Tempo di lettura stimato: 12 minuti
Tempo di lettura stimato: 12 minuti

“Adolescence”

di Jack Thorne & Stephen Graham – diretta da Philip Barantini

 

Tv series review
“Adolescence”
by Jack Thorne & Stephen Graham – directed by Philip Barantini

di

Alice Barsanti, Gianluca Evangelista, Gabriele Gemelli, Manuela Anna Pinducciu

Institute of Constructivist Psychology

Abstract

DOI:

10.69995/YTOA4478

Adolescence è una miniserie britannica ideata da Jack Thorne e Stephen Graham[33] nel 2024.
È una serie dal passo lento, priva di orpelli, quasi dimessa.

Segue il tempo della vita – una vita tutt’altro che ordinaria. È proprio in questa frizione che si genera qualcosa di speciale: un evento straordinario raccontato in modo ordinario. Il risultato è un’opera brillante e a tratti ripetitiva, proprio come la vita stessa. Si compone di quattro episodi, ognuno costituito da un lungo piano sequenza[34] che segue un personaggio diverso. Attraverso questa scelta la serie rinuncia a tagli e montaggi e si configura come un invito all’esperienza “diretta”: chi guarda si immerge in una narrazione continua, senza interruzioni, che favorisce la presa di consapevolezza di star partecipando attivamente alla costruzione di senso.

Ad ogni puntata, infatti, si aggiunge uno sguardo che non solo introduce nuovi elementi utili alla trama, ma la colora e complessifica. Ci permette di poter osservare l’evento da angolazioni diverse al punto che smette di essere solo un evento, ma diventa piuttosto un’esperienza incarnata dotata di senso all’interno della storia delle persone che la vivono. Chi guarda la serie e tenta di comprendere cosa sia successo si accorge presto che costruzioni regnanti[35] come vittima vs carnefice, giusto vs sbagliato, colpa vs ragione appaiono poco utili e riduttive. Jamie, il protagonista, non è un bambino indifeso, nemmeno un ragazzo misogino che odia le donne, né un emarginato escluso per il suo aspetto fisico. Non è un carnefice così come non è una vittima. La forza della serie, a nostro avviso, sta proprio nel sottrarsi all’etichettamento restituendo senso alle azioni attraverso una prospettiva processuale, incarnata e sempre relazionale. Comprendere il comportamento, infatti, implica contestualizzare l’esperienza all’interno della personale visione del mondo di chi lo agisce (Mair, 1998), comprese le sue apparenti contraddizioni. L’idea di viabilità (von Glasersfeld, 2015) diventa centrale per comprendere la direzione di queste scelte. Non si tratta di orientarsi verso il “giusto” o il “vero”, ma di operare scelte che siano utili per l’evoluzione del proprio sistema. In questo contesto i gesti di Jamie diventano comprensibili come parte della sua narrativa personale del mondo.

A seguito dell’uscita della serie ci è stato frequentemente domandato: «Ma tu, da psicologə, che ne pensi?». Spesso abbiamo percepito tale domanda come retorica, come se presupponesse una risposta preconfezionata[36]. Nel porci il quesito, infatti, abbiamo avuto l’impressione che le persone inserissero già elementi della loro risposta. Alcune attribuivano la responsabilità al “dramma dei social network”, altre allɜ adolescenti “diversɜ da quelli di una volta” (con una tendenza più antisociale e ipersessualizzata), altre ancora a “genitori incapaci di esercitare un ruolo genitoriale forte“. Quest’ultima spiegazione sembra rifarsi a una mancanza di autorità e di regole da parte degli adulti in ambito familiare. Di per sé, rivolgersi ad un professionista non sarebbe una cattiva idea: viene raccomandato di frequente di attingere a fonti attendibili per evitare la dilagante diffusione di notizie false o interpretazioni fuorvianti. Ci siamo interrogatɜ, allora, sulla domanda stessa e sul modo in cui viene posta. Quale esperimento stanno mettendo in campo le persone ponendo un quesito che ai nostri occhi appare come un’esortazione ad “andare al dunque”, ad esporsi nel comunicare “da che parte stai” e ad aiutare nel “dammi una soluzione”? Di frequente domande di questo tipo vengono poste a psicologɜ e psichiatrɜ anche su drammi di cronaca attuale e non sempre trovano risposta. Ascoltando chi avevamo davanti, abbiamo realizzato che, nei loro termini, una risposta esaustiva infatti non ce l’avevamo.

