Tempo di lettura stimato: 6 minuti
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Editoriale

di

Maria Giulia Panetta

Institute of Constructivist Psychology

Abstract

DOI:

10.69995/PDET1085

“Ho capito che l’istituzione in quel momento eravamo noi due, là, in quel posto che era il manicomio, e quindi ho cominciato a capire che tutti i discorsi che noi facevamo in quel momento erano discorsi che aprivano o chiudevano questa istituzione, che eravamo noi due. Se noi facevamo discorsi di apertura, l’istituzione era una situazione aperta; se noi facevamo discorsi di chiusura, l’istituzione era un’istituzione chiusa. Questo era il parlare, ma poi c’era anche il fare.” Franco Basaglia, 1979

La scelta di aprire questo numero con queste parole ha a che fare con la grande attualità che queste riflessioni rivestono, pur essendo passati 46 anni da quando furono pronunciate. Era il 1979, e il contesto è quello di una lezione introduttiva al primo corso di aggiornamento per gli infermieri di Trieste. Franco Basaglia, uomo che potremmo definire un sognatore ostile, si rivolgeva così ad una platea composta da operatori sanitari che, in quegli anni, facevano esperienza di un nuovo modello di istituzione che restituiva al loro ruolo una funziona di cura – di prendersi cura – anziché relegarla a quella di carcerieri, come l’istituzione manicomiale pensata e agita fino a 20 anni prima voleva. Era il tempo supplementare di una partita iniziata a Gorizia nel 1961, e il campo era quello di uno scarto di paradigma nella psichiatria, che culminò con l’approvazione della Legge n. 180/1978, nota come Legge Basaglia, che impose la chiusura dei manicomi e la regolamentazione degli accertamenti e trattamenti sanitari obbligatori, istituendo servizi territoriali di cura, riconoscendo così il diritto alla salute mentale.

In quest’epoca storica, quella in cui viviamo, rinnovati discorsi di chiusura ad opera di governi e istituzioni stanno con vigore prendendo piede, con la pretesa di sancire ciò che ha validità oggettiva e manifesta, e quindi di stabilire un criterio di verità che esclude qualcuno dal diritto fondamentale di avere anche solo parola, figuriamoci dignità di esistenza. Penso per esempio alla decisione del governo di Donald Trump, rieletto presidente degli Stati Uniti d’America nel Gennaio 2025, di stilare una lista di parole vietate, tra cui gender, transgender e LGBT, chiedendo ai ricercatori dei Centers for Disease Control and Prevention (CDC), il principale organismo di controllo sulla sanità pubblica degli USA, di rimuovere dai loro lavori ogni riferimento o menzione a queste parole[1]. In una direzione simile, dal mio punto di vista, va la proposta del presidente argentino Javier Milei di eliminare la parola femminicidio dal Codice Penale del Paese[2].

Il linguaggio orienta il nostro sguardo, ci permette di dare forma a qualcosa – o a qualcuno – che altrimenti rimarrebbe sullo sfondo confuso e probabilmente dimenticato dei nostri discorsi. Se una cosa non si può nominare, vuol dire che non esiste, che perde ogni dignità di esistenza. Se di quella cosa non si può dire, allora non ci si può occupare neanche dell’esperienza che quella parola nomina.

Ripenso allora alla scelta basagliana di istituire le cartelle cliniche per restituire forma ad un’esperienza, permettere alle persone di riguadagnare voce, laddove fino a quel momento erano state solo delle spunte su tabelle nosografiche, utilizzate al fine di categorizzare, smistare, organizzare e in quel modo relegare e, forse, dimenticare. Ricordiamo infatti che, con il solo varcare la soglia del manicomio, la persona perdeva ogni diritto civile, guadagnando però l’iscrizione al casellario giudiziario, sancendo in maniera definitiva la sua pericolosità sociale.

Ecco che le cartelle cliniche, per come furono ripensate nell’esperienza goriziana dal ‘61 al ‘69 prima, e triestina dal ‘71 al ‘79 poi, avevano questo scopo, quello di restituire voce, volto, figura, dignità ad un’esperienza, partendo dal presupposto che “i malati” fossero i primi a poter dire qualcosa sulla loro “malattia”, che fossero loro i primi costruttori di senso in grado di narrare la loro storia, tesserne i fili, disegnarne le svolte. Quelle cartelle cliniche, inoltre, davano voce anche all’interlocutore, il medico, lo psichiatra, l’infermiere o chiunque in quel momento si trovasse di fronte la persona. Poiché “ogni cosa detta è detta da qualcuno” (Maturana & Varela, 1984/1987, p. 46), le cartelle personali dei pazienti erano pensate come un diario, un faldone di fogli volanti in cui ciascun operatore poteva annotare ciò che emergeva dall’incontro, questa volta sì autentico e paritario, con la persona sofferente. Anche le cartelle cliniche, quindi, restituivano l’idea che il mondo non fosse “qualcosa che ci è dato, ma è qualcosa a cui prendiamo parte per mezzo di come ci muoviamo, tocchiamo, respiriamo, mangiamo” (Varela, 1992, p. 11). E questo vale tanto per l’osservato quanto per l’osservatore, non più in un’ottica di potere, di chi sancisce una verità e di chi la subisce, ma di due scienziati[3] – persone – che insieme co-costruiscono l’istituzione di cui fanno parte.

