fa dire che forse era necessario, nel senso che magari prima ero troppo dall’altra parte”.
A partire dalle sue parole, ipotizziamo che per Francesco costruirsi come scalatore sia nucleare. Anticipare di dovervi rinunciare sembra esporlo ad una transizione di minaccia di colpa: gli “mancherebbe proprio una ragione importante di vita”. Se, infatti, inizialmente sembra che “la montagna” nella sua globalità sia il simbolo[19] di una costruzione largamente non verbale che unisce in un filo unico il suo passato, compresi alcuni cambiamenti cruciali nella sua vita, il suo presente e il suo futuro, emerge verso la fine dell’intervista che è proprio nel suo potersi dire scalatore che si condensa questa linea narrativa. Parlando del suo desiderio di riconquistare fiducia e sicurezza nello scalare, dice: “è un lavoro che devo fare, che voglio fare proprio perché non voglio rovinarmi l’esperienza. Sì, è troppo importante e se devo vivere col pensiero del rischio non, cioè, vado a rifugi, vado a far cazzate, non vado più in montagna strettamente detto”. Per Francesco sembra quindi che interrompere l’attività non sia un’alternativa percorribile ed è rassicurato dal sentire ancora viva la sua “volontà” di scalare: “quindi la volontà non l’ho mai persa, per fortuna, infatti è una cosa che mi lasciava contento il fatto di volere andare, il fatto che nonostante mi son fatto male volevo andare lo stesso”.
Il periodo di stop forzato causato dall’incidente è accettabile nella misura in cui è costruito come “una pausa” (vs. la fine dell’attività) e vissuto nell’anticipazione di quello che l’alpinismo tornerà ad essere. Questa prospettiva consente di fare fronte alla minaccia con aggressività, aggressività che si concretizza nell’adesione al percorso riabilitativo, nella lettura di libri, che gli permettono di esperire la montagna distante ma comunque dentro di lui, e, appunto, anche nel tentativo di superare l’insicurezza e la paura frutto della caduta.
5.7 Walter
Anche nel caso di Walter la montagna è un ambiente vissuto fin da bambino, quando il papà e lo zio lo portavano a camminare. Ha conosciuto l’arrampicata circa quattro anni prima della nostra intervista, grazie ad un amico. Da allora ha sempre continuato e, anzi, l’arrampicata è diventata una “passione”, passione che condivide, all’occasione, con il fratello. Scalare, per Walter, significa sentirsi “vulnerabile” e questo gli permette di “vivere nel presente”: è come se, nel momento in cui scala, fosse alla “ricerca di risolvere dei problemi”, avesse “la mente concentrata nel presente” versus “pensare al passato”. Quando scala in montagna si consente di “staccare la mente”.
Nella sua vita c’è un’altra attività che gli permette di provare un’esperienza simile: “piegare origami”. Quando lavora ai suoi origami, così come quando scala, Walter dice di sapere che “ogni errore che faccio non va bene e quindi devo concentrarmi molto a lavorare meglio che posso”.
In effetti sono proprio gli origami che gli hanno tenuto compagnia nel periodo di riabilitazione successivo all’incidente, gli sono serviti a “passare il tempo, a creare delle belle cose, giocare”. Scalare “mi mancava, ma neanche poi così tanto, perché se ti fa male la gamba sai che non riesci neanche ad andare al supermercato. Fai fatica a uscire di casa. Quindi non è che l’idea di scalare sia… scalare non vedevo l’ora e sapevo che sarebbe stato questione di un mese o due”.
Il suo infortunio, infatti, non era stato così grave: non era stato soccorso dall’elicottero e, facendosi aiutare dal fratello che era con lui, era riuscito a tornare alla macchina in autonomia. Inoltre, racconta: “15 anni fa avevo avuto un infortunio alla stessa gamba. Molto, molto più grave di questo. E quindi anche andando in ospedale, io pensavo sarà una cosa semplice, molto, molto più semplice di quello che avevo già avuto, quindi per quello ero tranquillo”. Dopo una prima preoccupazione per la sua gamba, quindi, l’emozione dominante era stata quella della “rabbia” che, con un po’ di vergogna, racconta di aver provato nei confronti del fratello: in maniera involontaria, infatti, era stato proprio lui a causare la frana che gli aveva provocato la lesione.