In un secondo momento, a mente fredda, avremmo voluto provare a rispondere alla loro domanda, in qualità di persone e di professionistɜ. Per uscire dalla dicotomia tra non rispondere vs deviare la domanda (talvolta, sì, lo abbiamo pensato) o, ancora, rispondere in modo complesso ed eccessivamente tecnico, il nostro faro potrebbe essere la semplessità[37] già presente su questi schermi (Berthoz, 2019 in Vatteroni, 2024).

Un primo step fondamentale risiede nel domandarci come mai questo interesse verso la serie e perché abbiamo così bisogno di spiegazioni. La serie potrebbe andare a toccare delle costruzioni (Procter, 2021) fondamentali nella nostra cultura, abbiamo provato a considerare alcune di queste.

Diamo per scontato la purezza deɜ bambinɜ, spesso simbolo di innocenza, bontà e speranza nel futuro. Tendenzialmente il genitore è coləi che deve preservare questo candore, proteggerlo ma allo stesso tempo assicurare un’educazione affinché i/le/lɜ figli/e/ɜ diventino brave persone. La metafora che più spesso viene usata è quella del seme che crescendo lentamente grazie all’aiuto, alle attenzioni, alle cure e alle regole, diventa una splendida pianta. Che succede quando mettiamo in dubbio tutto questo? Mettere in discussione e toccare questi pilastri che sembrerebbero nucleari (Kelly, 1955, p. 482) potrebbe gettare le persone in una transizione di minaccia (ibidem, p. 361). Con la minaccia le persone riescono ad anticipare un cambiamento sostanziale che può far molta paura. Nel caso dei genitori potrebbe generare delle domande come: “Ho sbagliato? Sto sbagliando? Cosa ne sarà dei miei figli?”. In questo senso potremmo pensare che spesso la scelta (Ibidem, p. 45) più percorribile sia cercare risposte facili, sicure e soprattutto rassicuranti. È proprio in questo senso che forse chi lavora nell’ambito della salute mentale è vistə come chi detiene le risposte. Nella paura proviamo a incolpare i social network, i genitori, la scuola, la mancanza di valori. Incolpare. Cerchiamo cause per far fronte al caos del non avere risposte e spiegazioni (Riedl, 1981). Cosa potrebbe succedere se lasciassimo per un attimo la logica causale della colpa e abbracciassimo quella circolare della complessità?

Il padre di Jamie, pieno di dolore, sembra pensare di aver fallito, di aver sbagliato tutto, probabilmente si sente in colpa e impotente. Come un bambino inconsolabile si lascia andare ad un pianto rotto, disperato. Appare dissonante vederlo piangere così, se ci fermiamo a pensare all’etimologia stessa (https://etimo.it/?term=padre) della parola padre che sembra derivare dal sanscrito, e contenere la radice “pa-”, pane. Il padre in questo senso sarebbe chi nutre e si prende cura. Il padre che si occupa della famiglia e la salvaguarda. Quanto questo ruolo è legato alla soddisfazione di bisogni altrui (la famiglia) e quanto diventa identitario e un bisogno per la persona stessa? Il padre del ragazzo, Eddie, racconta di essersi vergognato del figlio: un figlio a cui piaceva disegnare, un figlio che non era atletico, che non era un “maschio alpha” e per questo “non era l’orgoglio di suo padre”. Quanto poteva permettersi Eddie Miller di accettare il proprio figlio per quello che era? Quanto poteva tollerare che non rispecchiasse le sue aspettative? E proprio a fronte della complessità dell’esperienza, ciò che vive Eddie si esprime sì col pianto, ma anche con rabbia che, come ricorda Cummins (2006), può essere vista come l’“espressione emotiva dell’invalidazione”. In quest’ottica odio e violenza possono essere compresi non come espressione di malvagità, ma come alternativa percorribile rispetto a ciò che viene vissuto come insostenibile. E come ricorda Kelly possiamo comprendere una persona solo dal suo punto di vista. Per capire la rabbia di qualcuno dobbiamo comprendere la comprensione della rabbia di quella persona (ibidem). L’odio talvolta può configurarsi come l’alternativa viabile rispetto al senso di impotenza: a volte è più facile odiare che piangere, poiché salvaguarda l’integrità della persona, tenendone insieme i pezzi(Butt, 2013).

