Tempo di lettura stimato: 7 minuti
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Di un editoriale che si interroga su come deve essere scritto

di

Luca Pezzullo

Direttore Esecutivo

Abstract

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Nel suo bellissimo articolo in questo numero della Rivista Italiana di Costruttivismo, Scheer si interroga, e ci interroga, sui linguaggi. Ma più che sulle lingue in sé, si interroga sul modo in cui “condividiamo significati”, e sull’uso pragmatico dei diversi codici tramite cui lo facciamo. Un articolo denso, da rileggere un paio di volte; e che presenta una riflessione fondamentale rispetto al tema di questo Editoriale (e, più ampiamente, di un dilemma di tutta la Redazione): sulla Rivista Italiana di Costruttivismo, come dobbiamo usare le lingue che abbiamo a disposizione per parlare di costruttivismo? Ci lanciamo nelle vette dell’astrazione impersonale, o affondiamo nel mare profondo della personalizzazione soggettiva? Ci arrendiamo al dilemma – e a quanti ci tirano ora da una parte ora dall’altra – oppure proviamo a trascenderlo, senza rinunciare né al rigore né alla potenza epistemologica e narrativa del resoconto in prima persona?

 

Tradizionalmente, come sapete bene, si ritiene che le riviste scientifiche possano e debbano pubblicare solo articoli scritti in codice linguistico “scientifichese”: linguaggio in terza persona, oggettività (o valore comune) dei dati, tono rigorosamente neutrale e asciutto, assenza (o meglio finzione dell’assenza) della visione soggettiva dei ricercatori in merito alla ricerca ed ai suoi risultati. Un codice asettico, astratto, che non si ibrida mai con le persone dei suoi autori. Un’alternativa che invece “va molto” nell’ambito costruzionista e costruttivista più fenomenologicamente orientato, e in diversi contesti delle scienze sociali radicali, è quasi l’opposto: lo stile soggettivista, intimista, impressionistico, a tratti destrutturato, che favorisce circoli ermeneutici così vorticosi da far girare la testa. Uno stile che, volutamente, già dalla sua forma linguistica si vuole nettamente contrapporre al codice “scientifichese”, come atto quasi politico di costruzione differente del discorso scientifico.

 

Due codici diversi, apparentemente inconciliabili… Pensavo a questo, leggendo l’articolo in cui Scheer descrive la sua fatica mentre prova a barcamenarsi tra il tedesco e l’inglese nei convegni internazionali di Psicologia dei Costrutti Personali, con esiti curiosi e frustrazioni non indifferenti.

 

Questo il dilemma, il peso postomi sulle spalle da un’impietosa Redazione. Ed eccoci qui. Linguaggio e modalità di presentazione dei lavori attinenti alla tradizione scientifica o soggettivismo? Formulario rigorosamente scientifico o codice fenomenologico? Langue o parole? O cos’altro?

 

Qui ci viene in aiuto Scheer che, sospeso fra due linguaggi diversi – nel suo caso il tedesco e l’inglese -, ci indica il punto nodale di una terza via possibile: non contano i codici comunicativi in quanto tali – nel nostro caso quello tradizionalmente scientifico e astratto e quello fenomenologico e in prima persona – ma l’uso pragmatico che ne facciamo e, soprattutto, lo spazio di pensiero consapevole e finalizzato che è (o dovrebbe essere) sotteso a tale uso. Ciò è particolarmente vero quando proviamo a condividere e riflettere sui codici semantici della ricerca scientifica e del conoscere professionale, e della loro diffusione; ovvero quello che dovrebbe essere il pane quotidiano di ogni rivista scientifica. In modo particolare, se la rivista si colloca su un terreno epistemologicamente scomodo come quello costruttivista, per sua natura (i molteplici punti di vista sulle cose) espresso da codici potenzialmente ambivalenti.

