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Essere donna e tossicodipendente

Riflessioni in merito all’esperienza drogastica[1] al femminile

Women and drug addiction

A gender perspective on drug experience

di

Carla Cabitza
Italian Interactionist School

e Lila Vatteroni
Institute of Constructivist Psychology

Abstract

Il presente elaborato ha lo scopo di ampliare la riflessione in merito all’esperienza della tossicodipendenza al femminile. Attraverso una breve disamina dello stato dell’arte della conoscenza accademica scientifica e degli interventi odierni diffusi, si giunge alla posizione ormai ampiamente condivisa della necessità di interventi gender-oriented[2]. Tuttavia, l’esperienza diretta delle autrici in una Comunità Terapeutica riapre il dibattito, facendo emergere le criticità della relazione di cura con le utenti donne in trattamento. Le domande sorte in merito a tale complessità hanno messo in luce quanto le autrici stesse fossero imprigionate in una rete di credenze e anticipazioni stereotipiche auto ed etero dirette che rischiavano di blindare le donne in biografie di vita devianti e moralizzate. Si presenterà quindi una ricerca qualitativa volta a conoscere il punto di vista di chi utilizza sostanze e finalizzata a promuovere una discussione in merito al ruolo educativo-terapeutico degli operatori del cambiamento.

The purpose of this paper is to examine the issue of drug addiction in women and to highlight the need for a deeper understanding of women drug users. Looking through the findings of the state-of-the-art scientific research, the necessity of adopting a gender-oriented perspective[3] has become widely accepted. However, the direct experience of the authors in a therapeutic community reopens the debate, bringing out critical issues related to the therapeutic relationship with female clients. New questions arose when the authors – as women – found themselves entangled in stereotypical beliefs with the consequent risk to women drug users to be enclosed within deviant and moralised biographies. Presenting a brief qualitative research focused on the drug user’s perspective, the goal of this paper is to promote a debate on the educational and therapeutic role of the treatment providers.

Keywords:
Tossicodipendenza, donne, ricerca qualitativa, gender oriented | drug addiction, women, qualitative research, gender oriented
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1. Premesse: ti salverò!

Questo articolo nasce dall’incontro professionale di due psicoterapeute che operano nell’ambito del trattamento della tossicodipendenza in una comunità residenziale e che, condividendo alcuni presupposti epistemologici fondanti la loro pratica clinica[4], si trovano coinvolte quotidianamente in un fertile spazio di confronto in merito al loro agire terapeutico e ai loro presupposti conoscitivi. All’interno di questo luogo di discussione un dato esperienziale emergente è che le donne portano peculiari richieste nella relazione terapeutica come, ad esempio, una presa in carico delle complesse relazioni familiari, la presenza di figli con diversi partner e plurime relazioni amorose, a cui seguono racconti di abusi e/o prostituzione. Spesso vi è la necessità di interloquire con i servizi sociali per i minori che seguono i bambini in affidamento, di gestire presunte o reali gravidanze, quadri di salute fisica complessi, costellati da patologie veneree e malattie infettive. Il tutto diventa ancora più complesso per la mancanza di una rete sociale di supporto. La percezione condivisa è che con le donne sia critico costruire dei percorsi terapeutici che favoriscano la presa in carico di questi aspetti e dare una priorità ad obiettivi co-costruiti nel percorso, tale per cui spesso ci si accorge che, nell’esigenza di semplificare questo carico di complessità, si ricorre a protocolli standard. Ne emergono quindi frequenti e premature interruzioni del programma terapeutico e la permanenza stessa in struttura è caratterizzata da molte difficoltà[5]. L’interruzione precoce del programma terapeutico ancora in fase di costruzione genera frustrazione e la consapevolezza che spesso dietro alla rigida applicazione delle procedure non ci si dia la possibilità di comprendere l’esperienza unica di ciascuna donna tossicodipendente. È stata quindi l’insoddisfazione verso i propri modelli di intervento a muovere le premesse per questa ricerca. In prima battuta è stato ipotizzato che la tossicodipendenza femminile e quella maschile fossero due esperienze differenti in qualche modo canalizzate dalle aspettative di genere, e pertanto due fenomeni distinti il cui punto in comune è il processo di dipendenza. È bene tuttavia precisare che quando si parla di tossicodipendenza non ci si riferisce ad un’entità fattuale, bensì ad una realtà processuale generata a partire dai processi conoscitivi e quindi anche dalle anticipazioni di genere degli individui. Ci si riferisce al genere come ad un insieme di costrutti e dunque previsioni, che orientano l’agire nelle relazioni, che non sono di per sé maschili o femminili ma che vengono definite come tali a partire dalle aspettative sociali. Il genere è una categoria socialmente condivisa e fin da bambini veniamo sottoposti all’apprendimento della differenza tra i sessi nei termini di aspettative di ruolo. Ciò che si vuole sottolineare è che, pur avendo ciascuna persona la libertà di incarnare il genere secondo scelte e credenze personali[6], non è da sottostimare l’influenza dei processi di socializzazione nella creazione del proprio vissuto di genere[7] in quanto canalizzano il comportamento umano, sancendo ciò che è accettabile e ciò che non lo è. Kelly (1991), a tal proposito, parla

di come le aspettative del gruppo si costituiscano come validatori/invalidatori dei costrutti personali (p.122-127). Tornando alle donne tossicodipendenti, questo ha permesso di ipotizzare che le loro scelte di vita potessero essere in qualche modo canalizzate dalle anticipazioni di genere in maniera differente rispetto agli uomini e che tale diversità dovesse essere presa in considerazione per orientare gli interventi. Questo tema della “differenza” ha tuttavia stimolato, in primis, l’emersione delle costruzioni delle ricercatrici in merito alle donne a partire proprio dalla loro esperienza diretta: “…le donne sono più instabili, più fragili, stanno meno alle regole, fanno più richieste, portano maggiore scompiglio in comunità, abbandonano più frequentemente, sono più complesse, hanno figli…”. Narrazioni di questo tipo, sebbene siano orientate a costruire la realtà della tossicodipendenza femminile come unica, hanno portato rapidamente alla luce la presenza di una serie di pregiudizi e stereotipi che canalizzavano non solo la relazione con le utenti donne, ma anche gli interventi delle diverse figure professionali (educatori, infermieri, psicologi, psichiatri) coinvolte nel progetto terapeutico. La discussione su temi come la prostituzione, la violenza, la gravidanza hanno favorito la consapevolezza da parte delle autrici di essere loro stesse incastrate in una serie di anticipazioni e modelli descrittivi, sì gender-oriented, ma di tipo moralistico e giudicante. In altre parole, veniva riconosciuta la peculiarità dell’esperienza femminile rispetto a quella maschile, ma le categorie conoscitive utilizzate appartenevano ad un dominio morale personale piuttosto che ad uno scientifico: “le donne tossicodipendenti ricorrono alla droga perché più fragili, deboli e si prostituiscono in quanto vittime senza alternative”. Anticipazioni di questo tipo generavano una serie di processi terapeutici che avevano come obiettivo, per esempio, quello di redimere o liberare la donna tossicodipendente dal suo status di debole, vittima degli eventi o delle proprie debolezze, sovrascrivendo completamente il significato dell’esperienza dal punto di vista delle donne. Si è quindi dato spazio ad un processo autoriflessivo che ha permesso di far emergere la consapevolezza che nell’ambito della tossicodipendenza, la norma implicita a cui ci si riferisce nello studio del fenomeno è quella dell’esperienza al maschile: questo si è palesato nel momento in cui si tentava di descrivere l’esperienza drogastica al femminile come “più o meno, diverso da…”. Ciò ha aperto uno scenario di interrogativi nuovi se si considera che la letteratura sulla tossicodipendenza e gli interventi in questo ambito sono tarati su un fenomeno che è quello prevalentemente maschile[8] e che quindi il trattamento nell’ambito del femminile venga pensato a partire da questo come norma e che venga solo riadattato per far fronte a delle esigenze peculiari delle donne[9]. Quindi da un lato il fenomeno della dipendenza è conosciuto a partire dall’esperienza al maschile, ma poi la trasposizione al mondo femminile porta con sé una serie di presupposti morali socialmente condivisi di cui non si può non tenere conto. Tale ipotesi ha ampliato la prospettiva coinvolgendo all’interno dello studio del fenomeno della tossicodipendenza non solo l’utente ma inevitabilmente di nuovo anche l’operatore che si relaziona con lei, ponendo luce, quindi, sui processi di conoscenza di chi abusa di sostanze psicoattive, ma anche sui presupposti conoscitivi di chi è impegnato nella relazione di cura. L’ipotesi che piano piano si è fatta strada è che la tossicodipendenza femminile sia un fenomeno poco conosciuto e diversamente complesso rispetto a quello maschile, che a sua volta porta con sé il suo bagaglio di aspettative, credenze e pregiudizi legati alla tossicodipendenza maschile. L’esperienza drogastica femminile solleva diversi interrogativi a partire dalla modalità specifica con cui si allontana dalle aspettative e delle credenze socialmente condivise rispetto alla donna e al suo ruolo. La tossicodipendenza è di per sé un’esperienza umana che minaccia una serie di costrutti socialmente condivisi come illegale vs legale, sano vs malato, sballato vs vigile, morte vs vita, bugia vs verità, autodistruzione vs conservazione, ma se a farlo è la donna, che incarna valori come nutrimento, cura, responsabilità, genitorialità, affidabilità, vita, si può anticipare una doppia invalidazione di dogmi e indicazioni culturali. Tale processo viene definito in letteratura come doppio stigma (Molteni, 2011, pp. 158-162) e nell’ipotesi delle due ricercatrici può influenzare non solo le categorie conoscitive, gli interventi degli operatori del settore e i processi di narrazione degli utenti stessi ma anche le aspettative del senso comune[10] più ampio. Tali anticipazioni circa la tossicodipendenza femminile influenzano inevitabilmente le aspettative di cambiamento degli operatori così come quelle delle donne stesse. A seguito di queste preliminari considerazioni è stato deciso di approfondire il fenomeno attraverso una ricerca qualitativa volta a conoscere il punto di vista di tutti gli attori coinvolti (utenti, operatori e senso comune). L’obiettivo primario è quello di stimolare una riflessione in merito agli interventi gender-oriented nell’ambito delle tossicodipendenze e tentare di ipotizzare se e in che termini sia una posizione utile. Da questo discende poi la possibilità di conoscere l’opinione delle donne tossicodipendenti e tentare la formulazione di nuove ipotesi di intervento, favorendo quindi una discussione sul ruolo dell’operatore del cambiamento. Emerge inoltre la possibilità di costruire un dialogo tra approcci teorici differenti e l’opportunità di mettere alla prova il costruttivismo e la PCP nella sua portata di teoria “vuota”[11] e vedere come si plasma su contenuti nuovi.