Fortunatamente, due mesi dopo l’accaduto era già in falesia a scalare e l’estate successiva, il “prima possibile”, aveva già ripreso ad arrampicare in montagna.
L’incidente non ha cambiato granché le abitudini nel suo modo di vivere la montagna: “Direi che più o meno è rimasta la stessa voglia di rischiare che avevo prima”, dice. L’unica differenza che sente è “sempre un po’ la paranoia se qualcuno è sopra di me. Dicevo: no no vado io prima, vado io prima”, per evitare di ritrovarsi nella situazione di avere qualcuno sopra la sua testa che potrebbe scaricargli addosso sassi, come il giorno dell’incidente.
Sembra che l’arrampicata permetta a Walter di costringere[20]: focalizzandosi sulla scalata, riesce a non pensare infatti a tutto il resto. Scalare per lui significa potersi concentrare sul presente, così come accade quando realizza origami. Ipotizziamo quindi che la sua costruzione di sé come scalatore non sia prelativa, scalare in montagna sembra essere uno dei possibili mezzi attraverso i quali egli può costruirsi come in grado di controllare il proprio pensiero, la propria concentrazione, la propria mente. Quest’ultima costruzione sembra invece più prelativamente connessa al sé. La nostra ipotesi è quindi che la ragione per cui sceglie di riprendere non sia l’impercorribilità della minaccia di colpa del non costruirsi più come alpinista, come per Francesco, ma il fatto che l’incidente non lo abbia minacciato ma solo spaventato[21]. È inoltre ipotizzabile che l’aver costruito il fratello come responsabile dell’incidente abbia circoscritto l’ambito della minaccia alle situazioni in cui lui stesso non è primo di cordata, situazioni che ora cerca di evitare.
5.8 La storia di Matteo
Matteo, a differenza di Francesco e Walter, ha iniziato a scalare molto tempo fa, nel 2001, dopo aver partecipato ad uno dei corsi roccia del CAI. Anche lui è abituato a vivere la montagna fin da bambino, con il papà, tra camminate e ferrate. Nella sua esperienza l’arrampicata su roccia era come un “completamento” dell’andare a camminare in montagna: non era tanto importante il grado, la difficoltà o quanto fosse estrema la scalata, perché l’ha sempre ricercata per la “cornice” che gli poteva offrire. È sempre stato affascinato dalla “cornice”: l’ambiente alpino, la bellezza della montagna e, rispetto a questo, arrampicare gli ha permesso di percorrere “una storia”: “nel senso che c’è il viaggio per arrivare alla montagna, visto che siamo tutti di pianura, per cui c’è il viaggio, c’è l’avvicinamento, quindi altro tipo di scarpa, tipo di fatica, io andavo a fare vie dove c’era, dove ci sono sempre avvicinamenti importanti”. Inoltre, dice: “scegliere un po’ dove fare sicura è sempre stata una cosa che mi ha sempre affascinato piuttosto che percorrere un tragitto già preconfezionato”. Vivere ogni volta una “storia” gli permetteva di “pensare”: “capisci perché sei lì, non è solo il gesto sportivo che hai di arrampicare, ma sei nella montagna, sei nel sentiero, nel ghiaione, a sputare sangue”. Era tutta l’esperienza nel suo complesso che lo appassionava, non l’ha mai vissuta in maniera “superficiale”, “competitiva” o “fanatica”.
L’incidente sul Rosetta, che non è stato il primo, gli ha fatto prendere la decisione di smettere una volta per tutte: “non farei più quella cosa perché ho rischiato tanto”, “non voglio più rischiare di farmi male e mettere a repentaglio tutto”. Ha preso questa decisione nel momento in cui si è risvegliato in ospedale e si è reso conto delle conseguenze della caduta: “per la mano destra erano molto preoccupati e c’era anche la possibilità di un’amputazione”, “i denti qui sono tutti finti, rotto tibia, piatto tibiale”.