Il presupposto di questo scarto è un presupposto etico. “Etico è riconoscere quel confine dove la persona cessa di essere persona agli occhi di un’altra; quel confine oltre il quale, esattamente per questa ragione, è possibile ogni tipo di sopruso, dall’indifferenza all’assassinio. Etico è guardare alle persone dal loro punto di vista, senza categorie predefinite e totalizzanti” (Giliberto, 2022, p.5). È un presupposto che riguarda la scelta di vedere nell’altro – l’agire etico non si dà se non in una dimensione interpersonale – una persona. “Persona diventa la costruzione di una somiglianza tanto ampia quanto profonda – quindi identitaria – con gli altri; una comunanza che sussume, permette e canalizza gli altri aspetti della nostra identità” (Giliberto, 2017, p. 20).

È un presupposto etico che diventa anche scelta politica, dal momento in cui da un sistema istituzionale che gestisce le differenze relegandole in un luogo chiuso, in un altrove, (o che le nega con la pretesa di cancellarle, come sta tristemente accadendo in questi mesi), ci si avvia verso un processo che restituisce alla persona il diritto inalienabile di esistere, e con esso il diritto alla salute.

In questi tempi di discorsi morenti (Kenny, 1999) è importante ritornare a ciò che ci rende umani. La nostra capacità di costruire senso, di muoverci nel mondo scegliendo le strade più percorribili ai nostri occhi, il nostro essere teorie incarnate con le proprie contraddizioni, i propri punti oscuri, i propri dubbi e le proprie domande. Tutto questo, a mio parere, dovrebbe riguadagnare il centro, anche dei nostri discorsi di professionisti della salute e nei contesti più disparati in cui siamo chiamati ad operare, per poter permettere all’istituzione (alla relazione io-tu, io-voi, ma anche io-noi) di diventare generativa, di aprirsi a qualcosa che non abbia statuto di verità assoluta, ma sia narrabile e, nella narrazione, revisionabile; un qualcosa, infine, che generi strade, alternative, possibilità, non che muoia di nuovo in categorie che riducono le persone a vessilli di un potere discriminatorio.

Di come si possa guardare all’altro mantenendo uno sguardo etico, coerentemente con i presupposti della Psicologia dei Costrutti Personali, si occuperà questo nuovo numero della Rivista Italiana di Costruttivismo, declinandolo in contesti che, seppur diversi tra loro, mantengono viva l’idea di centralità della persona e della sua personale esperienza del mondo.

Buona lettura!

 

Bibliografia

Bannister, D., & Fransella, F. (1986). L’uomo ricercatore. Introduzione alla psicologia dei costrutti personali. (G. Chiari & M. L. Nuzzo, Trad.). Firenze: Psycho – G. Martinelli. (Opera originale pubblicata 1971).

Basaglia, F. (1979). Lezione/Conversazione con gli infermieri. In G. Gallio, M. G. Giannichedda, O. De Leonardis & D. Mauri (Eds.), La libertà è terapeutica? L’esperienza psichiatrica di Trieste (pp. 41-47). Milano: Feltrinelli.

Giliberto, M. (2017). Per un’etica esperienziale e non normativa. Rivista Italiana di Costruttivismo, 5(2), 9-24. doi:10.69995/ZMVW7819

Giliberto, M. (2022). Editoriale. Il costruttivismo fra Etica e Scienza Umana. Rivista Italiana di Costruttivismo, 10(1), 4-5. doi:10.69995/DSJJ9692

Kenny, V. (1999). Verso un’ecologia della comunicazione – Discorsi viventi e discorsi morenti in psicoterapia. Consultato in Maggio, 2016, da http://www.oikos.org/vinccomunic.htm

Lorca, J. (2025, 24 Enero). Milei pedirá al Congreso el fin de la figura de feminicidio y las leyes de paridad de género. El País. Consultato da https://elpais.com/argentina/2025-01-24/milei-pedira-al-congreso-el-fin-de-la-figura-de-feminicidio-y-las-leyes-de-paridad-de-genero.html

Maturana, H. R., & Varela, F. J. (1987). L’albero della conoscenza. (G. Melone, Trad.). Milano: Garzanti. (Opera originale pubblicata 1984).

Sun, L. H.,  Keating, D. & Nirappil, F. (2025, February 1). CDC removes gender, equity references in public health material. The Washington Post. Consultato da https://www.washingtonpost.com/health/2025/01/31/cdc-website-gender-lgbtq-data/

Varela, F. J. (1992). Un know-how per l’Etica. Roma: Laterza.

 

Note:

  • 1. La notizia è apparsa su tutta la stampa internazionale. In bibliografia è presente il link al Washington Post che, tra i primi, ha dato la notizia. 
  • 2. Anche in questo caso, la notizia è rimbalzata sulle maggiori testate giornalistiche del mondo. In bibliografia si trova un link per leggere la notizia in lingua originale.
  • 3. Il riferimento qui è all’uomo ricercatore, così come Bannister e Fransella (1971/1986) lo descrivono. Viene recuperato qui il senso di agency della persona, attiva costruttrice del proprio mondo, impegnata a testare le proprie ipotesi su se stessa, sugli altri e sul mondo al fine di poter rendere anticipabile ciò di cui, altrimenti, non potrebbe fare esperienza.