 

2. I linguaggi sulla tossicodipendenza

Lo studio nell’ambito della tossicodipendenza rappresenta un crocevia di discipline che producono riflessioni talvolta anche in conflitto tra loro. Il punto di partenza comune tra queste diverse discipline (farmacologia, psicologia, sociologia, scienza giuridica) è il linguaggio, dal quale traspaiono tracce di modelli causalistici e interpretativi mutuati dall’applicazione del modello medico, che si rivelano ancora vivi e operanti sebbene superati da tempo. Secondo Bignamini e Bombini (2003), il termine tossicodipendenza ha assunto nel linguaggio comune un significato ristretto, veicolato da un atteggiamento di giudizio valoriale e dalle reazioni emotive. Nel senso comune, il tossicodipendente indica un particolare stereotipo di soggetto dedito all’uso di sostanze illegali, disadattato, inaffidabile, pericoloso e deviante. Le diverse opinioni spesso contrastano e il dibattito scientifico si mantiene in genere su un piano ideologico e morale, restando tenacemente legato agli a priori invece di trasferirsi sul piano della ricerca. Spesso, che cosa è la tossicodipendenza è un implicito nel discorso stesso e la discussione si accende su soluzioni, sugli interventi necessari, più che sulla necessità di chiarire quale sia il fenomeno su cui si vuole intervenire. Emerge immediatamente la pluralità dei significati coinvolti (Canali, 2003) e si ha misura della vaghezza e delle contraddizioni del concetto di tossicodipendenza, singolare commistione di elementi di carattere normativo, clinico e farmacologico. La tossicodipendenza, tuttavia, può assumere forme diverse a seconda della lente con la quale la si guarda ed è quindi fondamentale un breve riferimento ai principali approcci teorici. Il modello di dipendenza come malattia (Parodi, 2003) spiega la compulsione alla ricerca e all’uso delle sostanze psicoattive come l’effetto di strutture e funzioni nervose rese patologiche da un uso prolungato della sostanza; il modello psichiatrico, poi, introduce il termine addiction[12]come un pattern definito di comportamenti osservabili. L’affermazione del modello di dipendenza come malattia potrebbe essere riconducibile al fatto che esso rimuove in parte lo stigma e il biasimo sociale associati all’abuso di sostanze. Non è tuttavia da sottovalutare il potenziale iatrogeno di una tale definizione nosologica: le rappresentazioni della malattia contribuiscono a formare negli individui delle aspettative precise che non possiamo escludere ne influenzino i sintomi e il decorso. Il modello medico, che in un primo momento sollevava il soggetto “malato” da qualsiasi responsabilità imputando la dipendenza a un’innata predisposizione su base genetica poco o per nulla influenzata da fattori psicologici e/o ambientali, si assesta invece oggi su un’ipotesi di multifattorialità bio-psico-sociale che dà enfasi sia al ruolo giocato dall’ambiente che alle caratteristiche psicologiche. Da questi nuovi assunti derivano le odierne teorie maggiormente diffuse. Nel modello cognitivo comportamentale (Zanusso & Giannantonio, 2005) viene utilizzato il termine “carriera tossicomanica” in un senso ampio comprendente tutto l’iter evolutivo, relazionale, comportamentale ed affettivo delle persone tossicodipendenti, ipotizzando rapporti di causa-effetto lineari, biunivoci o circolari tra tali eventi. È quindi possibile identificare leggi o regolarità negli accadimenti comportamentali sia rispetto alle caratteristiche psicologiche sia in quanto appresi nell’ambiente quindi modificabili attraverso ulteriori esperienze di apprendimento. La presa in carico dell’utente è quindi fondata su tecniche derivate dal condizionamento operante, come l’estinzione, il contro-condizionamento, rinforzo positivo/negativo e modellamento (Ameglio, Cincinelli & Tanzini, 2019). Secondo il modello sistemico-familiare (De Luca, 2012) il fenomeno della tossicodipendenza diviene un modo per perpetuare la storia familiare in maniera ripetitiva e stereotipata, per cristallizzare le posizioni dei singoli membri in una configurazione relazionale immobile e coartata. Il disagio psichico di uno dei membri costituisce il segnale di un malessere più esteso che riguarda il gruppo familiare rispetto ai compiti evolutivi del ciclo vitale. Il drogarsi assume una duplice funzione relazionale: da una parte permette al tossicomane di essere distante, indipendente ed individuato, dall’altra lo rende dipendente in termini di danaro, di mantenimento e fedele alla famiglia. Il trattamento delle tossicodipendenze afferente alle teorie psicodinamiche (Bignamini & Bombini, 2004) tende a considerare una serie di eventi concatenati ricercando il senso o la causa della condizione in atto in qualcosa di accaduto “prima”: la genesi della tossicodipendenza è rintracciata in altri problemi, traumi precedenti e sottostanti, che avrebbero un significato strutturale, mentre essa è considerata generalmente un epifenomeno o addirittura semplicemente un sintomo o una forma espressiva del disturbo psicopatologico. Infine, ci sono approcci in cui la tossicodipendenza è considerata un processo e non un’entità ontologica costellata da dinamiche lineari di causa-effetto. Per l’interazionismo simbolico, quando parliamo di tossicodipendenza è fondamentale porre l’accento sui pensieri e le azioni finalizzate e consapevoli della persona tossicomane motivata alla ricerca di una ricompensa fisica e psicologica. In questo approccio viene privilegiato un punto di vista semiotico che permette di accedere alla costruzione dei significati legati alle droghe e all’assunzione ma anche alla percezione di sé, degli altri e del mondo. Non si parla quindi di tossicodipendenti, ma di consumatori di sostanze cioè attori che cercano di dar vita a stati mentali e corporei adeguati all’identità e ai mondi che vorrebbero costruire. Quindi, viene introdotto il termine tossicofilia per indicare la ricerca da parte delle persone degli effetti gratificanti di una o più sostanze psicoattive utilizzate per modificare intenzionalmente il proprio stato corporeo e mentale che permette quindi di ricavare esperienze cognitive ed emotive dotate di senso e significato soggettivo. Il valore simbolico di una droga è mediato dai seguenti costrutti: Transindividuali come le credenze, gli atteggiamenti e gli stati d’animo socialmente condivisi con il proprio gruppo sociale di riferimento; Intersoggettivi come la partecipazione a comuni modi di sentire; Individuali come il riconoscimento di un’identità (Salvini, Testoni, & Zamperini, 2013). Chi assume una droga modifica la propria memoria autobiografica, si identifica in un gruppo, impersona un ruolo deviante, utilizza una cornice normativa da cui ne derivano specifiche narrative. Quindi l’intero processo diviene una parte significativa dell’identità personale. Per quanto riguarda il costruttivismo e la PCP in particolare, la dipendenza da sostanze viene letta a partire dall’esperienza unica e singolare che la persona ne fa, non vi è quindi un intento riduzionista o generalista nel processo diagnostico. La tossicodipendenza, pertanto, non ha un’unica causa e non viene neppure vissuta secondo le medesime anticipazioni da tutti. I significati annessi all’esperienza drogastica sono, allora, infiniti; tuttavia, si può tentare una comprensione dei processi di costruzione di questa realtà, considerandola alla stregua degli altri disordini descritti da Kelly. In questo senso, nell’ipotesi di chi scrive, diversi costrutti professionali possono divenire utili nella comprensione del fenomeno: dipendenza, allentamento, costrizione, costruzioni preverbali, transizioni[13] e socialità. Le sostanze agiscono sul sistema nervoso alterando lo stato fisico, ma ciò su cui ci si concentra è il significato che la persona dà a tale alterazione. Nel tempo l’abuso può favorire una visione di sé e del mondo allentata[14] così come essere caratterizzata da una forte costrizione[15] rispetto a elementi particolarmente difficili da gestire (es. le conseguenze dell’abuso, le modalità per procurarsi la sostanza). Chi è dipendente[16] da una sostanza difficilmente crede di potercela fare da solo e la droga diventa il magico risolutore di ogni problema, da soli si crede di non potercela fare e la dipendenza viene vissuta come una malattia da subire passivamente. L’abuso protratto altera il vissuto delle emozioni che vengono o ridotte o amplificate, questo nel tempo potrebbe spiegare la difficoltà nel discriminarle e riconoscerle; le esperienze quindi, restano ad un livello preverbale[17] difficilmente comunicabile a parole. La persona dipendente costruisce le relazioni in funzione del bisogno di assumere la sostanza e questo alla lunga potrebbe compromettere i processi di socialità[18], pertanto costruire il punto di vista dell’altro risulterebbe difficile e diventerebbe critico stare in relazione. Pertanto, l’esperienza drogastica diviene una prigione fisica e mentale, dove l’unica esperienza validante è quella sotto effetto della sostanza. Questa carrellata evidenzia quanto il linguaggio multidisciplinare delle tossicodipendenze e i molteplici approcci teorici per il trattamento delle dipendenze suggeriscano il mantenimento di un dibattito aperto sui diversi modi con cui è possibile rappresentare questo fenomeno in un’ottica di teorie utili e non di teorie vere.