La serie pare riuscire nell’intricata impresa di affrontare il tema della mascolinità. Nella seconda puntata abbiamo uno spaccato del contemporaneo conflitto tra una mascolinità basata sul possesso e una mascolinità basata sulla collaborazione. Richiamando il concetto di performatività di genere (Butler, 2013), essere maschio può essere visto come l’esito di un processo di socializzazione (Berger & Luckman, 1969) piuttosto che un punto di partenza identificato con la nascita. La mascolinità basata su possesso, diritto di dominanza, di sesso, di prelazione sul genere femminile, si interseca con le recenti subculture digitali. Questi sono fenomeni cui le più vecchie generazioni faticano a dare un senso, come mostra Frank, il detective incaricato del caso, che tenta di ricostruire la vicenda servendosi di metodi accurati ma al contempo ciechi. Ne abbiamo una prova nel momento in cui la procedura standard, più che avvicinarlo alla risoluzione, lo porta ad ulteriori domande. Appare nel pieno di un’improvvisa dilatazione[38] del campo, Frank si ritrova in una fase di smarrimento – il classico “brancolare nel buio” delle trame investigative – e attraversa una transizione d’ansia[39]: l’ingresso di quei pezzi mancanti del puzzle, incarnati dalla comunicazione intergenerazionale con suo figlio, lo costringe a confrontarsi con un universo semiotico a lui estraneo, fatto di codici digitali, hashtag, emoji e lessici distanti anni luce dal suo. Questi codici si ergono a qualcosa di più profondo del semplice mezzo di comunicazione, sono significanti con un preciso valore semantico associato alla rivendicazione del maschile sul femminile, finalizzato a ripristinare una matrice eterosessuale[40] basata su un’asimmetria dei generi.

La cultura redpill (Ging, 2017) si propone di fare ciò, basandosi sull’idea di una mascolinità risvegliata in grado di svelare l’illusione sociale collettiva: la maggior parte delle donne sono sessualmente o romanticamente interessate a una minoranza di uomini considerati più appetibili per caratteristiche fisiche o di status sociale. Siamo in un inevitabile accoppiamento strutturale (Maturana & Varela, 1984/1987) con queste dinamiche sociali, sia che scegliamo di specificare tali perturbazioni in termini costrittivi[41], che in termini aggressivi[42]: ma le implicazioni a livello di costruzione della realtà possono essere molto diverse.

La terza puntata parla di un altro genere di comunicazione e dinamiche sociali, proponendo un lungo dialogo tra una psicologa e Jamie, il protagonista: un dialogo che dura un’intera puntata, proprio come una seduta di terapia. Il loro confronto si muove come una bilancia: si pesano, si sfidano, si ascoltano. È un incontro che non segue fedelmente i canoni della psicoterapia, ma che ne evoca il senso e la profondità: far emergere significati, portare alla luce narrazioni sommerse, costruire visioni alternative e comprensive. Il motivo ufficiale dell’incontro è valutare la consapevolezza di Jamie rispetto al reato commesso. Ma, come spesso accade in terapia, “cercare” una cosa significa smuoverne altre cento. La comprensione passa attraverso la rete intricata dei significati che diamo alla nostra storia e ogni significato è legato e motivato dalle molteplici letture di eventi passati. Ripercorrendo gli eventi familiari di Jamie, la psicologa arriva a sfiorare un nodo sensibile, lo stesso che forse ha orientato il suo gesto “fatale”. Non rispettando le regole implicite che Jamie si aspetta, lei lo smuove, lo disorienta. E lui reagisce: prima con la voce, poi col corpo. A uno sguardo esterno, la terapeuta potrebbe apparire provocatoria, persino scorretta. Scomponendo la scena, però, si coglie il suo intento: non incolpare, ma offrire a Jamie un’altra lente per rileggere sé stesso. Non una giustificazione ma una narrazione più personale, più coerente, forse più autentica. Ciò che colpisce è che lei resti fedele alla propria postura dall’inizio alla fine. Non cede alle invalidazioni, non risponde per difendersi, non mette al centro i propri bisogni o le proprie aspettative. Tiene il punto con fermezza e umanità, restando dentro il perimetro del proprio ruolo ma senza irrigidirsi. È lì, presente, disponibile, aperta.