Non ha però mai smesso di fare escursionismo, di sciare e anche di completare qualche ferrata.
La convalescenza è durata circa il doppio rispetto a Walter e a Francesco e in questo periodo una gran parte delle energie sono state spese nella riabilitazione.
Una volta ripreso, innanzitutto ha ricominciato a correre: “mi ero dato degli obiettivi: prima di iniziare a camminare e poi correre e poi di vivere una vita normale”, inoltre era da poco nato il suo primo figlio che, nella sua esperienza, ha sostituito gran parte del suo stare in montagna. Lui, infatti, “assorbiva le sue energie”, così come in precedenza accadeva con l’arrampicata.
Da qualche anno ha avuto anche il piacere di condividere la sua passione per l’ambiente alpino con il figlio, che in diversi momenti lo ha fatto commuovere: “è bello insomma vedere nei suoi occhi… l’accorgersi… io mi commuovo… vedere nei suoi occhi l’accorgersi della bellezza della montagna”.
Ipotizziamo che, come per Walter, anche per Matteo la costruzione di sé come scalatore non fosse prelativa. Sembra che scalare fosse per lui uno dei modi che gli permettevano sia di vivere la montagna che di costruire un’avventura, una “storia” nelle sue parole, nella quale entrare in contatto con la dimensione del senso. Il cuore di quell’esperienza ci appare proprio quel “pensare”, quel “capisci perché sei lì”, come se lo “sputare sangue” lungo un sentiero, immerso nella terribile bellezza della montagna, validasse la costruzione che la sua esistenza avesse un senso e lui un posto nel mondo. Ipotizziamo, quindi, che l’incidente che ha minacciato la sua vita abbia messo a repentaglio questo processo, ancora più nucleare e sovraordinato del costruirsi scalatore, e in quel periodo innescato anche dalla nascita del figlio. Smettere di arrampicare, per quanto probabilmente non indolore, ci sembra sia stata la scelta che gli ha permesso di evitare la minaccia e di continuare ad elaborare aggressivamente questa struttura nucleare di ruolo.
6. Discussione e conclusioni
Questa ricerca parte da una domanda: cosa può spingere una persona che ha rischiato di morire a continuare a mettere a repentaglio la propria vita perseverando nella pratica di un’attività che ha potuto costruire in prima persona come potenzialmente mortale?
Nel tentativo di rispondere a questa domanda, abbiamo raccolto tre storie fra loro molto diverse e abbiamo cercato di comprenderle attraverso gli strumenti della Psicologia dei Costrutti Personali, che ci permette di focalizzarci sui processi che, nella nostra ipotesi, le hanno caratterizzate. Il nostro focus non è stato quindi l’individuazione di particolari caratteristiche individuali, come in alcune delle ricerche citate, né di dimensioni di riconoscimento sociale, che appartiene a studi fondati sui presupposti propri del costruzionismo sociale (ad esempio Langseth e Salvesen, 2018). Il nostro interesse, infatti, e la nostra prospettiva si concentrano sul modo in cui le persone danno significato a se stesse, agli altri, a ciò che loro accade. Questo sguardo ha generato le ipotesi che ci hanno guidato nel corso di questa esplorazione, che abbiamo tentato di mettere a verifica e che qui ora riprendiamo.
Avevamo ipotizzato che per alcuni scalatori arrampicare fosse un’attività connessa alle loro costruzioni nucleari di ruolo, cioè alle loro identità personali, e ci sembra che ciò sia valido, in modi diversi, sia per Francesco, che per Matteo e Walter. Avevamo ulteriormente ipotizzato che gli incidenti in parete potessero quindi costituire non solo una minaccia all’incolumità fisica e quindi ai costrutti nucleari, ma anche all’identità personale e pertanto ai costrutti nucleari di ruolo, nella misura in cui avrebbero potuto, a causa delle loro conseguenze fisiche, precludere il proseguimento dell’attività e quindi la validazione dell’identità di queste persone in quanto scalatori. Come abbiamo avuto modo di vedere, le parole di Francesco esprimono in modo molto forte questa minaccia: “faccio fatica a immaginare me senza senza quella sfera lì. È una cosa che dentro di me sento parte della mia identità”.