 

3. Il modello educativo-terapeutico: le CT e i Ser.D.

In Italia le prime comunità terapeutiche per tossicodipendenti nascono agli inizi degli anni ’70 prima ancora che il Servizio Sanitario Nazionale riuscisse ad organizzare interventi utili in tale ambito. Le prime esperienze di realtà di recupero erano ideate nella maggior parte dei casi da istituzioni religiose e realtà private (Coletti, M., & Grosso, L. ,2011, pp. 27-30). La filosofia di fondo era quella di favorire un cambiamento nello stile di vita, inserendo gli ospiti per un certo periodo in uno spazio protetto, lontano dall’utilizzo di sostanze, attraverso il lavoro e il confronto tra persone con il medesimo problema. L’obiettivo primario era quello dell’astinenza completa. Nascevano ad opera di gruppi di volontariato ma vi erano notevoli differenze tra le diverse strutture. Attualmente[19] a seguito dell’evoluzione delle normative in materia e della diffusione del problema, la Regione Veneto[20] riconosce nell’offerta nel settore delle dipendenze da sostanze d’abuso: i servizi di pronta accoglienza, Servizi semiresidenziali e Servizi residenziali di tipo A (di base), di tipo B (intensivi), di tipo C (specialisti), di tipo C1 (madri tossicodipendenti con figli minori), di tipo C2 (tossicodipendenti minori). Tutte queste diverse opportunità a seconda dei diversi programmi perseguono le finalità di accoglienza, trattamento terapeutico-riabilitativo e reinserimento socio-lavorativo. I modelli di intervento sono multidisciplinari e tendenzialmente vi è una presa in carico medica, psicologica, educativa,

famigliare e sociale. Tuttavia, essendo la tossicodipendenza un fenomeno che coinvolge prepotentemente la componente biologica, si parla da un lato della cura della dipendenza fisica con farmaci sostitutivi, dall’altra della presa in carico delle componenti psicologiche coinvolte nell’abuso e nella dipendenza. Questa seconda parte si fonda su un paradigma rieducativo e pertanto si mira a sostituire i modelli comportamentali e quelli mentali disfunzionali e malsani, con altri considerati più sani. Si parte dall’idea che la tossicodipendenza abbia a che fare con uno stile di vita sbagliato e pertanto la vita della comunità è volta a ripristinare una quotidianità normale e sana. Sia l’organizzazione della giornata che le diverse attività programmate sono volte a favorire una routine quotidiana e uno stile relazionale lontani dalle sostanze e dai rituali di utilizzo. L’astinenza da sostanze, il recupero di una maggiore lucidità e di benessere psico-fisico sono propedeutici ad un lavoro terapeutico più approfondito e alla programmazione di un reinserimento nella società. L’enfasi è posta pertanto sui comportamenti, i pensieri disfunzionali e l’atteggiamento è sanzionatorio e riabilitativo, per questo azioni non conformi vengono punite attraverso attività riabilitanti, riproponendo il modello trasgressione-sanzione, caratteristico della società allargata[21]. La legge n° 162 del 26 giungo 1990, sancì la nascita dei Ser.T., servizi preposti alla cura, prevenzione e alla riabilitazione dei tossicodipendenti, quelli che oggi conosciamo come Ser.D, a seguito dell’evolversi del fenomeno della dipendenza non solo più relativa a sostanze pesanti, ma, per esempio, anche al gioco d’azzardo. All’interno di questi servizi collaborano molte professionalità differenti (medici, psichiatri, infermieri, psicologi, educatori, assistenti sociali e sociologi) e i servizi erogati sono molteplici. Ciò implica che all’interno delle varie realtà si declinino interventi differenti o più orientati sull’aspetto medico, biologico della dipendenza o su quello psicosociale. I Ser.D. funzionano come un filtro definendo i bisogni del tossicodipendente, programmando e coordinando l’intervento appoggiandosi spesso alle comunità terapeutiche (CT). L’obiettivo non è il semplice contenimento o l’astinenza, si vorrebbe favorire una presa in carico responsabile da parte dell’utente che diventa protagonista dell’intervento scegliendo come strutturarlo, favorendo processi di maturazione e di crescita che lo emancipino dalle sostanze di abuso.

 

