Siamo al numero 14 della Rivista Italiana di Costruttivismo. Questo numero ospita due contributi molto diversi fra loro ma, forse, accomunati da un tema: la scelta.
L’articolo di Green ha un approccio molto critico su come Kelly tratta la questione e ha il merito di aprire a una dialettica interna, segno comunque di una vivacità teorica tutt’altro che spenta e sempre apprezzabile.
Contrariamente a lui, io sono del parere che l’idea che le persone orientino le loro esperienze, scegliendo in base a ciò che ha senso per loro – a livello consapevole o viscerale fa poca differenza – piuttosto che essendo spinte da qualcosa o influenzate da qualcuno o qualcosa, rimane una delle più felici e fertili intuizioni del padre della PCP.
La scelta, sia pure indirettamente, però, riguarda anche la raccolta di alcuni dei contributi che sono emersi durante l’attività la “Rubrica delle parole” in occasione del Ventennale dell’Institute of Constructivist Psychology. Di quale, o quali, scelte parlo?
Innanzitutto, la scelta è quella di mantenere vivo l’interesse per un approccio “disobbediente” al mainstream, all’habitus culturale e ideologico in cui siamo immersi: un habitus che canalizza l’individualismo, la performance, l’idea del “successo” come misura unica e definitiva del valore personale, una visione della persona nuovamente frammentata e ridotta a categorie predefinite. La scelta, inoltre, di sostenere un approccio etico all’umano e all’ambiente. La scelta, infine, di nutrire in continuazione il pensiero critico sul mondo e noi stessi.
La scelta, in definitiva, è quella del viaggio, laddove il viaggio e il modo in cui viaggiamo rappresentano non solo lo strumento, ma sono anche la meta.