Tempo di lettura stimato: 5 minuti
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Editoriale

di

Elisa Cappellari

Institute of Constructivist Psychology

Abstract

DOI:

10.69995/IWYK3506

“Sicuramente il pavimento può essere considerato duro,
e sappiamo qualcosa di ciò che ne consegue quando lo affrontiamo alla luce di tale ipotesi.
Niente male! Ma ora vediamo cosa succede quando lo consideriamo morbido.”
Kelly, 1964/1969b

 

Mai come oggi, se dovessi trovare una parola per descrivere il mondo che osservo, lo definirei fragile.

È chiaro che si tratti di un’etichetta verbale, una tra le molte che potrei scegliere, e che forse questa parola dica qualcosa di me, più che di ciò che vedo.

Ma che cos’è, per me, la fragilità?

Credo che abbia un sapore piuttosto riconoscibile: quello dell’amara sensazione di trovarsi di fronte ad un universo di terribili certezze, monoliti inamovibili, narrazioni che disegnano una realtà che spesso sembra lasciare senza una via d’uscita.

Ammetto che possa sembrare un controsenso, accostare la certezza alla vulnerabilità.

Tuttavia, è proprio nella rigidità, nella strutturazione, che pur spesso sembra darci sicurezze, conforto e stabilità, che io credo si annidi la fragilità.

Se dovessi addentrarmici, raccontare come la costruisco, la racconterei come il freddo inverno dell’anima nello scoprirsi senza possibilità, senza alternative, nell’abbandonare i remi della propria imbarcazione e lasciarsi trascinare dalle nostre più ingabbianti narrazioni su di noi, o dalle più imprigionanti storie con cui ci descrivono gli altri.

Sebbene queste parole sembrino tutt’altro che speranzose, non credo il destino della fragilità sia per forza univoco e buio. Potremmo riconoscere che la fragilità non è, di per sé, né “buona” né “cattiva”. Forse perché non ne esiste una sola. Dalla fragilità possono germogliare inviti, possibilità, e uno sguardo sul mondo rispettoso e aperto.

 

La ginestra nel deserto lavico, fiore consapevole del limite ma nato proprio dalla vittoria su questo limite. Fiore lento, cioè fragile e flessibile, rispettoso dei tempi naturali, che non va a salti, che non vuole tutto subito, ma che paziente cerca e dà tutta la sua vita che ha e che può, per compiersi. Fiore non codardo, non servile, ma eroico e innocente, capace di accettare la sede che non ha scelto, trasformando il destino in una vera destinazione di bellezza…
(D’Avenia, 2016, L’arte di essere fragili)

 

Nascere, o per meglio dire rinascere, dalla vittoria sui propri limiti: credo sia il senso di ciò che possiamo fare con le nostre difficoltà.

Ma dalla fragilità stessa, per come io la vivo, può nascere anche la violenza.

Cosa succede, infatti, quando la viviamo come una condanna? Possiamo, ad esempio, vederci vittime di nemici da distruggere. Dipende da quale storia ci raccontiamo.

Le catene rendono fragili.

Le nostre parole creano realtà, e di questo siamo responsabili.

Ciò non significa sfuggire dall’usare parole chiare e prendere una posizione su ciò che ci circonda, bensì riconoscere la possibilità che le cose possano anche non essere solo come le definiamo.

Forse in questo trovo una delle misure di ciò che accade oggi: un mondo consegnato a storie a senso unico, visioni miopi, punti di vista parziali. Cosa si annida alla base di questo atteggiamento?

Credo che l’invito che possiamo farci sia di darci la possibilità di usare, per noi e per gli altri, un linguaggio che generi possibilità, piuttosto che oppressione: ecco perché ho scelto di iniziare questo editoriale con una citazione di Kelly, tratta dal suo “The Language of Hypothesis: Man’s Psychological Instrument” (1969), che ha ispirato “The invitational mood” (J. D. Raskin & L. A. Morano), la cui traduzione è presente in questo numero.

Uno o più modi di costruire la fragilità, i limiti del proprio sistema, e ciò che di quei limiti ce ne facciamo: quella dell’identità, quando la sentiamo vacillare di fronte ad eventi che possono mettere a rischio la nostra stessa vita, ad esempio un incidente nello sport, come ci raccontano Martina Gianese e Francesca Del Rizzo nel loro contributo “Incidenti nell’arrampicata su roccia: uno sguardo costruttivista sui vissuti e sulla scelta di smettere o riprendere l’attività”. Ma anche potenziali strade alternative alla fragilità, come l’importanza del focus sull’intersoggettività e sulle relazioni, di cui ci parla Harry Procter nella sua intervista.

La conversazione con Nikos Gionakis ci ricorda, poi, che il rispetto per la complessità è un presupposto irrinunciabile, soprattutto nei contesti di cura.

E, per finire, la recensione di una serie molto discussa nel 2025, Adolescence, che getta uno sguardo (anche) su quella che il mainstream chiama “mascolinità tossica”, e che spesso fa riferimento a uomini fragili, intesi come incapaci di “tollerare le frustrazioni”, ma che, se usiamo altre lenti per osservarla, ci racconta forse un’altra storia: la storia di una fragilità che non è tanto una “mancanza di strumenti” con cui affrontare gli eventi, ma la scelta più elaborativa che gli uomini (adolescenti, in questo caso) possono compiere, a partire dalla posizione da cui guardano e sono guardati dal mondo. E, se ne parliamo in termini di scelta, possiamo cercare di comprenderne le ragioni.

E poi, a far da cornice a tutto, c’è il mondo in cui viviamo, sfondo e figura.

Ciò che sta succedendo oggi ci ricorda l’importanza delle nostre parole. Ci sono definizioni chiare e precise che possiamo dare, per abbracciare la libertà della responsabilità: il massacro di un popolo non è solo una guerra, è un genocidio.

E ci sono definizioni, altrettanto precise, che ci incatenano a destini orribili. Sono quelle in cui priviamo gli altri della loro umanità.

La fragilità sta nell’oppresso, ma ce n’è una più subdola e nascosta, quella dell’oppressore, al servizio della forza e della prevaricazione, mascherata da potere. Questa fragilità, lungi dall’essere possibilità, ci parla del fallimento di un modo di costruire il mondo.

La seconda puntata di Adolescence si chiude con una canzone, una versione per coro di voci bianche di Fragile di Sting, con le cui parole vorrei chiudere il cerchio di questo editoriale.

 

Se il sangue scorrerà quando carne e acciaio saranno una cosa sola
Asciugandosi al colore del sole della sera
La pioggia di domani laverà via le macchie
Ma qualcosa nelle nostre menti rimarrà per sempre
Forse questo atto finale era destinato a chiudere una discussione durata una vita
Che nulla viene dalla violenza e nulla potrà mai venire
Per tutti coloro che sono nati sotto una stella arrabbiata
Per non dimenticare quanto siamo fragili
E la pioggia continuerà a cadere
Come lacrime da una stella, come lacrime da una stella
E la pioggia continuerà a dire
Quanto siamo fragili, quanto siamo fragili.

 

Bibliografia

D’Avenia, A. (2016). L’arte di essere fragili. Milano: Mondadori

 

Kelly, G.A. (1969b). The language of hypothesis: Man’s psychological instrument. In B. Maher (Ed.), Clinical psychology and personality: The selected papers of George Kelly (pp. 147-162). New York: John Wiley.