4. Salute e identità di genere

Per comprendere come il genere femminile venga preso in carico al giorno d’oggi dai servizi sanitari è necessario nuotare nel mare storico della complessa visione della donna e del genere femminile nella prospettiva medica e sociale. I più grandi personaggi storici della medicina ritenevano la donna un essere imperfetto, una copia dell’uomo, ma con qualche difformità fisica. Secondo Galeno (II secolo d.C.) gli organi sessuali femminili “sono nella donna introversi e per questo malamente sviluppati”. Nel 1543 Andrea Vesalio afferma che: “è sufficiente studiare il corpo maschile, forma neutra universale, per capire anche il corpo femminile”. Il modello one-sex viene soppiantato da un modello di diversità solo a partire dal 1700, quando l’Occidente medico ha intrapreso un dibattito sulle differenze sessuali e conseguentemente introdotto nuove modalità di relazione sociale basate sull’idea del dimorfismo biologico (Gazzaniga, Basili, & Sciomer, 2018). All’inizio del XIX secolo si arriva a riconoscere l’esistenza di due sessi diversi in ambito medico. Il genere femminile assume una propria identità e proprie caratteristiche, ad esempio attraverso l’uso di nomi specifici per le differenti strutture anatomiche e le differenti patologie. Medicina e società hanno, nel corso del tempo, contribuito alla costruzione dell’immagine della malattia nel genere femminile presente ancora oggi nelle credenze e nelle aspettative alla base della presa in carico sanitaria delle donne. Nonostante le donne siano avvantaggiate da una maggiore longevità, sono allo stesso tempo colpite maggiormente da patologie nel corso degli anni, con esiti invalidanti soprattutto nella tarda età. Tale vantaggio potrebbe venire meno a causa degli effetti negativi derivanti dalle abitudini di vita e dall’iniqua distribuzione di beni e opportunità. Il paradosso può divenire comprensibile alla luce della complessa relazione tra fattori biologici e sociali che determinano salute e malattia degli esseri umani. A parità di stato di salute e condizioni economiche entrano in gioco fattori legati alle disuguaglianze di genere come le responsabilità domestiche e di cura che possono condizionare la salute di chi se ne fa carico. Le credenze sociali determinano i compiti previsti per il ruolo femminile. Queste aspettative sono di carattere sociologico e non attengono alla sfera del diritto: se la donna viene meno alle aspettative che riguardano la funzione riproduttiva (il fare la madre in un determinato modo, essere moglie di un certo tipo, ecc.) non incorre in una sanzione giuridica, ma sicuramente in una censura morale. L’ipotesi è che il ruolo del genere femminile nella società abbia avuto un’importanza cruciale nel costruire e generare prassi medico-sanitarie i cui effetti sono presenti ancora oggi. Il sesso femminile presenta una maggiore incidenza degli effetti avversi ai farmaci e ciò sarebbe causato dall’età, dalla politerapia che è più frequente nelle donne, dal sovradosaggio, dato che i dosaggi sono solitamente fissati per un uomo di 70 kg di peso, e dalla carenza di studi clinici, dovuta ad un esiguo reclutamento di donne. I condizionamenti sociali si intrecciano ai processi psicologici che possono quindi agire diversamente per donne e uomini, differenziando la percezione, l’espressione del proprio stato di salute, la tolleranza e la gestione del malessere e del dolore. Possiamo quindi ipotizzare che uomini e donne dimostrino specifiche modalità, socialmente influenzate, di fronteggiare le patologie di cui è necessario tenere conto: nella rappresentazione del problema, nell’espressione del disagio, ma anche nell’agire e quindi nell’uso dei servizi, nel consumo di farmaci così come nell’attivazione di reti sociali di appoggio (Pilutti, Costa, D’Errico, & Di Monaco, 2016).

 

5. Le donne nella tossicodipendenza

Per comprendere meglio come il tema della tossicodipendenza femminile venga affrontato oggi, è utile gettare uno sguardo all’ambito della ricerca, oltre che a quello della letteratura scientifica e al livello degli interventi sul campo, in quanto emergono delle contraddizioni. Sebbene dalla ricerca e da una parte di letteratura scientifica più aggiornata emerga la necessità di strutturare interventi gender-oriented, ad oggi risulta particolarmente difficile attuarli concretamente. Nell’ambito della ricerca emergono delle peculiarità interessanti come, per esempio, dalla Relazione annuale sull’evoluzione del fenomeno della droga nell’Unione Europea, pubblicata nel 2018 dall’OEDT (Agenzia europea sulle droghe di Lisbona) dove le donne rappresentano soltanto il 20% dei pazienti che si sottopongono a un trattamento della tossicodipendenza (con un rapporto uomo-donna di 4:1). Viene poi evidenziato che le donne tossicodipendenti sono, più spesso degli uomini, disoccupate o sotto-occupate, con lavori spesso precari e poco qualificati, con un’esperienza di lavoro più limitata e conseguentemente con un reddito inferiore. La gravidanza e la nascita di un figlio possono essere vissute in chiave salvifica dalla donna tossicodipendente, con un notevole investimento sul bambino che però non necessariamente si traduce nella risoluzione del proprio problema di dipendenza, che può invece venire aggravato dalle responsabilità di cura richieste dal ruolo materno[22]. Nella storia delle donne tossicodipendenti viene evidenziata un’incidenza molto più elevata rispetto all’uomo di abusi fisici e sessuali, subiti soprattutto nel contesto familiare durante l’infanzia e l’adolescenza. Le donne che fanno uso di sostanze psicoattive presentano frequentemente una comorbidità psichiatrica[23], ovvero soffrono più spesso degli uomini, e con una gravità maggiore, di ulteriori disturbi psicopatologici: sindromi ansioso-depressive, disturbi di personalità istrionico e borderline, disturbi del comportamento alimentare (Molteni, 2013). Per quanto riguarda le discipline scientifiche invece, facendo un excursus storico non si trova traccia del tema della tossicodipendenza femminile in un’ottica gender-oriented. La donna e le sue narrazioni vengono accomunate a quelle maschili e i valori, credenze, significati dell’esperienza drogastica restano sullo sfondo. Non viene approfondito l’impatto che le costruzioni socioculturali della femminilità e della mascolinità e i ruoli possono avere nell’evoluzione dei comportamenti drogastici. In letteratura ritroviamo principalmente metodologie di indagine di tipo quantitativo utili ad individuare tendenze o generalizzazioni empiriche ma poco adeguate ad un approfondimento dei percorsi di consumo e dei significati personali che possono essere utilizzati per comprendere meglio il fenomeno. Gli approcci alla tossicodipendenza maggiormente diffusi sono quelli di stampo medico-psichiatrico e ciò ha condizionato di conseguenza anche le risposte istituzionali al problema privilegiando spiegazioni basate su fattori genetici, fisiologici, neurochimici e psicopatologici, in cui le differenze di genere non vengono considerate a priori come influenti all’interno delle carriere tossicomaniche. In seguito, il modello bio-psico-sociale arriva a riconoscere il genere come fattore di rischio o protezione rispetto all’accesso alle droghe illegali, dove alla donna vengono riconosciute maggiori risorse nei termini di non “cedere” alla dipendenza, ma tuttavia il pregiudizio sociale di cui sono vittime nel momento dell’abuso rende più difficile l’aggancio (si pensi all’attivazione dei servizi nei casi di madri tossicodipendenti ed il conseguente rischio di perdere il figlio). La letteratura sul consumo di droghe secondo Molteni (2011) è dominata da due immagini di donne: da un lato come vittime in condizioni di povertà e sfruttamento, dall’altro viziose, disadattate, socialmente dipinte come dei mostri che hanno superato i confini della normalità e della patologia. Benché nella letteratura più recente e nella ricerca contemporanea si trovino sempre più spesso riferimenti all’utilità di interventi gender-oriented, ossia immaginati sulla peculiarità della tossicodipendenza femminile, a parte sporadiche e circoscritte esperienze le modalità concrete di intervento ad oggi restano ancora fissate ad una prospettiva gender-blind che guarda al fenomeno della tossicodipendenza come unico e non differenziato in base al genere. Vi sono per esempio alcune realtà residenziali dedicate solo alle donne gestite da suore e alcune strutture mamma-bambino, orientate al supporto di madri con problemi di dipendenza; tuttavia, la maggior parte degli interventi non prevede la separazione tra uomini e donne, sia per il numero esiguo di donne che chiedono aiuto sia per un cambiamento radicale nel contesto di cura che non ritiene più perseguibile l’astinenza (anche sessuale) attraverso l’adesione a rigide regole di comportamento. Nei servizi l’aspetto più trattato della tossicodipendenza femminile è quello della genitorialità[24]. Cercando di tirare un po’ le fila di queste contraddizioni tra ricerca, letteratura e interventi, emerge che nonostante il tema gender-oriented sia attuale, il numero di studi relativi ai consumi di sostanze nelle donne rappresenta ancora una piccola parte dell’intera produzione sull’addiction, così come sono ancora circoscritti gli studi sull’efficacia degli interventi di prevenzione e cura rivolti alle donne. Una delle ragioni è imputabile al fatto che generalmente si ritiene che le donne abbiano minori probabilità di consumare sostanze psicotrope e sviluppare forme di dipendenza rispetto agli uomini. Un altro motivo, solo in parte collegato al precedente, è che storicamente l’utenza dei servizi specialistici per le dipendenze è sempre stata costituita in gran parte da uomini. Il maggiore stigma sociale di cui sono vittima le donne che usano sostanze ha una funzione ambivalente, poiché si configura da un lato come fattore di rischio, favorendo l’occultamento, e quindi il probabile aggravamento, dei problemi droga-correlati, mentre dall’altro si configura come fattore di protezione per la sua funzione di deterrenza rispetto all’uso di sostanze da parte delle donne. Con ogni probabilità vi è, infine, una motivazione di tipo socio-culturale che ha determinato la ancora scarsa attenzione alle differenze di genere in questo e altri ambiti di ricerca. Pertanto, ci troviamo di fronte ad uno scostamento tra i dati emergenti dalla ricerca, tra quanto viene riportato in letteratura e tra gli interventi proposti. Tale scarto potrebbe essere in parte imputabile a fattori concreti come l’esiguità dei campioni di ricerca ed in parte rintracciabile nei presupposti che sottendono allo studio e all’intervento da parte dei professionisti nel settore. In altre parole, le autrici si chiedono se tale ritardo sul piano dell’intervento, non rifletta un altrettanto troppo lento cambiamento negli assunti teorici degli operatori del cambiamento.