Ed è proprio in questo che si dimostra umana: nella capacità di comprendere l’umanità dell’altro senza perdere il fuoco, senza ridurlo al suo gesto e senza, quindi, rimanere impermeabile alla portata di ciò che emerge nella relazione.

 

Concludendo: Adolescence ci invita a sospendere il giudizio e ad accogliere la complessità dei vissuti umani, rinunciando alle spiegazioni semplicistiche e alle etichette rassicuranti. La serie ci ricorda che comprendere davvero significa entrare nella storia dell’altro, senza cancellarne le contraddizioni. Il dolore, l’odio, la rabbia e persino la violenza possono diventare linguaggi con cui provare a restare integri di fronte all’insostenibile. In questo senso, Adolescence non dà risposte, ma apre domande, anche scomode.

E proprio lì, nella scomodità, ci chiama a una riflessione autentica e trasformativa.

 

 

Bibliografia

 

Berger, P. L., & Luckmann, T. (1969). La realtà come costruzione sociale. Bologna: Il Mulino.

 

Butler, J. (2013). Questioni di genere. Il femminismo e la sovversione dell’identità. Bari: Editori Laterza.

Butt, T. (2013). La psicologia dei costrutti personali: Umanesimo senza un sé. Rivista Italiana di Costruttivismo, 1(1), 6-19. doi: 10.69995/HPDX4975

 

Cummins, P. (2006). Working with anger: A constructivist approach. Chichester, UK: John Wiley & Sons.

 

Carofiglio, G. (2020). Della gentilezza e del coraggio. Breviario di politica e altre cose. Milano: Feltrinelli.

 

Ging, D. (2017). Alphas, betas, and incels: Theorizing the masculinities of the manosphere. Men and
Masculinities, 22(4), 1-20. doi:10.1177/1097184X17706401

 

Kelly, G. A. (1955). The psychology of personal constructs (vol. 1-2). New York, NY: Norton.

 

Mair, M. (1998). La psicologia della comprensione di George Kelly: Mettere in discussione la nostra comprensione, comprendere il nostro dubitare. In G. Chiari & M. L. Nuzzo (Eds.), Con gli occhi dell’altro: Il ruolo della comprensione empatica in psicologia e in psicoterapia costruttivista (pp. 15-38). Padova: Unipress.

 

Maturana, H. R., & Varela, F. J. (1987). L’albero della conoscenza. (G. Melone, Trad.). Milano: Garzanti. (Opera originale pubblicata 1984).

 

Padre. (n.d.). In Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana. Consultato da http://www.etimo.it/?term=padre

 

Procter, H. G. (2021). The construct revisited. Journal of Critical Psychology, Counselling and Psychotherapy, 21(1), 34-48.

 

Riedl, R. (1992). Le conseguenze del pensiero causale. In P. Watzlawick (Ed.), La realtà inventata: Contributi al costruttivismo (pp. 65-86). Milano: Feltrinelli.

 

Vatteroni, L. (2024). Editoriale. Rivista italiana costruttivismo, 12(2). doi:10.69995/PCIB9179

 

Von Glasersfeld, E. (2015). Il costruttivismo radicale. Una via per conoscere e apprendere. Roma: Odradek.

 

 

Note sugli autori

 

Manuela Anna Pinducciu

Institute of Constructivist Psychology

mpinducciu.psy@gmail.com

Psicologa e specializzanda al quarto anno in psicoterapia presso l’Institute of Constructivist Psychology di Padova, si dedica alla pratica clinica nel privato e collabora con realtà del territorio per la formazione su temi legati all’inclusione, alla diversità e all’identità sessuale. Svolge, inoltre, attività di ricerca presso il Centro di Ricerca e Documentazione Costruttivista ed è cofondatrice del progetto Conversazioni di Genere.