Le ipotesi più forti che avevamo formulato erano che gli scalatori che vivevano il ruolo di scalatore come prelativamente connesso al sé avrebbero potuto scegliere di continuare ad arrampicare, nonostante la dilatazione[22] rispetto alla minaccia all’incolumità fisica favorita dall’incidente, e che, qualora l’attività dell’arrampicare non fosse stata così prelativamente connessa alla costruzione di sé, sarebbero state possibili altre scelte, come lo smettere di arrampicare. Il confronto fra le esperienze di Francesco e Matteo, in particolare, ci permette di riconoscere la viabilità della nostra ipotesi. Mentre Francesco non riesce ad immaginare la sua vita senza l’arrampicare, Matteo, che nei momenti di grande fatica sentiva di essere particolarmente in contatto con il senso della vita e della sua vita, può trovare altri modi per fare questa esperienza e quindi può rinunciare a scalare e trovare validazione nell’esperienza di crescere un figlio e di condividere con lui la bellezza dell’ambiente montano.
La storia di Walter ci permette di complessificare ulteriormente la nostra costruzione di questi processi: abbiamo ipotizzato che anche per lui la costruzione di sé come scalatore non fosse prelativa, eppure egli riprende a scalare, come mai? Due fattori ci sono sembrati cruciali nel suo caso: la percezione dell’incidente come non grave, e quindi l’aver attraversato una transizione di paura e non di minaccia, e l’aver attribuito l’incidente ad un errore del fratello che era primo di cordata, cioè ad una situazione potenzialmente controllabile e non ad una situazione imprevedibile e non gestibile. L’esperienza di Walter ci permette di porre l’attenzione su qualcosa che, in una prospettiva costruttivista, è “ovvia”, ma che vale la pena sottolineare, e cioè che un incidente in parete, anche potenzialmente mortale, è grave e minaccioso nella misura in cui lo è per chi lo vive. Inoltre, evidenzia quanto possa essere importante, nella percezione della minaccia, la costruzione delle cause degli incidenti in parete, il loro essere vissuti come controllabili o incontrollabili. Come abbiamo compreso analizzando la letteratura sulla gestione del rischio, la percezione di essere in controllo è, per gli alpinisti, estremamente importante. Nella loro ricerca concentrata sulla relazione fra identità di scalatore e gestione del rischio, West e Allin (2010) riscontrano infatti che gli alpinisti distinguono tra rischi “normali” e “anormali”. In particolare, distinguono tra incidenti che non possono essere prevenuti (ad esempio, caduta accidentale di pietre o percorsi non protetti) e rischi causati dall’azione di chi arrampica (p. 1243). Ed è proprio nella prevenzione attiva di questo secondo gruppo che si gioca la competenza dell’atleta[23]: in sostanza, gli alpinisti in questo studio concettualizzano i rischi inaccettabili (anormali) in termini di “stupidi” o “sciocchi”. In questo modo costruiscono anche il confine tra gli alpinisti “buoni”, cioè “sensati” e competenti, e “altri”, cioè irresponsabili, privi di preparazione e che quindi mettono a rischio se stessi (e gli altri) (ibidem). È ipotizzabile, quindi, che la minaccia costruita da Walter sia minore anche per la maggiore anticipabilità dell’incidente da lui vissuto.