 

6. Un sasso nello stagno

Per tentare di offrire un contributo alle questioni sin qui emerse le autrici hanno ideato una ricerca qualitativa che ha visto coinvolti gli operatori maschi e femmine di due Comunità Terapeutiche[25] e del Ser.D. di Padova (psicologi, medici, assistenti sociali, educatori, infermieri), gli utenti maschi e femmine ospitati nelle CT e anche un piccolo campione di “senso comune” ovvero non direttamente coinvolto nel fenomeno né per questioni professionali né per esperienze personali. Per quanto riguarda la metodologia, coerentemente con i presupposti teorici del seguente articolo, le autrici si sono avvalse di questionari aperti e interviste semi-strutturate; le persone coinvolte nella ricerca hanno un’età compresa tra i 18 ai 70 anni e appartengono principalmente all’area geografica del Nord Italia. È stata creata un’intervista semi strutturata che favorisse l’opportunità di far emergere i principali presupposti teorici, le aspettative, le credenze e quindi i costrutti delle diverse parti coinvolte e che permettesse di comprendere maggiormente le anticipazioni legate all’esperienza drogastica femminile. I questionari sono stati personalizzati in base al campione di appartenenza (operatore, utente-maschio, utente-femmina, senso comune) dando la possibilità di approfondire alcuni aspetti specifici e valorizzando le narrazioni personali. Lo scopo finale del seguente articolo è quello di riflettere sulla necessità o meno di costruire interventi gender-oriented, sulle implicazioni di tale scelta e immaginare scenari futuri. Per quanto riguarda invece la ricerca, il questionario rivolto agli operatori era orientato a far emergere i presupposti teorici sottostanti l’intervento clinico e riflettere sulla loro comprensione della tossicodipendenza femminile (cause, trattamento, interventi, relazione terapeutica). Per quanto riguarda gli utenti maschi, l’intento era quello di far emergere le loro narrazioni in merito alla tossicodipendenza femminile ed eventuali differenze percepite rispetto alla tossicodipendenza maschile. In riferimento al gruppo di donne ospitate nelle CT, attraverso il questionario si immaginava di poter conoscere la voce delle dirette interessate e riflettere sui significati e le anticipazioni utilizzate nel costruire la loro esperienza drogastica. Rispetto al campione di senso comune, alle autrici interessava approfondire la presenza o meno di pregiudizi e stigmi sociali in merito alla tossicodipendenza femminile. Partendo dallo sfondo scientifico teorico delineato nei paragrafi precedenti, che orienta le prassi operative odierne, si intendeva comprendere attraverso la ricerca se e in che modo fossero diffusi pregiudizi morali, non solo nel senso comune ma anche negli utenti e negli operatori stessi.

 

6.1 La scomodità di un’immagine spezzata

Entrando nel merito di quanto emerso dalla ricerca, per questioni di sintesi si amplierà lo sguardo solo su alcuni dei processi emergenti utili ai fini delle ipotesi presentate in questo elaborato. Alcolismo e tossicodipendenza portano con sé narrazioni e significati talvolta anche molto differenti, in particolar modo la donna alcolista appare come meno stereotipizzata[26] rispetto a quella tossicodipendente. Vengono utilizzati significati più variegati[27] nelle autonarrazioni delle donne alcoliste, sia rispetto al modo di utilizzo che alle cause, come se la dipendenza da alcol fosse maggiormente accettata e in minor misura tipizzata negativamente, anche se al contempo viene maggiormente accettato un uomo che beve rispetto ad una donna (utente donna in trattamento per alcol: “L. non è determinata, non ha pazienza, è sensibile e pudica, certe volte è pigra ma anche ottimista e socievole, è credente, ma non ha fiducia nell’altro, è anche testarda…”. Utente donna in trattamento per dipendenza da crack: “Sono una donna ormai, ma ho la testa matta che sarebbe da mettere a posto, ho fatto molti sbagli nella mia vita e adesso dovrò aggiustare tutto, voglio una vita sana, sono una donna, questa parola donna deve diventare con la D grande…”). Lo stigma etero ed autoattribuito alle donne tossicodipendenti pare aumentare con l’età, sia come dato riportato esplicitamente dai professionisti del Ser.D., sia come processo emergente dalle narrazioni appiattite e cristallizzate su pochi costrutti[28] delle donne che accedono alla CT: debole, compromessa, sola, umorale. La fatica nella presa in carico della donna tossicodipendente e quindi il peso del doppio stigma traspare in alcune narrazioni dei professionisti del Ser.D.: “collocare una donna è molto difficile, trovare posto e anche sapendo la nostra tipologia di pazienti che molte volte iniziano dei percorsi, poi li interrompono, poi li riprendono,

poi interrompono, molte volte c’è bisogno anche di avere più opportunità da offrire, da sperimentare e da ricalibrare”. La difficoltà di accogliere e costruire dei percorsi nell’emergenza per le donne viene vanificato da un accesso ai servizi che è limitato, le donne si rivolgono al Ser.D. solo dopo aver sperimentato quasi tutte le sostanze e “aver fatto terra bruciata intorno” generando quindi una debole richiesta di aiuto, complicata dalla scarsa offerta di servizi costruiti per le donne tossicodipendenti. Il concetto di femminilità diviene un ostacolo nel momento in cui si cerca di concepire l’esistenza di entrambe le parti di sé, quella tossicomanica e quella legata all’appartenenza di genere: “mi dà l’idea delle volte come se fossero quasi… che socialmente sia più riprovevole che una donna usi sostanze, rispetto ad un uomo che… non lo so… È proprio come se non rispondesse proprio ai requisiti di una femminilità, di una donna a cui si chiede non tanto di curare se stessa, ma curare gli altri”. Vi è una netta distinzione tra le cause attribuite alla tossicodipendenza femminile[29] (disturbi psichiatrici come bipolarismo, narcisismo) e quelle esplicative della tossicodipendenza maschile (antisocialità, ansia, depressione); in altre parole, la donna tossicodipendente è spesso anche psichiatrica, mentre all’uomo tossicodipendente più difficilmente viene associata una doppia diagnosi. Come se fosse necessario generare dei giustificativi sociali e moralmente accettati rispetto al fatto che la donna può divenire tossicodipendente, ma solo se collocata all’interno di una specifica categoria diagnostica che ne genera l’eccezione: è tossicodipendente perché è psichiatrica. Le cause che portano alla tossicodipendenza maggiormente riconosciute per le donne sono legate ad esempio alla relazione con un uomo che fa uso di sostanze o a difficoltà personali; per gli uomini spesso ha inizialmente a che fare maggiormente con la socializzazione e l’antisocialità (un professionista del Ser.D.: “mi pare che i ragazzi vadano più su imitazione del gruppo dei pari e che per le ragazze in realtà sia proprio un’auto cura rispetto a dei traumi, a delle carenze che hanno”, utente uomo: “le motivazioni che portano le donne a fare uso di sostanze sono di tipo personale, una sofferenza interna (…) gli uomini lo fanno più per divertimento” o ancora: “è più facile che una donna sia depressa”). Dalle narrazioni degli utenti donne e uomini non emerge una precisa distinzione per quanto riguarda il tipo di interventi gender-oriented, cosa che invece viene data quasi per assodata dagli operatori del Ser.D.; questione che trova, invece, gli operatori delle CT impreparati e con le idee poco chiare. Vi è una comunanza di costrutti utilizzati nel descrivere le tossicodipendenti che danno vita a due immagini divergenti della donna ovvero la smarrita, instabile, affetta da diagnosi psichiatrica, sola e vulnerabile vs la donna manipolatrice, puttana, pigra, drammatica, falsa, furba, sporca, egoista. Non permettendo dunque alla donna tossicodipendente di esistere al di fuori di tali polarità o di poter perlomeno essere riconosciuta nel suo essere donna e anche tossicodipendente. Violenza e maternità sono poi argomenti delicati che vengono trattati spesso con giudizio (“una tossica non può essere una brava madre”), sia dagli utenti che dagli operatori delle CT, mentre emerge una cura particolare e una maggiore proposizionalità da parte del Ser.D. rispetto alle tematiche della genitorialità. In tutti i campioni intervistati la condizione di tossicodipendenza femminile è associata alla prostituzione e questo aumenta il peso dello stigma. In particolar modo gli utenti maschi descrivono la donna tossicodipendente con termini di paragone rispetto alla maggior facilità della donna di potersi procurare la sostanza grazie alla prostituzione, ma ne riconoscono le ricadute da un punto di vista della violenza psichica e corporea subita. Rispetto al legame con la sostanza emerge solo lontanamente la possibilità che una donna possa fare uso di sostanze per piacere personale, la stessa viene comunque spiegata con attribuzioni interne: “le donne abusano di più rispetto agli uomini. Sono più portate alla dipendenza per soddisfare il proprio piacere”. L’aspetto macroscopico emergente è che il linguaggio sulla tossicodipendenza è pervaso da pregiudizi e luoghi comuni, canalizzati dall’immagine socialmente condivisa del ruolo della donna nella società.