 

Ricerca e narrazione della ricerca

Ogni ricerca scientifica, nei termini della Psicologia dei Costrutti Personali, è un lavoro aggressivo di validazione o invalidazione di un’anticipazione su un dato tema. Tale lavoro viene poi rinarrato per essere condiviso con la comunità scientifico-professionale di settore. Tuttavia, una narrazione, anche asettica, è sempre la sintesi di una storia vissuta da qualcuno e porta, quindi, inevitabilmente con sé il precipitato delle anticipazioni che l’hanno via via costituita, canalizzata e animata, consapevoli o inconsapevoli che siano.

 

In un altro breve ma intenso articolo di questo numero della Rivista, Robert Neimeyer fa una scelta forte: ci parla del suo trauma personale per raccontarci di come si possano comprendere e rinarrare i traumi nella clinica. La sua narrazione è personale, ma al contempo consapevolmente orientata a fornire uno strumento di lavoro a chi la legge, esportabile a contesti terzi. Narra in prima persona, ma inserendovi sottilmente un ethos ed una finalità teorico-clinica che potremmo definire “di terza persona”. Equilibrio difficile da conseguire (del resto Neimeyer è Neimeyer), che non a tutti riesce.

 

In alcuni casi, infatti, aspirando ad un “aristocratico soggettivismo” il pensiero fenomenologico-costruttivista si è posto in una logica di costruzione per contrasto della propria episteme rispetto a quella scientifica classica. Quando questo avviene, la potenza narrativa e il rigore epistemologico dell’esperienza personale si perdono in esercizi di maniera, lungi da ogni verifica e poco utili per la scienza e la conoscenza professionale (l’uso pragmatico del codice, appunto). In effetti, le costruzioni toutcourt per contrasto esprimono spesso, a mio parere, una subordinazione debole della propria identità rispetto a un’altra percepita come più forte, e possono portare a una rinuncia della propria potenziale autonomia per perseguire una costruzione identitaria all’interno dei poli delle anticipazioni dell’altro.

 

Altra pubblicistica costruttivista si pone invece, in maniera opposta ed epistemologicamente bizzarra, come un baluardo di una scientificità assolutamente terza e neutrale, in cui nulla è dato sapere delle anticipazioni di chi ha condotto la ricerca, nulla delle significazioni e interpretazioni alternative che hanno animato il lavoro svolto, nulla della biografia del percorso di ricerca effettuato. Il rischio è di raccontarsela. In altre parole, di rivendicare illusoriamente che “si è costruttivisti” solo perché sono state applicate meccanicamente delle tecniche costruttiviste, ma all’interno di una ben più sovraordinata e regnante epistemologia assai poco costruttivista.

 

A questo, si aggiunge trasversalmente un altro problema.

 

Il ricercatore come “stakeholder semantico”: dal conflitto d’interesse economico a quello interpretativo…

In molta pubblicistica di area qualitativistica, o su temi di groundedtheory, la dimensione di chiarezza e disvelamento della posizione epistemologica/personale del ricercatore rispetto al tema trattato è considerato elemento importante nella descrizione del metodo (perché permette di cogliere ed esplicitare in modo trasparente quelli che sono fattori di rilievo che possono influenzare la prospettiva interpretativa del ricercatore stesso, la quale è una variabile non secondaria nell’interpretazione dei significati altrui).

 

Credo che in una rivista come la nostra che si occupa di episteme costruttivista questo sia un elemento non solo tollerabile, ma anzi (laddove opportunamente implementato) scientificamente utile. Così come è normale dichiarare i “conflitti di interesse economico” dell’autore di ogni articolo scientifico, in ottica costruttivista è una doverosa good practice dichiarare anche i propri conflitti di interesse semantico/personale col tema del lavoro.