Queste riflessioni ci conducono ad arricchire le nostre ipotesi di partenza:
- Per alcuni scalatori arrampicare è un’attività connessa alle loro costruzioni nucleari di ruolo;
- Nella loro esperienza gli incidenti in parete sembrano costituire una minaccia alla loro incolumità fisica, ma anche al ruolo nucleare (“se mi faccio tanto male sarò in grado di riprendere ad arrampicare?”) e quindi vengono vissuti con particolare sofferenza;
- Qualora il loro ruolo come scalatori sia prelativamente legato alla loro costruzione di sé, essi, per evitare di cadere nella colpa e per poter continuare a validare la loro identità, a riconoscersi nelle persone che sono e vogliono essere, possono quindi scegliere di riprendere ad arrampicare;
- Questa scelta è possibile anche quando l’attività dell’arrampicare non è così prelativamente connessa alla costruzione di sé, ma l’incidente viene costruito come causato da fattori umani maggiormente controllabili;
- Nei casi in cui l’attività dell’arrampicare non è così prelativamente connessa alla costruzione di sé e l’incidente viene costruito come causato da fattori non facilmente controllabili, sono possibili altre scelte, come smettere di arrampicare.
Questa ricerca si inserisce anche all’interno di una più generale curiosità nei confronti della propensione al rischio di chi pratica l’arrampicata su roccia. A differenza della maggior parte delle ricerche presenti in letteratura, noi abbiamo scelto di indagare questo tema approfondendo le dimensioni di significato personali implicate nella scelta di continuare a praticare questa attività anche dopo che la sua pericolosità si fosse rivelata in un incidente grave. Riteniamo infatti che l’obiettivo di comprendere le persone, e i loro comportamenti, possa essere perseguito sia grazie a metodologie nomotetiche, tese ad individuare dimensioni generali condivise correlate all’assunzione del rischio, sia grazie a metodi di ricerca che indaghino e mettano in risalto i processi personali alla base di queste scelte.
7. I limiti della ricerca
Le ipotesi elencate più sopra hanno, dal nostro punto di vista, un valore euristico. Siamo infatti consapevoli dei limiti della ricerca. Il principale è l’esiguo numero delle persone intervistate, che limita la possibilità di avere accesso ad esperienze diverse e quindi a diversi processi di costruzione. Ampliare l’intervista all’esplorazione della possibile gestione di altre situazioni personali di minaccia potrebbe inoltre permettere la generazione di ipotesi maggiormente articolate ed approfondite.
Un ulteriore limite è connesso al non aver indagato quali fossero le costruzioni degli scalatori in merito all’incidente prima dell’incidente stesso, ad esempio quanto lo costruissero come un evento possibile, e quindi avessero fatto i conti con l’eventualità che esso precludesse loro la possibilità di continuare a scalare, e pertanto se e quanto avessero già in parte integrato tale eventualità all’interno della loro costruzione di sé. Esplorare la costruzione dell’incidente ci avrebbe permesso inoltre di mappare anche la misura in cui fosse percepito come controllabile o meno.
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Sitografia
https://www.thecrag.com/it/articolo/beginners#la-storia-dellarrampicata
Note sulle autrici
Martina Gianese
Institute of Constructivist Psychology
Psicologa laureata presso l’Università degli Studi di Padova e psicoterapeuta a orientamento costruttivista. Svolge attività clinica in libera professione nel suo studio privato a Padova e online, offrendo percorsi di sostegno e psicoterapia individuale. Collabora inoltre come mentor negli istituti di istruzione secondaria, accompagnando studenti e studentesse nel loro percorso di crescita personale e formativa.
Francesca Del Rizzo
Institute of Constructivist Psychology
delrizzo.francesca@gmail.com, contatto@francescadelrizzo.it
Psicologa psicoterapeuta e didatta dell’Institute of Constructivist Psychology di Padova. Si occupa di psicoterapia e didattica della psicoterapia, supervisione clinica, psicologia dello sport e di psicoterapia e outdoor training a mezzo del cavallo.
