Già dalle prime righe de “La banalità del male” ci troviamo nell’aula di tribunale di Gerusalemme nel 1961. Ad accompagnarci è Hannah Arendt nelle vesti di reporter per The New Yorker. In quell’aula di tribunale si trova Adolf Eichmann, rinchiuso in una gabbia di vetro costruita per proteggerlo e ritenuto uno dei maggiori responsabili del genocidio degli ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale. Arendt, con questo libro, guida noi lettori alla scoperta del processo che ebbe un’importanza storica: un gerarca nazista che viene giudicato da un tribunale del giovanissimo Stato israeliano e non da un tribunale internazionale come accadde per il processo di Norimberga. Abbiamo accesso non solo ai fatti riportati durante il processo, ma anche alla prospettiva dello stesso Eichmann su ciò che accadde nella Germania nazista.
Il fatto che sia proprio Arendt a raccontarci questo processo non è indifferente. L’autrice, filosofa di origini ebraiche e pensatrice centrale del XX secolo, formatasi nel contesto della filosofia tedesca e segnata in prima persona dall’esperienza della vita nel Terzo Reich, porta con sé uno sguardo che intreccia la riflessione storico-politica, l’esperienza personale e l’interrogazione etica. Questo posizionamento prospettico articolato diventa parte integrante del dispositivo narrativo e conoscitivo del testo. La prima volta che mi sono trovata a leggere questo libro avevo diciotto anni, stavo per scrivere una tesina per la maturità ed ero rimasta profondamente colpita da quest’autrice che ha tentato di comprendere ciò che appariva più radicalmente insensato nel secondo conflitto mondiale: la realizzazione di un programma sistematico e scientifico di sterminio di esseri umani. Mi sono quindi lasciata guidare da alcune domande: cosa vedrò di nuovo a distanza di anni in questo male definito “banale”? E in che modo il mio sguardo, oggi formato da una prospettiva costruttivista, entrerà in gioco? Che senso può avere oggi, a più di sessant’anni dal processo Eichmann, leggere questo libro? Ciò che Arendt racconta parlando di “male banale” ha a che fare con l’aver osservato Eichmann: uomo semplice, senza intenzioni malvagie o omicide, che durante il processo continuò a sostenere “con la liquidazione degli ebrei io non ho mai avuto a che fare; io non ho mai ucciso né un ebreo né un non ebreo, insomma non ho mai ucciso un essere umano” (Arendt, 1963, p. 30). Da queste parole emerge effettivamente come un uomo normale, ligio alla legge e alle regole, si racconta come ingranaggio di una macchina privo di responsabilità. Arendt scrive: “Non era uno stupido; era semplicemente senza idee (una cosa molto diversa dalla stupidità), e tale mancanza d’idee ne faceva un individuo predisposto a divenire uno dei più grandi criminali di quel periodo” (Arendt, 1963, p. 290). Sembra che Arendt ci stia dicendo che è nell’aver perso la capacità di pensare, nella mancanza di idee, che si manifesta questo male brutale ma al tempo stesso banale, privo di intenzioni malevoli da parte di Eichmann. Questa perdita di capacità di pensiero sembra possa avere a che fare con la definizione di etica che ci dà Varela (1996), che definisce l’etica un Know How piuttosto che un Know That, mettendo a fuoco una costruzione di etica che non è ragionata, bensì incarnata. In questo senso l’etica si configura come un’esperienza che va al di là delle regole morali, ma che fa agire “sempre in una sorta di immediatezza di una data situazione” all’interno di un “mondo vissuto […] così a portata di mano che non abbiamo alcuna deliberazione su cosa sia e su come lo abitiamo” (Varela, 1996, p. 9). È nell’assenza di questa esperienza di immediatezza – forse venuta a mancare nella Germania nazista – che Eichmann disse di “aver fatto il suo dovere, di aver obbedito non soltanto ad ordini ma anche alla legge” (Arendt, 1963, p. 142). È vero, Eichmann aveva continuato a rispettare la legge, a seguire una morale, ma aveva perso la capacità etica di riconoscere l’altro come una persona. Arendt, inoltre, ci racconta attraverso quali processi all’interno del