 

Riconoscere di essere tutti inevitabilmente stakeholder semantici, ossia di essere tutti portatori d’interesse e anticipazioni in merito al significato di quanto stiamo facendo, avendo prospettive, aspettative e bisogni personali rispetto ai temi o agli esiti possibili di una ricerca: questa è la base della ricerca costruttivista. È l’unico modo con cui possiamo comprendere la nostra, spesso profonda, implicazione soggettiva nel tema che stiamo studiando e di cui andremo a interpretare (= costruire) i risultati e gli esiti di ricerca. Solo comprendendo questo vivo coinvolgimento personale potremo osservarlo, prenderne almeno in parte le distanze, riducendo la nostra relativa implicazione personale in merito, e permetterci maggiori gradi di libertà per la sua significazione e la sua verifica. Potremo così permetterci di scivolare da una posizione in prima persona sottilmente prelativa e ostile sui significati possibili (potrà/dovrà uscire solo questo risultato, e nient’altro che questo) a spazi ermeneutici più liberi, aggressivi e proposizionali.

 

La sintesi è possibile?

La Rivista Italiana di Costruttivismo vorrebbe evitare proprio questo doppio rischio di dover scegliere prelativamente tra due poli estremi: esprimiamo, infatti, la nostra ambizione e la nostra rivendicazione identitaria pensando di poter lavorare senza essere assillati dal doverci costruire solo per similitudine o contrasto (nei limiti del possibile), rispetto a estremismi epistemologici di maniera. Vorremmo pian piano costruire una proposta di valore, forte e innovativa in termini di qualità scientifica, di originalità dei contenuti, di applicabilità professionale, di coinvolgimento attivo della comunità dei praticanti, che possa cogliere pragmaticamente (à la Scheer) il “codice semantico” più utilitaristicamente profondo e rigoroso a tal fine, la “lingua più adeguata a ogni congresso”. La storia che vogliamo raccontare con la Rivista Italiana di Costruttivismo è, infatti, una “storia”, quella del costruttivismo e della Psicologia dei Costrutti Personali in particolare, che richiede narrazioni scientifiche sia di “prime” sia di “terze persone”, purché siano sempre e comunque ancorate alla rigorosa consapevolezza, propria degli “stakeholder semantici”, dei presupposti e delle implicazioni personali del ricercatore.

 

La Rivista, quindi, come raccolta di ricerche e narrazioni umanistiche e scientifiche non affastellate casualmente ma, al contrario, con criterio “razionale” (nel senso etimologico di “ratio”, rapporto generatore di senso tra diverse istanze) e forte attenzione pragmatica a che tale scelta sia attiva e consapevole, ben argomentata e ben finalizzata a produrre movimento nel sistema conoscitivo. L’utilitarismo epistemologico è essenzialmente euristico e sostiene che ciò che è concretamente utile e fertile è da preferirsi a ciò che sarebbe idealmente utile. Il “codice” di prima persona o terza persona, di volta in volta – sia pure nei termini di severa consapevolezza ermeneutica e pragmatica che ho descritto – potrà quindi sembrare meno ideale e astrattamente giusto di quanto dovrebbe ai puristi di una o dell’altra corrente, ma produce più movimento.

 

Molto si può e deve fare nelle due direzioni (quella più classica e quella più radicale-ermeneutica), nei diversi contesti e con i diversi target; molte sono le proposizioni di valore che possiamo fare nei diversi ambiti: in tal senso, la Rivista Italiana di Costruttivismo si può occupare di tutte le varie articolazioni del costruttivismo, modulando sia produzioni e riflessioni maggiormente orientate al costruttivismo kelliano classico sia alla ricerca più fenomenica; sia in ambiti “tradizionali” che in contesti o modalità applicative nuove. In tale “libertà pragmatica”, basata sulla sintesi di rigore di fondo e apertura aggressiva, risiede il nostro progetto editoriale.

 

Magari qualcuno (alpinista delle vette impersonali più alte e pure, o aristosoggettivista del profondo) storcerà il naso perché preferirebbe altro; pazienza. Preferiamo provare a scrivere una Rivista molto “aggressiva”, in cui la posizione epistemica scelta abbia un pensiero rigoroso che la sottenda, la renda utile, la renda fertile…