Note:
- 1. https://www.thecrag.com/it/articolo/beginners#la-storia-dellarrampicata ↑
- 2. https://www.cnsas.it/2023/03/16/dati-2022/ ↑
- 3. Sensation seeking è un’etichetta che si riferisce ad un aspetto della personalità definito come “un tratto caratterizzato dalla ricerca di esperienze e sensazioni varie, nuove, complesse ed intense, e dalla disponibilità ad assumersi rischi di tipo fisico, sociale, legale e finanziario per poter fare queste esperienze” (Zuckerman, 1994, p. 27, TdA). ↑
- 4. Il concetto di autoefficacia si riferisce alla convinzione, da parte di una persona, di essere in grado di mettere in atto i comportamenti necessari a conseguire specifici risultati prestazionali (Bandura, 1977, 1986, 1997). ↑
- 5. Corollario della scelta: una persona sceglie per sé quell’alternativa in un costrutto dicotomizzato per mezzo della quale anticipa la maggiore possibilità di elaborazione del suo sistema (Kelly, 1991). ↑
- 6. I costrutti nucleari sono quelli che governano i processi di mantenimento della persona, quelli cioè tramite i quali essa mantiene la sua identità ed esistenza. I costrutti nucleari di ruolo sono i costrutti nucleari che si riferiscono alla costruzione che la persona ha del modo in cui essa è in relazione con le altre persone (ibidem). ↑
- 7. Corollario dell’esperienza: il sistema di costruzione di una persona varia a mano a mano che essa costruisce le repliche degli eventi (ibidem). ↑
- 8. Le transizioni costituiscono un gruppo di costrutti professionali legati al tema del cambiamento del sistema di costrutti personali e a ciò che la persona sente in maniera intensa. Le emozioni sono considerate tipi particolari di transizioni (Epting, 1984/1990). ↑
- 9. Con la locuzione minaccia di colpa si intende la transizione caratterizzata dalla consapevolezza di una possibile e imminente rimozione dal sé dalla struttura nucleare di ruolo (Kelly, 1991). ↑
- 10. Un costrutto prelativo è un costrutto che considera di sua esclusiva appartenenza gli elementi del suo dominio. Si tratta di una costruzione del tipo “nient’altro che” (ibidem). ↑
- 11. Per tutelare la privacy dei soggetti intervistati, sono stati utilizzati nomi di fantasia. ↑
- 12. Il corollario della comunanza asserisce che, nella misura in cui una persona impiega una costruzione dell’esperienza simile a quella impiegata da un’altra, i suoi processi sono psicologicamente simili a quelli dell’altra persona (ibidem). ↑
- 13. La minaccia è la transizione in cui vi è la consapevolezza di un imminente ed ampio cambiamento nelle strutture nucleari (ibidem). ↑
- 14. L’ansia è la transizione caratterizzata dalla consapevolezza che gli eventi che ci troviamo di fronte giacciono per lo più al di fuori del campo di pertinenza del nostro sistema di costrutti (ibidem). ↑
- 15. Con aggressività Kelly intende l’elaborazione attiva del campo percettivo (ibidem). ↑
- 16. Sulla base di presupposti in parte simili Langseth e Salvesen, ricercatori e rocciatori norvegesi, scelgono di intervistare in prima persona alcuni arrampicatori nella loro ricerca sulla percezione e gestione del rischio (Langseth & Salvesen, 2018, pp. 3-4). ↑
- 17. Le parti inserite tra virgolette si riferiscono alle citazioni dirette degli intervistati. ↑
- 18. Termine del linguaggio tecnico alpinistico che indica la via più facile e intuitiva per raggiungere la cima di una montagna. ↑
- 19. Con il termine simbolo Kelly intende un elemento nel contesto di un costrutto che rappresenta non solo se stesso ma anche il costrutto per mezzo del quale è costruito (Kelly, 1991). ↑
- 20. “La costrizione si verifica quando una persona restringe il suo campo percettivo allo scopo di minimizzare delle incompatibilità evidenti” (Bannister & Fransella, 1971/1986, p. 208). ↑
- 21. Kelly definisce paura la transizione in cui vi è la consapevolezza di un imminente e circoscritto cambiamento nelle strutture nucleari (Kelly, 1991). ↑
- 22. “La dilatazione si verifica quando una persona amplia il suo campo percettivo allo scopo di riorganizzarlo ad un livello più comprensivo” (Bannister & Fransella, 1971/1986, p. 208). ↑
- 23. Commettere un errore mentre si scala non viene costruito quindi come un’invalidazione del proprio ruolo come scalatori, ma come una invalidazione della propria competenza. ↑
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