 

7. Dalla cura dell’altro alla cura di sé

Tornando al focus di questo articolo, che è la relazione con l’utente donna, cosa possiamo fare noi come operatori del cambiamento? L’ipotesi operativa delle due autrici muove dalla proposta di leggere le interazioni delle donne in trattamento come esperimenti, ovvero come tentativi di validare/invalidare anticipazioni rispetto a sé e al mondo. In particolare, la relazione con l’operatore è costruita a partire dal timore del giudizio, che è ciò che sperimentano sin dall’iniziazione nel mondo della droga e che si consolida nel tempo, nei contatti con i Servizi e nella perdita di una rete sociale esterna supportiva. Nel tentativo di gestire la colpa[30] dell’essere cattive donne costruiscono la relazione attraverso costrutti di dipendenza, che le porta a vedersi come sole e autosufficienti o bisognose e richiestive. Le modalità attraverso cui comunicano risultano spesso teatralizzate, come se per essere riconosciute e prese in considerazione dovessero passare attraverso manifestazioni estreme, vistose ma attese. Entrambi questi poli opposti non favoriscono una posizione propositiva da parte degli operatori che oscillano tra l’accudimento della povera vittima e il rifiuto dell’estrema complessità e instabilità della donna tossicodipendente. Le difficoltà dei professionisti impegnati in questo ambito potrebbero essere in qualche modo condizionate da una non chiara consapevolezza rispetto ai propri assunti teorici. L’ipotesi di chi scrive è, quindi, che sia poco accettabile, persino per un operatore del cambiamento, che la donna tossicodipendente sia una donna che pensa a se stessa e non, come ci si aspetterebbe, che si prende cura degli altri. Le autrici ipotizzano quindi che sia utile creare interventi specializzati sulle donne in quanto questo potrebbe aumentare le narrazioni e le esperienze di diversità a scapito del riconoscimento dell’unicità, andando a sancire ulteriormente la percezione dell’appartenenza a gruppi distinti (maschi vs femmine). Inoltre, creare interventi differenti per le donne potrebbe aumentare l’idea che le donne, oltre alla tossicodipendenza, abbiano altre condizioni patologiche da trattare e di conseguenza validare l’ipotesi della doppia diagnosi. Sempre su questa linea, costruire dei percorsi terapeutici per sole donne potrebbe favorire l’idea che esse abbiano bisogni diversi ma “tipici” e, quindi, ancora una volta costruirle come “tipicamente diverse”. Da ciò deriva l’utilità di uno scarto rispetto ai presupposti conoscitivi che muovono gli interventi nell’ambito della dipendenza e in particolare modo rispetto al mondo femminile. Il passaggio successivo sarebbe quello di porre maggiore attenzione al linguaggio che viene utilizzato sia a livello di formulazione teorica, che di ricerca, che negli interventi in quanto, se portatrice di pregiudizi, rischia di generare processi etichettanti che fissano le donne in biografie di vita devianti piuttosto che generare opportunità di cambiamento. La maggiore complessità percepita a livello di relazione con la donna tossicodipendente potrebbe infatti suggerire la necessità di rivedere gli assunti che stanno dietro alle prassi operative più che convalidare la maggiore difficoltà nella gestione dell’utenza femminile. Abbandonando l’esigenza di aderire al criterio normativo che porta ad etichettare e diagnosticare si potrebbe fare riferimento, invece, al Criterio della Persona[31]. Questo salto paradigmatico, che riconosce il nostro essere tutti, prima di ogni cosa, persone tra le altre persone, aprirebbe la possibilità di intervenire non su un’etichetta ma di costruire l’esperienza della tossicodipendenza a partire dalla persona che la vive, e dai significati che gli associa. Diventerebbe, quindi, la condizione minima di partenza per evitare di fare delle cose sulle persone, permettendo invece di esserci in relazione. In altri termini la tossicodipendenza è uno degli aspetti caratterizzanti l’esperienza dell’utente ma non deve essere così pervasiva da essere l’unica presa in carico. Questo riporterebbe le donne tossicodipendenti al medesimo livello degli uomini senza richiedere distinzioni teoriche o pratiche. L’evidenza della forte presenza del doppio stigma sia nelle narrazioni degli utenti che in quelle degli operatori suggerisce poi la necessità di generare percorsi di maggiore consapevolezza rispetto a questo processo che risulta essere così pervasivo. Si immagina che per poter cambiare le metodologie di interventi odierne, non basti solo intervenire sulla diade operatore-utente, ma che serva una perturbazione più ampia a livello degli altri sistemi coinvolti. È impensabile generare un cambiamento duraturo intervenendo solo a livello della relazione bensì è indispensabile che anche nei servizi che si occupano di dipendenze, così come nel senso comune più ampio, si provi a favorire un cambio di paradigma, che è primariamente linguistico, ma che deve portare con sé la messa in discussione di anticipazioni e credenze ormai date per assodate. Potrebbe essere utile, a questo livello, ripensare alle occasioni di formazione e supervisione non solo come momenti per scambiarsi prassi operative ma come luogo dove poter ripensare a chi è la donna tossicodipendente e come ci si relaziona con lei. A livello di senso comune, per quanto si anticipi che i cambiamenti siano lenti e difficili, vi sono molti canali attraverso cui si potrebbe favorire un cambiamento di vedute, a partire da iniziative sociali fino a toccare i grandi mezzi di comunicazione come la radio e la televisione. All’interno delle CT si potrebbero favorire per esempio percorsi educativo-terapeutici su genere e pregiudizi relativi, per promuovere interazioni proposizionali, entro cui le donne possano sperimentare assenza di giudizio e alternative modalità per essere viste e quindi per potersi costruire. In particolar modo potrebbe essere utile scardinare l’idea ampiamente diffusa che la donna in CT sia una preda sessuale, in quanto questo attiva relazioni incentrate nuovamente sulla dipendenza e sulle costruzioni di rifiuto o accondiscendenza. Interventi costanti e mirati su atti di prevaricazione e violenza verbale sulle donne o viceversa, andrebbero prontamente individuati ed utilizzati come occasione di riflessione. Si potrebbero inoltre affidare alle donne in CT responsabilità dei settori tipicamente maschili come per esempio orto e manutenzione, per generare in loro la consapevolezza di poter essere anche ciò che socialmente non ci aspetta da loro, ma di come questo non generi necessariamente esclusione. Accanto a ciò una presa in carico all’interno della CT non solo dell’aspetto della tossicodipendenza, ma di molti altri aspetti, potrebbe generare l’idea che quella non sia la condizione unica e necessaria da cui partire. Gli utenti, e in particolare modo le donne, dovrebbero essere accompagnati a costruire non solo le aree di deficit e/o disfunzionali ma anche le risorse e le aree di funzionamento. La posizione ortogonale da costruire potrebbe essere così esemplificata: non ti giudico, non ti salvo ma riconosco il senso delle tue scelte[32]. Per comprendere le scelte altrui, oltre al criterio della persona che restituisce senso ad ogni azione umana, è necessaria un’assunzione di responsabilità sia nei confronti dell’altro con cui si è in relazione sia nei confronti dei nostri presupposti conoscitivi. In altre parole, non possiamo sottrarci dall’idea di essere parte attiva nel processo di costruzione dell’esperienza drogastica. Queste sono solo alcune delle idee emerse da questo fruttuoso confronto, ma altre potrebbero esserne create, partendo dal presupposto di non incrementare, confermare le differenze di genere nei termini di pregiudizio sociale, bensì favorire il criterio di un continuum di manifestazioni possibili e accettabili.