 

Alice Barsanti

Institute of Constructivist Psychology

alice.barsanti@unitn.it

Psicologa, ricercatrice e specializzanda al quarto anno in psicoterapia presso l’Institute of Constructivist Psychology di Padova, è attualmente dottoranda presso l’Università di Trento e fa parte del collettivo GazaFreestyle e dell’Associazione di Cooperazione e Solidarietà coi quali porta avanti progetti di cooperazione nella Striscia di Gaza.

 

Gabriele Gemelli

Institute of Constructivist Psychology

gabrielegemelli.psy@gmail.com

Psicologo e specializzando al quarto anno in psicoterapia presso l’Institute of Constructivist Psychology di Padova. Svolge attività clinica privata e gestisce sportelli d’ascolto nelle scuole secondarie nell’area di Prato e Firenze. Si occupa di ricerca nell’ambito dell’adolescenza, social network e nuove tecnologie. É psicologo territoriale di Firenze per la federazione italiana giuoco calcio.

 

Gianluca Evangelista

Institute of Constructivist Psychology

gianlucaevangelista.psy@gmail.com

Psicologo e specializzando al quarto anno in psicoterapia presso l’Institute of Constructivist Psychology di Padova. Svolge attività clinica privata e supporto psicologico in ambito scolastico. Si occupa di lutto, benessere digitale e delle implicazioni psicologiche legate all’uso delle nuove tecnologie.

 

Note

  • 33. Nella serie interpreta il ruolo del padre di Jamie.
  • 34. Il piano sequenza è una tecnica cinematografica che consiste nella modulazione di una sequenza attraverso una sola ripresa, senza soluzione di continuità, generalmente piuttosto lunga (n.d.a).
  • 35. “Un costrutto regnante è un tipo di costrutto superordinato che assegna ognuno dei suoi elementi ad una categoria su una base “tutto o niente”, come nella logica classica” (Kelly, 1955, pp. 564-565).
  • 36. Sull’importanza delle domande e come porle si rimanda a Carofiglio, 2020, p. 17.
  • 37. “Il termine semplessità è un neologismo coniato dal Professore Alain Berthoz, e si riferisce alla caratteristica che hanno messo a punto gli esseri viventi, e l’uomo in particolare, per gestire la complessità” (Vatteroni, 2024). Semplessità è un termine proposizionale (Kelly, 1955, p. 113) e alternativo che possiamo adottare in riferimento alle modalità più utilizzate che abbiamo per stare di fronte alla complessità: “o di ridurla, semplificandola, o appunto renderla ancora più complessa attraverso teorie elaborate disancorate dal fenomeno che vorrebbero spiegare (Vatteroni, 2024).
  • 38. “La dilatazione si verifica quando una persona amplia il proprio campo percettivo al fine di riorganizzarlo su un livello più comprensivo. Essa, di per sé, non include la ricostruzione comprensiva di quegli elementi” (Kelly, 1955, p. 391).
  • 39. L’ansia è “la consapevolezza che gli eventi con cui ci si confronta si trovano al di fuori del campo di pertinenza del proprio sistema di costrutti” (ibidem, p. 391).
  • 40. Con “Matrice Eterosessuale” si intende un concetto esposto da Judith Butler (2013), che non si riferisce semplicemente al fatto che qualcuno sia eterosessuale, ma a un quadro ideologico e culturale dominante che produce e impone l’eterosessualità come “normale”, marginalizzando altre identità e orientamenti. Per esempio, la favola tradizionale del principe che salva la principessa si sviluppa all’interno di una matrice eterosessuale. É un concetto espresso molto da Butler nel libro Gender Trouble e indica un sistema normativo secondo cui eterosessualità, binarismo di genere e ruoli tradizionali sono intrecciati in modo tale da apparire naturali e universali, nascondendo così il loro carattere costruito e situato. In questa prospettiva, la Matrice Eterosessuale contribuisce a riprodurre il potere e l’ordine sociale basati sul genere.
  • 41. “Quando si minimizza l’apparente incompatibilità dei propri sistemi di costruzione restringendo i confini esterni del proprio campo percettivo, il processo mentale relativamente ripetitivo che ne deriva viene definito ‘costrizione’” (Kelly, 1955, p. 391).
  • 42. “L’aggressività è l’elaborazione attiva del proprio campo percettivo(ibidem, p. 374).