Terzo Reich gli ebrei lentamente diventarono meno persone delle altre, meno simili ai tedeschi. Come scrive Giliberto (2017), “persona diventa la costruzione di una somiglianza tanto ampia quanto profonda – quindi identitaria – con gli altri; una comunanza che sussume, permette e canalizza gli altri aspetti della nostra identità”. Sembra immediato e quasi banale riconoscere che l’altro, chi si ha di fronte, sia una persona, e sembra altrettanto banale e immediato aspettarsi che le altre persone facciano lo stesso. Qualcosa di apparentemente banale nella sua immediatezza si manifesta nella sua radicalità se lo si intende come forma e possibilità nell’entrare in relazione con gli altri. Lo chiarisce molto bene Kelly nel suo corollario della socialità dicendoci che “nella misura in cui una persona costruisce i processi di costruzione di un’altra, questa può giocare un ruolo nel processo sociale che coinvolge l’altra persona” (Kelly, 1955). Proprio questa possibilità di costruire l’altro come persona sembra venir meno nel caso di Eichmann. Non si tratta semplicemente di obbedienza o di adesione a un sistema normativo, ma di un progressivo svuotamento della relazione: l’altro non è più qualcuno con cui entrare in rapporto, ma diventa un oggetto all’interno di un meccanismo. Eichmann stesso costruiva sé stesso come un ingranaggio all’interno di un più grande meccanismo. In questa prospettiva, il “male banale” diventa una frattura nella capacità del riconoscimento reciproco fra esseri umani. È un male che non ha bisogno di intenzioni demoniache per manifestarsi, ma che può emergere ogni volta che si cessa di costruire l’altro come persona, ogni volta che rinunciamo a quella dimensione etica che rende possibile la relazione umana. Essere all’interno di un contesto come quello della Germania nazista non è però un destino che porta necessariamente alla perdita della capacità di pensiero e della possibilità di fare esperienza etica. All’interno del libro ritroviamo, infatti, vari esempi di alternative possibili e di uomini che hanno percorso scelte diverse all’interno dello stesso contesto. Arendt, nel suo comprendere e raccontare quest’uomo, non lo giustifica. Allo stesso modo, da una prospettiva costruttivista e alla luce dell’alternativismo costruttivo (Kelly, 1955), sappiamo come, in assenza di una realtà data, possano esserci sempre costruzioni alternative possibili attraverso le quali interpretare il mondo. Allo stesso tempo, comprendere senza per questo giustificare alcune di queste alternative può permetterci di dare un senso anche a ciò che sembra apparentemente privo di significato o semplicemente riconducibile ad una sorta di intrinseca e connaturata cattiveria. È forse per questo che rileggere il testo di Arendt mi ha permesso di vedere quanto questo testo resti attuale e significativo anche oggi, in un tempo storico attraversato da profonde polarizzazioni, conflitti e processi di disumanizzazione. Basti pensare a quello che vediamo succedere oggi in Israele, proprio laddove si era tenuto il processo descritto nel testo di Arendt e dove ancora oggi un ministro della difesa definisce i palestinesi etichettandoli come “animali umani”, oppure a quello che succede qui in Italia dove si fanno strada proposte di remigrazione forzata. La riflessione di Arendt ci invita a interrogarci non solo su ciò che accade “là fuori”, ma su come noi stessi partecipiamo, anche implicitamente, alla costruzione dell’altro come “persona”. Rimango con una domanda: alla luce del mio sguardo costruttivista, come sto scegliendo di starci oggi in questi scenari?
Bibliografia
Arendt, H. (2006). La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme. Milano: Feltrinelli. (Opera originale pubblicata nel 1963).
Giliberto, M. (2017). Per un’etica esperienziale e non normativa. Rivista Italiana di Costruttivismo, 5(2), 9-24. doi 10.69995/ZMVW7819
Kelly, G. (1955). The psychology of personal construct (vol. 1-2). New York: Norton.
Varela, F. J. (1992). Un Know-How per l’Etica. Roma-Bari: Il Saggiatore.
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