Questo percorso per adesso si ferma qui, è stato emozionante ed arricchente e nuove ipotesi si stanno facendo spazio. Abbiamo bisogno di sedimentare quanto compreso sino ad ora per poi riprenderlo in futuro, dopo averlo messo alla prova. È un percorso che ci ha permesso di sentirci più vicine alle donne con cui siamo in una relazione terapeutica che ci educa ogni giorno ad essere noi per prime scevre da paure e preconcetti. È una relazione che ci ha fatto sperimentare la tirannia delle etichette diagnostiche che, se usate come vuoti contenitori, non ci danno modo di stare in relazione, ma che possono diventare una porta di accesso, un linguaggio comune che apre spazio a significati diversificati e personali. Dovremmo imparare a parlare di prostituzione e violenza, così come parliamo di genitorialità e restituire dignità anche a chi attraverso la droga tenta di trovare risposte alle medesime domande che assillano ogni essere vivente: “Chi sono io? Cosa posso fare quando soffro?”. È un viaggio che ci ha fatto ricordare che siamo prima di tutto persone, ancora prima che donne. Ci ritroviamo, alla fine del percorso, colleghe ancora più curiose, donne che parlano di donne, più consapevoli e caute, più determinate ad essere utili nel loro lavoro, che non si adagiano nel letto delle certezze ma accettano le regole del gioco: chi si ferma è perduto. Questo ciclo di esperienza, come in ogni esperimento che si possa chiamare tale, ha cambiato non solo l’oggetto delle nostre speculazioni ma anche i presupposti stessi che ne stanno alla base. Infine, è stata un’esperienza di fiducia e coraggio.

 

A S., che rompendo ogni schema è restata vittima della solitudine ed ha ispirato questo nostro viaggio.

 

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Note sulle autrici

 

Carla Cabitza

Italian Interactionist School

carla.cbt@hotmail.com

Psicologa Psicoterapeuta specializzata presso la Scuola di Psicoterapia Interattivo-Cognitiva di Padova. È stata psicologa presso la Sanità Penitenziaria dell’ULSS 6 Euganea di Padova. È docente di diversi corsi di formazione per E.I.S Srl e IAL Veneto. Attualmente lavora presso la Pronta Accoglienza Villa Ida di Padova.

 

Lila Vatteroni

Institute of Constructivist Psychology

lila.vatteroni@gmail.com

Psicologa Psicoterapeuta specializzata presso l’Institute of Constructivist Psychology, dove ad oggi è impegnata come codidatta. Capo redattrice della Rivista Italiana di Costruttivismo, lavora come Psicologa presso la Pronta Accoglienza Villa Ida di Padova. Oltre all’ambito delle tossicodipendenze e della marginalità, esercita la libera professione sul territorio di Padova e di Piove di Sacco.

 

