Mettere a confronto due approcci, due posizioni rispetto agli eventi, due tradizioni o il lavoro di due autori, è stato un metodo fondamentale per me, originatosi, forse, nella mia esperienza di crescere in una famiglia con una doppia identità culturale. Nella suddetta, ero continuamente messo di fronte al modo di vivere tedesco da una parte e quello inglese dall’altra, e a una costruzione del mondo scientifica rispetto ad una religiosa. Come diceva Gregory Bateson (1979-80), avere due occhi, una visione binoculare, ci dà accesso ad un’ulteriore dimensione, permettendoci di vedere in profondità. Quest’ulteriore profondità e ampiezza diviene una metafora per ciò che succede quando combiniamo due descrizioni diverse. Qualsiasi approccio o punto di vista sulla vita ha il proprio limite naturale o, per dirla con le parole di Kelly, il proprio campo di pertinenza. Un determinato punto di vista ci permette ma al tempo stesso preclude possibili visioni e comprensioni. Confrontare due approcci ci obbliga quindi a considerare un più ampio ambito di interesse, l’incontro dei campi di pertinenza di ciascun punto di vista. Diventare consapevoli dei “confini” o della linea di separazione tra i due genera una nuova serie di costrutti. Concentrarsi sulle similitudini e sulle differenze tra due posizioni ci induce e ci incoraggia a chiarire i presupposti sovraordinati e i valori di cui altrimenti potremmo rimanere all’oscuro. Provare a superare le differenze tra le due opinioni ci pone di fronte alla necessità di sviluppare una nuova cornice sovraordinata, o una sintesi che sia in grado di sussumere le contraddizioni e gli attriti tra le due, o perlomeno trovare delle strade che ci portino dall’una all’altra. Forse, ciò che più importa è che venire a contatto con diverse teorie sulla vita ci fa capire che ad essere coinvolta è la costruzione, non un qualche tipo di visione diretta della realtà, né una verità oggettiva che non permetta altro modo di vedere le cose. Uno dei problemi che affrontiamo, nel mondo, è che le persone rimangono ancorate nelle loro indiscusse credenze, visioni, discipline e aree di specializzazione. Ogni volta che leggiamo e facciamo ricerca siamo spesso tentati di vedere solo ciò con cui siamo già d’accordo. In realtà, impariamo molto nel leggere e studiare ciò da cui dissentiamo e nell’applicare il nostro approccio ai fenomeni e alle prove che gli altri evidenziano.
Mi sono occupato di confrontare le discipline della psicologia e della sociologia rispetto al processo di costruzione e di confrontare Kelly con una varietà di autori, inclusi Vygotsky, Bateson, Milton Erickson, Bakhtin, Peirce e altri. Il mio lavoro, in generale, è stato incentrato sul mettere a confronto e contaminare la Personal Construct Psychology (PCP) con gli approcci sistemico-familiari, i cui sviluppi hanno coinciso dalla metà del diciannovesimo secolo. Si è trattato di una ricca combinazione che ha portato a molte nuove e fruttuose strade terapeutiche. Per me, ciò che di più importante è emerso da questo lavoro è che il Costrutto, il maggior contributo di Kelly, non è solo un’entità che plasma l’anticipazione e il funzionamento individuale, ma è operativo nelle dinamiche e nei pattern degli scenari interpersonali e sociali, dalle relazioni diadiche fino a quelle societarie e internazionali, come già rilevato negli scritti e nei pensieri di Kelly. Il costrutto come entità è colto e quindi creato nelle polarizzazioni delle tensioni dialogiche e delle negoziazioni nei piccoli gruppi fino ai conflitti storici e alle alleanze tra nazioni, religioni, sistemi di credenze e ideologie. Una gamma di posizioni diverse è inoltre continuamente operativa nella nostra “comunità di sé” e nelle diverse voci di questi ultimi.
La più importante conseguenza di questa visione è, credo, che la PCP deve sviluppare un postulato ancor più fondamentale dell’attuale Postulato Fondamentale di Kelly, il quale si concentra sulla persona come anticipatrice di eventi. Kelly ha riflettuto rispetto a come la PCP abbia una vita limitata e verrà alla fine sostituita. Ma come potrebbe accadere? Penso che implicherebbe preservare le conquiste della PCP entro una cornice più ampia, forse entro un nuovo postulato “meta-fondamentale”, che copra la natura delle persone come entità all’interno degli ambiti interpersonali, sociali, intersoggettivi e dialogici, e riconosca quello che Emmanuel Levinas chiamava il primato della relazione umana. Cercare una più chiara comprensione di tutto ciò ha guidato le mie recenti ricerche nel lavoro del creatore del pragmatismo, Charles Peirce, la cui estesa logica di relazioni, semiotica e fenomenologia produce un’affascinante serie di temi e dialoghi con Kelly e la PCP. I primi due dei tre articoli che sto scrivendo riguardano le fondamenta di questa ricerca. Lo scopo della terza parte si concentrerà sulla fenomenologia, la persona o il sé, il processo dialogico e le implicazioni per la sociologia. Kelly, a dispetto della sua imbarazzante incomprensione della fenomenologia (o “faneroscopia”, come la chiamava Peirce), può essere visto come modello operativo di questo approccio in filosofia, come Maria Armezzani e Gabriele Chiari (2014) hanno ampiamente sostenuto. È straordinario con quale portata Peirce abbia presagito gli sviluppi nella filosofia del ventesimo secolo e nelle altre discipline. E proprio com’è successo per il lavoro di Kelly, anche questo è stato fino a poco tempo fa messo ai margini della filosofia e della psicologia.
