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Modo invitativo

di Jonathan D. Raskin and Laurie Ann Morano

Invitational mood

by Jonathan D. Raskin and Laurie Ann Morano

Traduzione a cura di
Cecilia Pagliardini e Davide Scapin

Abstract

DOI:

10.69995/GJEP9174

La Psicologia dei Costrutti Personali sfida l’idea che il linguaggio dia accesso al modo in cui sono le cose. Quanti ritengono che il linguaggio fornisca una finestra diretta sulla natura, una rappresentazione oggettiva della realtà di persone, cose ed eventi, operano in accordo con un modo indicativo. Il modo indicativo pretende di indicare il modo in cui sono le cose; quando si opera con un modo indicativo, i resoconti su ciò che accade nel mondo sono corretti o scorretti. Al contrario, George Kelly (1964/1969), nella sua Psicologia dei Costrutti Personali, ha suggerito che il linguaggio potrebbe essere utilizzato in modo ipotetico. Vale a dire “i nostri verbi potrebbero essere espressi nel modo invitativo” piuttosto che nel “modo indicativo del discorso oggettivo” (Kelly, 1964/1969b, p. 149). Il modo invitativo sottende all’idea che il modo in cui parliamo è legato a particolari costruzioni del mondo. Diversi modi di parlare delle cose invitano diverse implicazioni su come procedere. Piuttosto che attestare quali modi di discorrere in merito alle cose siano universalmente corretti, la Psicologia dei Costrutti Personali ci invita a considerare le implicazioni dei diversi modi di costruire le medesime circostanze. In altre parole, usando un modo invitativo si possono prendere in considerazione costruzioni apparentemente contraddittorie della stessa cosa per vedere dove porta ogni costruzione. Non c’è pressione per rimanere legati a costruzioni particolari; si possono contemplare diverse costruzioni degli stessi eventi a seconda di ciò che si sta cercando di raggiungere. Quindi, ciò che è vero è sempre definito in relazione alla costruzione di eventi che si è stati invitati ad accettare. Diverse costruzioni della stessa cosa possono essere più o meno utili, a seconda di ciò che si sta cercando di realizzare.

Il famoso esempio di modo invitativo kelliano è quello in cui ci chiede di “considerare il pavimento come se fosse duro”. Se consideriamo il pavimento come se fosse duro, stiamo lasciando aperte interpretazioni alternative del pavimento. La natura del pavimento diventa anticipatoria e non un’interpretazione oggettiva, consentendoci di mettere in discussione i punti di forza e i limiti delle nostre attuali costruzioni del pavimento. Di conseguenza, possiamo utilizzare diverse costruzioni di pavimento. Quando camminiamo dalla cucina al bagno, la costruzione che il pavimento è duro può essere molto utile. Tuttavia, ci possono essere volte in cui troviamo tale costruzione limitante: supponiamo, invece, di utilizzare il linguaggio dell’ipotesi. Diciamo, in effetti, “sicuramente il pavimento può essere considerato duro, e sappiamo qualcosa di ciò che ne consegue quando lo affrontiamo alla luce di tale ipotesi. Niente male! Ma, ora, vediamo cosa succede quando lo consideriamo morbido” (Kelly, 1964/1969b, p. 160).

Il modo invitativo ha molte somiglianze con la nozione scientifica di ipotesi. Di natura provvisoria, l’ipotesi ci protegge in modo sicuro dalla trappola stagnante della verità oggettiva. Invece di percepire persone, cose e/o eventi in un modo definitivo e inalterabile, il modo invitativo ci consente di vedere queste cose nel regno della possibilità. L’ipotesi è il nostro lasciapassare per sviluppare idee e costruzioni che possono essere “perseguite, testate, abbandonate o riconsiderate in un secondo momento” (Kelly, 1964/1969, p. 149).

Il modo invitativo può essere utilizzato nella relazione terapeutica per guidare gradualmente i clienti verso l’esplorazione di possibilità e strategie alternative per affrontare il loro malessere e cogliere i loro mondi. Il modo invitativo, con il suo incoraggiamento a considerare le proprie ipotesi più care come ipotesi provvisorie, “come se” piuttosto che verità definitive e inconfutabili, porta i clienti a sospendere le costruzioni vigenti che non funzionano più per un tempo sufficiente a prendere in considerazione nuove possibilità (Epting, 1984; Epting & Prichard, 1993).

Invitare, al contrario di sfidare, comunica rispetto per i modi attuali dei clienti di costruire gli eventi. Se i clienti non si sentissero sicuri o non fossero pronti a prendere in considerazione costruzioni alternative, potrebbe verificarsi una resistenza in terapia (Epting, 1984; Leitner & Dill-Staniford, 1993). Invitare i clienti a esplorare strade precedentemente non considerate e al contempo dare valore alle loro costruzioni attuali consente una rete di sicurezza su cui possono ripiegare. Grazie al fatto che i clinici non veicolano il messaggio che le costruzioni attuali dei loro clienti sono sbagliate e non li costringono ad abbandonare queste costruzioni per adottare quelle “giuste”, i clienti possono essere più aperti all’idea di esplorazione. Quando il linguaggio viene utilizzato in questo modo, le persone si affrancano dall’abitudine di esaminare le proprie convinzioni e situazioni in termini di ciò che è giusto o sbagliato all’interno della cornice di una realtà oggettiva (Raskin, 2004).

Il modo invitativo incoraggia le persone ad accettare la responsabilità delle proprie costruzioni e concede loro il permesso di considerare costruzioni alternative (McWilliams, 1996). Invece di vedere le costruzioni personali come specchi della realtà esterna, il modo invitativo riformula queste costruzioni come invenzioni umane che ognuno di noi crea per navigare nella vita. In quanto inventori di costruzioni personali, ne siamo anche responsabili. Tuttavia, poiché inventiamo costruzioni personali, siamo anche liberi di prendere in considerazione nuove possibilità, ed è esattamente ciò che il modo invitativo ci rende liberi di fare.

 

 

Bibliografia

 

Epting, F. R. (1984). Personal construct counseling and psychotherapy. New York: Wiley.

 

Epting, F. R., & Pritchard, S. (1993). An experiential approach to personal meanings in counseling and psychotherapy. In L. M. Leitner & N.G.M. Dunnett (Eds.), Critical issues in personal construct psychotherapy (pp. 33-59). Malabar, FL: Krieger.

 

Kelly, G. A. (1969b). The language of hypothesis: Man’s psychological instrument. In B. Maher (Ed.), Clinical psychology and personality: The selected papers of George Kelly (pp. 147-162). New York: Wiley.

 

Leitner, L. M., & Dill-Staniford, T. (1993). Resistance in experiential personal construct psychotherapy: Theoretical and technical struggles. In L. M. Leitner & N. G. M. Dunnett (Eds.), Critical issues in personal construct psychotherapy (pp.135-155). Malabar, FL: Krieger.

 

McWilliams, S. A. (1996). Accepting the invitational. In B. M. Walker, J. Costigan & L. L. Viney & B. Warren (Eds.), Personal construct theory: A psychology for the future (pp. 57-78). Melbourne: Australian Psychological Society.

 

Raskin, J. D. (2004). The permeability of personal construct psychology. In J. D. Raskin & S. K. Bridges (Eds.), Studies in meaning 2: Bridging the personal and social in constructivist psychology (pp.329-348). New York: Pace University Press.

 

 

Note

Ringraziamo gli editori della rivista Personal Construct Theory & Practice (www.pctp-journal.org) e l’autore per aver gentilmente concesso la traduzione della voce di glossario. L’originale è disponibile al link: kellysociety.org