Note

  1. Con questo termine ormai sempre più diffuso nella letteratura scientifica del settore, ci si riferisce al fatto che la tossicodipendenza può essere costruita come un’esperienza umana peculiare e complessa, che coinvolge i diversi domini di conoscenza psicologico, corporeo e sociale e che va, quindi, compresa oltre la sola dimensione di dipendenza neurobiologica e/o il comportamento di abuso, “La droga non è la dipendenza” (Cipolla, 2007, p.173). Nonostante in letteratura sia presente il termine tossicofilia che sottolinea il concetto di intenzionalità nell’utilizzatore di sostanze, inteso come processo che si costituisce attraverso gli atti, le azioni, i desideri e i bisogni di un attore che si prefigge uno scopo (Salvini, Testoni, & Zamperini, 2013), le autrici hanno scelto di utilizzare un termine che fosse ortogonale a tossicofilia e al termine tossicodipendenza, che fosse quindi adatto alla rappresentazione del fenomeno narrato, evidenziandone il carattere processuale e relazionale. La scelta peculiare del termine ‘drogastica’ diviene fondamentale per sottolineare la necessità di riferirsi all’esperienza della tossicodipendenza femminile costruita intorno a diversi mondi possibili ma socialmente non approvati.
  2. Si rimanda alle indicazioni della Medicina di Genere, che è nata per definire e indirizzare i trattamenti in ambito medico tenendo conto delle differenze di genere e per evitare ogni diseguaglianza nei trattamenti. Si veda a tal proposito il Piano per l’applicazione e diffusione della medicina di genere (in attuazione dell’articolo 3, comma 1, Legge 3/2018), disponibile all’indirizzo http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_2860_allegato.pdf.
  3. Referring to Gender Medicine, i.e., the newly emergent approach of medicine aimed at recognizing and analyzing the differences arising from gender in medicine, in order to ensure everyone the best available treatment. Concerning this, see the Italian Plan for the application and dissemination of gender medicine, Law 3/2018, www.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_2860_allegato.pdf.
  4. Le autrici del presente elaborato hanno affrontato due distinti percorsi di formazione, uno a matrice interazionista e quindi afferente ad un ambito di conoscenza costruzionista, l’altro di tipo costruttivista. Benché le due scuole afferiscano a due domini epistemologici differenti, vi sono alcuni aspetti teorici e pratici comuni. In particolare, condividono l’attenzione non tanto ai contenuti quanto ai processi di costruzione di significati degli individui nella relazione, favorendo uno sguardo sistemico più che sul singolo individuo. Concordano inoltre con la concettualizzazione della diversità, della patologia come esito di una scelta, di una carriera e non come un deficit. Da questo segue quindi il tentativo di comprensione non solo delle aree disfunzionali e/o di sofferenza, ma anche delle risorse e delle possibilità. Accanto a questo entrambi gli approcci tentano di avvalersi di un sistema di conoscenza dell’altro basato sull’analisi dei processi discostandosi quindi dall’utilizzo di etichette diagnostiche tipiche di approcci descrittivi. In virtù di queste premesse si avvalgono di plurimi strumenti di intervento volti a far emergere la comprensione delle teorie, anticipazioni delle persone e a comprenderne l’evoluzione nella storia personale e unica di ciascun individuo. Differiscono poi sostanzialmente rispetto al ruolo del contesto sociale: per gli interazionisti è determinante nella formazione delle teorie dei singoli individui, per il costruttivismo resta centrale invece l’interpretazione personale che ciascuna persona compie dei discorsi sociali.
  5. Le donne tossicodipendenti sin dall’ingresso in struttura ripropongono una serie di comportamenti tipici della vita “da strada”, scegliendo per esempio una retorica vestimentaria seducente e marcatamente femminile. Soventemente poi ricercano la protezione da parte di utenti maschi, con cui spesso capita di intrattenere relazioni amorose e sessuali, per trovare a nostro avviso una collocazione all’interno del gruppo. Queste relazioni, tuttavia, generano conflitti e discussioni che complicano la presa in carico delle relazioni sociali esterne. È difficile ricostruire i diversi pezzi della storia di queste donne, segnate dalla prostituzione e da abusi fisici e psicologici. Emergono relazioni al di fuori della struttura con persone tossicodipendenti, spacciatori o con uomini che le hanno maltrattate o abusate e dai cui spesso scelgono di tornare.
  6. Si veda a tal proposito il Corollario dell’Individualità di G. A. Kelly: “Le persone differiscono l’una dall’altra nella loro costruzione degli eventi” (Epting, 1984/1990, p. 42).
  7. Si veda a tal proposito il Corollario della Comunanza di G. A. Kelly: “Nella misura in cui una persona impiega una costruzione dell’esperienza simile a quella impiegata da un’altra, i suoi processi sono psicologicamente simili a quelli di un’altra persona” (ibidem, p.42).
  8. La letteratura in quest’ambito è concorde nel considerare il fenomeno della tossicodipendenza maschile come più diffuso a partire dai numeri di accessi ai servizi di cura residenziali e non e dal numero di decessi per overdose.
  9. A tal proposito in letteratura vi sono diverse ricerche in merito alla specificità della tossicodipendenza femminile e alle differenze con quella maschile, per esempio lo studio VEdeTTe, disponibile al link https://www.oed.piemonte.it/vedette/vedette.html (ultimo accesso 7-febbraio 2021).
  10. Per senso comune da qui in poi si intende chi non ha esperienza diretta del fenomeno ma ne può avere comunque un’opinione mediata prevalentemente dai media e dai luoghi comuni.
  11. Con la parola “vuota” ci si riferisce al fatto che la Teoria dei Costrutti Personali riguarda la comprensione dei processi di costruzione della realtà più che l’individuazione e/o scoperta di realtà ontologiche.
  12. Nel manuale diagnostico DSM-5 il gruppo di lavoro ha combinato insieme l’abuso e la dipendenza in un unico disturbo classificato in base alla gravità clinica e con il soddisfacimento di almeno due criteri per formulare la diagnosi. Vengono inquadrati all’interno del capitolo riguardante i Disturbi Correlati a Sostanze e i Disturbi da Addiction in cui troviamo una diagnosi per ogni sostanza. L’intossicazione è un disturbo a sé stante che riguarda ogni sostanza ed è considerata una sindrome “sostanza- specifica” reversibile conseguente all’uso recente di una sostanza. Anche l’astinenza viene intesa come una condizione in grado di dar luogo a uno specifico disturbo ed è prevista per la maggior parte delle sostanze. Infine, è stato aggiunto il craving come sintomo, definito come il forte desiderio di una sostanza. Si tratta di un sintomo comune che tende a manifestarsi nei casi che si collocano sul versante di maggior gravità dello spettro.
  13. Con il termine transizioni nella PCP ci si riferisce a ciò che in altri approcci psicologici viene definito con emozioni; si usa questo termine per evidenziarne il carattere processuale e relazionale. La transizione evidenzia un cambiamento nello stato del sistema di costrutti personali della persona (Epting, 1984/1990, pp. 54-55).
  14. Il processo di allentamento nella PCP riguarda l’utilizzo di costrutti lassi “ovvero costrutti che conducono a previsioni variabili” (Kelly, 1991, Vol. I, pp. 357-358). Ci si riferisce ad una costruzione allentata quando è vaga, imprecisa, non del tutto definita: “potrebbe essere così, ma anche così e così…”. Nel caso della tossicodipendenza spesso ci si trova di fronte ad un’estrema vaghezza nelle descrizioni rispetto al sé e al mondo, in parte dovute all’effetto delle sostanze e delle terapie sostitutive, delle compromissioni neurologiche che incorrono dopo un abuso prolungato, ma che hanno il vantaggio secondario di diluire, alleggerire le conseguenze negative della condizione di dipendenza.
  15. Secondo la PCP una persona restringe il proprio campo percettivo allo scopo di minimizzare delle incompatibilità evidenti (Epting, 1984/1990, p. 51). Nell’ambito della tossicodipendenza le incompatibilità evidenti hanno spesso a che fare con i comportamenti di ricerca della sostanza (prostituzione, rapina, truffa) che implicano un forte impatto sull’etica e sulla morale individuale, come con le conseguenze dell’abuso (perdita del ruolo di madre).
  16. Con il termine dipendenza nella PCP si descrive l’associazione tra i processi di mantenimento dell’identità e le persone, si sviluppa a partire dalle figure di attaccamento, ma si dipana lungo tutto l’arco della vita. I processi di mantenimento hanno a che fare in età infantile con i bisogni essenziali per la sopravvivenza come il cibo, crescendo poi subentrano bisogni “più evoluti” come la realizzazione, il sostentamento economico, il supporto psicologico ecc. Per Kelly non si tratta di dipendenza o indipendenza, piuttosto di distribuzione e diversificazione delle dipendenze. In altre parole, un’utile distribuzione e diversificazione delle proprie dipendenze permette di poter contare su diverse relazioni ma anche sul sé. L’altro non viene visto solo come soddisfatore di bisogni, in quanto essi vengono orientatati su diverse persone ma anche sul sé, e un bisogno non viene assorbito unicamente su un polo, ma su più poli di dipendenza (Kelly, 1991, Vol. II, pp. 249-250). Nel caso della tossicodipendenza la sostanza è la risoluzione unica a tutti i propri bisogni e il sé non viene costruito come punto di riferimento in grado di assolvere alle proprie necessità.
  17. Per costrutto preverbale nella PCP si intende un costrutto che continua ad essere utilizzato anche se non ha una parola simbolo conforme ad esprimerlo (ibidem, Vol. I, p. 176). In tal senso nelle narrazioni degli utilizzatori è più facile rintracciare sensazioni fisiche, impressioni, piuttosto che chiare definizioni mediate da etichette linguistiche.
  18. Corollario della Socialità nella PCP: “nella misura in cui una persona costruisce i processi di costruzione di un’altra, può giocare un ruolo in un processo sociale che coinvolge l’altra persona(Epting, 1984/1990, pp. 42-43). Per processo di socialità si intende la capacità di mettersi nei panni dell’altro, utilizzando lo sguardo, il punto di vista altrui e non il proprio. Nella tossicodipendenza tale possibilità appare spesso non percorribile, il punto di vista dell’altro è mediato quasi esclusivamente da richieste di dipendenza.
  19. Per un esaustivo approfondimento della prima classificazione delle diverse offerte terapeutiche si può consultare Keneklin, C., & D’Ambrosio, C. (1987, Maggio, Luglio). Interventi di comunità. Paper presentato al Convegno Progettazione e Realizzazione di Contesti Riabilitativi e Terapeutici per Adolescenti e Giovani in Difficoltà, Milano e Torino, Italia.
  20. https://salute.regione.veneto.it/html/documents/Classificazionestrutturesociale.
  21. L’adozione dello stile rieducativo e sanzionatorio all’interno delle istituzioni di cura origina molto indietro nel tempo, quando ancora malati e criminali venivano curati insieme. In tal senso Foucault (2014) afferma: “è stato il razionalismo ad autorizzare questa confusione di punizione e cura, questa quasi identità del gesto che punisce e di quello che guarisce” (p. 157). Ancora oggi per quanto riguarda l’ambito delle tossicodipendenze si applica un modello a metà tra la cura e la sanzione, dettato dal fatto che se anche viene riconosciuto lo stato di dipendenza e quindi di non piena intenzionalità, la morale ancora riconosce la condizione del tossicodipendente come criminosa.
  22. A tal proposito si veda Tossicodipendenza femminile e genitorialità. Atti della Terza Conferenza Nazionale sui Problemi Connessi con la Diffusione delle Sostanze Stupefacenti e Psicotrope. Genova: consultabile al seguente indirizzo: www.federserd.it/documenti/genova2000
  23. Per una trattazione approfondita sul tema della comorbilità psichiatrica nelle tossicodipendenze si può consultare Girardi, P., Cozzani, B., De Marco Cervino, M., & Tatarelli, R. (2000). L’approccio psichiatrico alla clinica delle tossicodipendenze: La comorbidità psichiatrica nel paziente tossicodipendente. Annali dell’ Istituto Superiore di Sanità, 36, 41-46.
  24. Si veda a tal proposito Molteni (2011, pp. 153-183).
  25. La Pronta Accoglienza Villa Ida e la Comunità Terapeutica San Gregorio, gestite entrambe dalla Cooperativa Terr.A di Padova.
  26. Nella PCP un pensiero stereotipico o tipologico ha a che fare con l’utilizzo di costrutti costellatori. “I costrutti costellatori definiscono l’appartenenza dei propri elementi ad altri domini(Epting, 1984/1990, p. 48). Nell’esempio della tossicodipendenza: una persona tossicodipendente è anche bugiarda e sporca. In altre parole, l’appartenenza ad una categoria (tossicodipendente) implica l’associazione di determinate caratteristiche, generalizzate e date per scontate.
  27. In tal senso si può ipotizzare una maggior proposizionalità nelle descrizioni delle donne alcoliste. “Un costrutto proposizionale non veicola alcuna implicazione riguardo all’appartenenza dei suoi elementi ad altri domini, si tratta di una costruzione incontaminata” (ibidem, p. 48). La maggiore proposizionalità nelle descrizioni delle donne alcoldipendenti permette a loro stesse di costruirsi con una gamma più ampia e meno stereotipia di significati, come se non ci fosse solo la dipendenza da alcol e come se questa condizione non determinasse una rigida associazione di determinati comportamenti e pensieri.
  28. Dalle narrazioni è emersa la presenza diffusa di una forte comunanza nei significati associati alla propria condizione di tossicodipendenti, che aumenta con il progredire dell’età, come se le continue convalide da parte del mondo esterno progressivamente portassero ad una sempre maggiore riduzione delle opportunità di narrarsi in maniere alternative.
  29. Per un approfondimento sul tema psichiatria e genere femminile si consulti Reale, E. (1985). Il posto della donna nella storia della psichiatria. Devianza ed Emarginazione, 8. Consultato da http://www.salutementaledonna.it/psichiatria-storia.htm
  30. Ci si riferisce alla transizione di colpa descritta come “la consapevolezza della rimozione del sé dalla struttura nucleare di ruolo” (ibidem, p.57). Si parla di colpa quando ci si ritrova in un ruolo che non ci si aspettava di poter ricoprire, nell’esempio di una madre, la transizione di colpa potrebbe riguardare l’essere negligente verso i propri figli, quando l’anticipazione è quella di doversene invece prendere cura.
  31. “Il criterio della persona: la consapevolezza che siamo persone solo tra altre persone in una relazione di reciproca validazione identitaria” (Giliberto, 2017).
  32. Corollario della Scelta: “una persona sceglie per sé quell’alternativa in un costrutto dicotomizzato per mezzo della quale anticipa la maggiore possibilità di elaborazione del suo sistema” (Epting, 1984/1990, p. 39).