Terminerò con una citazione di Josiah Royce, uno dei principali seguaci di Peirce che, nel 1904, prima degli studi sull’intersoggettività di Husserl, Heidegger, Bakhtin, Vygotsky e altri, affermò che:
La nostra coscienza empirica, in ogni istante, dipende da una serie di effetti di contrasto, la cui origine psicologica giace proprio nella nostra vita sociale e la cui continuità nella nostra attuale vita conscia, ogni volta che siamo soli, è dovuta all’abitudine, al nostro ricordo delle relazioni sociali, e ad un’idealizzazione immaginaria di queste relazioni… Dunque, in origine, l’io empirico è secondario rispetto alla nostra esperienza sociale (Royce, 1904) [corsivo dei traduttori].
Royce ci vedeva come:
“individui unicamente in relazioni sociali con gli altri […] Il sociale è così primordiale che anche le nostre idee della natura, così come della persona, non sono primarie bensì hanno un fondamento sociale” (citato in Shereover, 1987).
Peirce, nella sua semiotica, vedeva le relazioni e le comunicazioni umane come qualcosa che includesse segni, qualcosa di più ampio, anche se comprensivo, del linguaggio (Procter, in preparazione). Kelly insisteva nel sostenere che i costrutti preverbali fossero i più elementari. Possiamo trovare un esempio significativo in Emmanuel Levinas, riguardo l’incontro faccia a faccia con un’altra persona. Sappiamo che l’orientamento verso il volto umano è già profondamente evidente nel neonato. Per Levinas, il volto è un concetto primitivo, un evento fondamentale. E, per lui, l’etica esiste già: “Vedere un viso significa già udire ‘Non uccidere’” (citato in Moran, 2000, p. 348-9).
Bibliografia
Armezzani, M., Chiari, G. (1914). Ideas for a phenomenological interpretation and elaboration of personal construct theory: Part 1. Kelly between constructivism and phenomenology. Costruttivismi, 1, 136 – 149.
Moran, D. (2000). Introduction to phenomenology. London: Routledge.
Procter, H. G. (In Preparation). Peirce’s contributions to Constructivism and Personal Construct Psychology: III. Phenomenology, the self, dialogical process and sociology.
Royce, J. (1904). The World and the Individual, Vol. II, pp 260 – 4. New York: Macmillan.
Sherover, C. M. (1987). Royce’s pragmatic idealism and existential phenomenology. In R. S. Corrington, C. Hausman & T. M. Seebohm (Eds.) Pragmatism considers Phenomenology (pp. 143-165). Lanham, MD: The Center for Advanced Research in Phenomenology.
Nota sull’autore
Harry G. Procter
Dipartimento di Psicologia Clinica, University of Hertfordshire, UK
Harry Procter, PhD, ha sviluppato e tutt’ora continua a elaborare la Psicologia dei Costrutti Personali e Relazionali, basata sulla PCP e, più in generale, sul Costruttivismo Sistemico. Seppur incentrato sulle famiglie, questo approccio può essere applicato alla comprensione e al lavoro con individui, gruppi e organizzazioni. Ha lavorato per trent’anni come psicologo clinico nel Servizio Sanitario Nazionale del Regno Unito, nell’ovest dell’Inghilterra. Si è specializzato nelle aree della salute mentale dell’adulto e del bambino, nei disturbi dell’apprendimento e nell’autismo. Ha pubblicato oltre 60 articoli e capitoli sugli aspetti teoretici, metodologici e pratici del suo approccio. Al momento si interessa della filosofia di Charles S. Peirce, come ricco e utile background per la crescita della Teoria dei Costrutti Personali e del Costruttivismo.
- Ringraziamo gli editori della rivista Personal Construct Theory & Practice per aver gentilmente concesso la traduzione dell’articolo. L’originale è disponibile al link http: www.pcp-net.org/journal/pctp17/procter17.pdf. Procter, H.,(2017), Comparing PCP with other approaches: Systemic Theory, Phenomenology and Semiotics. Personal Construct Theory & Practice, 14, 137-139. ↑
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